Logica fuzzy sociale

La complessità come risposta alla crisi dell’idea di ordine etico-politico: il diritto e le scienze sociali possono disporre di una logica?

La struttura logica del sistema linguistico e sociale del diritto (o dell’ordine complessivo della società) non può essere deterministica.

Non “può” perchè, per usare uno dei criteri di Popper indicati nel noto saggio “Nuvole ed Orologi”, il fatto che il diritto e le società storiche umane siano sottoprodotti di organismi viventi (uomini)… in evoluzione…comporta quasi invariabilmente che, dal momento che l’evoluzione biologica sarebbe per lo più un procedimento stocastico, interessante gli individui che compongono le società, ciò dovrebbe vietare l’esistenza di una legge globale di sviluppo completamente deterministica che  compensi del tutto, nel linguaggio del diritto e nelle relative formazioni sociali, il rumore evidentemente stocastico dell’evoluzione dei “cittadini” delle società umane.

Questa è un osservazione che lascerebbe soddisfatto qualsiasi materialista evoluzionista, ma probabilmente anche un convinto assertore della persona umana come infinita possibilità di libertà spirituale.

Al contrario, in accordo con la teoria  evoluzionista,  occorrerà giungere dall’ipotesi che la teoria evolutiva non sia deterministica, attraverso più o meno lunghe catene logiche, all’ulteriore congettura che la teoria logica del diritto e delle società storiche umane non potrà, a sua volta, essere meccanicamente determinata da poche cause e pochi principi.

Il presupposto che gli umori ed il caso governino il mondo come potrebbe non conseguire dal fatto che l’adattamento di un organismo (ontogenesi e filogenesi) non è deterministico, quando casuale è la selezione e casuale la filogenesi? La teoria evolutiva è simile più a un nuvoloso temporale che ad un orologio. Strano che Popper non abbia insistito più a lungo su tale aspetto della teoria evolutiva, anzichè sul fatto che logicamente la teoria gli apparisse “quasi tautologica”!

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Il problema che voglio agitare è il seguente.

Perchè il diritto e le scienze sociali sono incerte? E’ possibile una logica per discipline il cui campo di indagine è o si presenta incerto?

Credo che si pervenga all’esposizione del problema attraverso le seguenti osservazioni.

Facendo riferimento all’idea espressa nei precedenti prologhi intorno alla definizione di “valore”, quest’ultimo sarà una interazione  stocastica tra soggetti ed oggetti in costante evoluzione. Ebbene, l’oggetto poteva essere rappresentato, all’interno di tale interazione, anche come “argomento” di discussione, nel senso che gli argomenti possono essere oggetto di valutazione.

Il tema che qui voglio trattare è, appunto: in che modo il Diritto (come disciplina) e la Scienza Sociale “valutano” quell’argomento che è la “legge”, qui da intendersi come insieme delle norme positive che il legislatore pone o riconosce (p.e. consuetudine)? In particolar modo, come valutano quell’oggetto che è la legge, se esso è o si presenta incerto?

Detto altrimenti, in che modo il Diritto e la Scienza Sociale fanno uso degli “argomenti” legislativi?

La risposta non è priva di conseguenze, in quanto fornisce il quadro di riferimento per una teoria del ragionamento giuridico come interazione argomentativa, inesauribile e vaga, tra soggetto di diritto e legge, che giustificherà il tema generale della presente tesi: modellare una logica giuridica della vaghezza che tenga conto dell’incertezza della legge.

Per realizzare questo compito occorre esaminare la crisi di certezza oggettiva, quasi permanente, del diritto positivo, la quale fornisce una cornice di riferimento, in mancanza della quale non è possibile argomentare ulteriormente intorno ad un logica vaga del diritto stesso.

Gli assunti che, in particolare, vorrei fondare con il presente discorso sono i seguenti:

1. il diritto è una attività ragionevole di argomentazione, non un sistema oggettivo di dati culturali pre-costituito (la legge, positiva o meno), bensì l’interazione processuale tra tali dati, intesi come aventi natura di “argomenti”, e due o più soggetti, la cui natura ragionevole e argomentativa non è a sua volta un dato (non vi è una persona razionale pre-costituita), bensì una argomentazione.

2. Questa interazione tra soggetto e legge è un processo reale che produce valore ed è valore. Nel senso che: posto, per le conclusioni del primo capitolo, che il valore è una interazione processuale tra soggetto e oggetto, che si pone come argomentazione ed uso delle cose da parte di esseri umani, – allora quel genere di processo reale, che è l’interazione tra soggetti e legge, sarà un processo di argomentazione che, “teorizzando” p.e. sui valori che le norme “incorporano”, e quindi supponendo una relazione almeno trilatera tra due interlocutori e i loro argomenti, si manifesta, nel contempo, come ulteriore interazione produttiva di valore. Infatti, argomentando sulla legge, i soggetti producono ulteriori usi e argomentazioni della legge, che costituiscono, per l’accezione accolta nel primo capitolo, nuovo valore.

3. Altro assunto da fondare è quello per cui i caratteri di questa attività ragionevole di argomentazione saranno quelli di una relazione complessa, quasi indeterminata e vaga, la cui indagine non è oggetto di una intuizione o deduzione analitica.

4. Su questo vago processo reale di argomentazione (soggetti-legge), sarà possibile fondare argomenti razionali c.d. sulla struttura del reale, perchè le teorie sui valori saranno reali processi di interazione, non solo logico-linguistica, bensì anche pragmatica (vale a dire, per le necessità della vita e dell’azione).

5. La natura dell’interazione di valore tra soggetti e legge sarà tale che: a) il soggetto dia valore agli argomenti della legge (scritta o meno), adoperandoli ed impiegando tutti i propri giochi di lingua, interagendo con essi per adattarsi ad essi e scioglierne il labirinto; b) gli argomenti di legge (possiamo chiamarli per semplicità “norme giuridiche”) interagiscano attivamente con i soggetti, li condizionino e li leghino a sè stessi in una interazione di valore, perchè tutti i processi reali di argomentazione, che essi costituiscono, suscitano costante significato sotto forma di sfida e labirinto.

6. La logica di questa interazione sarà una logica dell’argomentazione, vale a dire la struttura della retorica e della dialettica tradizionali, applicate al diritto e, visto che si vuol mostrare come i processi di argomentazione sul diritto siano inesauribili sia semanticamente che sintatticamente (vale a dire, inesauribili sia nel significato dei discorsi giuridici sia nella giustificazione sillogistica), tale logica sarà un mero tentativo di esibire sotto forma di vaghezza (quella tipizzata dalla Fuzzy logic) le relazioni logiche complesse, quasi-indeterminate e inesauribili tra gli argomenti ed il loro significato e tra gli argomenti e le loro premesse.

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Per dare un qualche fondamento e prova agli assunti di cui sopra, innanzitutto, si partirà da un luogo comune.

Vi è, infatti, il “topos” (luogo comune) per cui le norme positive non sono mai sufficienti agli operatori giuridici per risolvere compiutamente i conflitti intersoggettivi.

A riprova di quanto dico, si consideri che è prassi comunissima tra gli operatori di far ampio ricorso alla giurisprudenza, alle interpretazioni, alla dottrina, alla analogia per confezionare decisioni ad hoc conformi a principi giuridici flessibili e praticamente elastici[1].

Insomma, la domanda di “giustizia” supera le deboli offerte della formalità legale, costringendo i sistemi giuridici di “civil law” ad una perpetua evoluzione, che si rinnova nello stesso modo in cui si ammoderna il conflitto sociale, riproponendosi in forme talvolta simili al passato, talvolta del tutto inaspettate[2].

Dal che discende la posizione del seguente problema: gli argomenti legislativi delle norme positive propongono e manifestano un sapere oggettivo o soggettivo, certo o incerto, discreto o indeterminato?

L’impressione che si ha è che da almeno tre secoli si pretende ancora che esista un ordine per le società, ordine che una legge debba essere in grado di conservare.

Ma per quale ragione esiste la costante aspirazione, nella storia delle idee giuridiche degli ultime tre o quattro secoli, che sia possibile scrivere sui fogli di una Gazzetta Ufficiale l’ “equazione matematica” che renda prevedibile il moto dei gravi sociali, liberando i cittadini dal pericolo del conflitto, della guerra, del male?

Più in generale, perchè nessuna norma è in grado di prevedere il capriccio del deviante o, più in astratto, del male, in maniera tale da instaurare una perpetua armonia senza conflitti?

 


[1] La crisi dei sistemi legali è ben diagnosticata in Italia da un classico nel suo genere come NATALINO IRTI, L’età della decodificazione, Giuffrè, Milano 1979 oppure da DAMIANO NOCILLA e FRANCO MODUGNO, Crisi della legge e sistema delle fonti, in Legislazione, profili giuridici e politici, Atti del XVII Congresso Nazionale della Società di Filosofia Giuridica e Politica, a cura di Maurizio Busciu, Giuffrè, Milano, 1992, pp. 125 e ss.

Tuttavia, il tunnel della decodificazione non sembra per molti poter condurre ad una alternativa al primato della legge, vedasi sul punto GIACOMO GAVAZZI, Elementi di teoria del diritto, Giappichelli, Torino 1984, p.100

[2] v. sul punto della perpetuità del conflitto sociale GIUSEPPE CAPOGRASSI, L’ambiguità del diritto contemporaneo, in Opere, V, Giuffrè, Milano, 1959, p.425

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