Dialettica sociale

DIALETTICA SOCIALE COME COSCIENZA ED AZIONE

La coscienza sociologica e l’agire sociale non sono realtà dissociabili ed il fatto che la dialettica marxista abbia sostenuto che la divisione del lavoro e il controllo delle prassi sociali (e dei mezzi di produzione economica) siano in grado di condizionare la coscienza dell’uomo medio è un’ipotesi sicuramente astratta, per quanto apparentemente plausibile.

L’astrazione risiede nell’accentuare il lato materiale, pur presente, del condizionamento sociale della coscienza e nell’esporsi ad alcune obiezioni, basate sul buon senso, sulla logica e persino sulle leggi naturali, nello stesso tempo escludendo un modello altrettanto plausibile e funzionale di dialettica e di coscienza sociale.

Intanto il modello dialettico marxista (sui rapporti tra coscienza e agire sociale) soccombe ad alcune iniziali e immediate eccezioni:

  1. Dopo aver denunciato l’alienazione umana (pur presente nella non mai completa coerenza tra coscienza ed agire sociale), perpetua l’alienazione, a livello concettuale, statuendo che la coscienza materiale dell’uomo è un riflesso della storia economica delle appropriazioni dei mezzi di produzione, di lavoro o in senso lato economici,
  2. quando proclama che la coscienza-riflesso quindi non conseguirà mai una perfetta mediazione con l’agire sociale (il che è incoerente pragmaticamente con la stessa idea di “cambiare il mondo” tipica del marxismo)
  3. o sostiene che le menti umane mai conquisteranno o faranno finire la storia (il che è un’incoerenza doppia con l’idea marxista di una rivoluzione e con quella  della fine della storia in una società senza classi)
  4. o che la coscienza dialettica mai si libererà della e dalla storia, la quale per taluni marxisti anzi (Adorno) dovrebbe procedere, per sempre, per successive alienazioni e infinite contraddizioni (il che è incoerente con la prassi registrabile in senso storiografico di regimi comunisti, che la storia l’hanno fatto, anche prescindendo dalle opposizioni dialettiche tra proletariato e capitalismo, vedi la Russia agricola, zarista e debolmente industrializzata alla vigilia della rivoluzione dell’ottobre 1917).

Inoltre, il modello sociologico marxista, e le sue derive (relitti più che derive) nel pensiero della sinistra postmoderna finisce per escludere un modello non solo altrettanto plausibile e funzionale, ma in aggiunta verosimile, – quando si oppone alla tesi filosofica per cui l’attore sociale è uomo e persona, vale a dire unità indissociabile di mente e corpo, i cui atti sono contrassegnati da un’unità, che occorre chiamare sinolo o spirito o respiro dell’attore sociale.

Questo modello è legato a doppio filo all’idea teologica di “carne”, verso cui è un preambulum fidei il concetto di attore sociale (come unità indissociabile di coscienza e azione), ma anche della quale è una deriva categoriale secolarizzata.

Caro” in latino (S. Tommaso dice nel suo trattato De Ente et Essentiaos et caro“) o “sarx“in greco, è l’unità del dire, con S. Agostino, “questa carne è un’anima”. In tal modo si può rispondere alle contraddizioni 1-4 di cui sopra, sostenendo che l’attore sociale, come persona, non sarà per sempre alienato dai mezzi di produzione, perchè in essi o nel lavoro svolto con essi già si esprime (come l’anima rivelandosi nel corpo, la vivifica, sia pure imperfettamente), e l’attore sociale può cambiare il mondo, sia pure imperfettamente, e fare, sempre imperfettamente, della storia il suo campo d’azione e di espressione (sia pure imperfettamente, in ragione di provvidenziali limiti e del protagonismo della provvidenza nella storia, rispetto alla quale l’uomo è solo comprimario e deuteragonista).

 

METODO SOCIOLOGICO E DIALETTICA

La dialettica sociale sarà pertanto mediazione, confronto e conflitto di persone, le cui condizioni materiali e le cui disposizioni interiori nono sono mai prive di una consonanza (e di una costante dissonanza) etica e spirituale, circa gli oggetti ed i fini ultimi dell’agire sociale. Non è difficile immaginare una dialettica dell’agire storico che tenda ad una mediazione finale di tutti in tutto; nello stesso tempo non è possibile immaginare una fine della storia dei conflitti tra le classi, mentre è possibile immaginare una mediazione sempre attiva tra di esse, con risultati pacifici e riformisti, anzichè rivoluzionari.

La scienza sociologica in questo trarrà dalla dialettica, come mediazione e apprendimento, una mappatura e un principio guida dell’agire sociale in conformità alla logica della situazione.

Lo studio del comportamento sociale sarà studio della dialettica e della sua mediazione, come fattori di produzione di prassi sociale. Nel far questo una tale dialettica funge da programma metafisico per la sociologia, la fisica sociale indagata dalla sociologia sarà infatti una tale “dialettica di mediazione”.

Per le teorie sociologiche particolari, da inquadrare in una tale cornice metafisica, tre saranno gli strumenti di controllo e confutazione/falsificazione:

  1. La matematica più vicina alla sociologia, cioè la statistica frequentistica, da impiegarsi per distruggere il valore di una teoria concorrente e falsificarla.
  2. La logica dialettica e paraconsistente del linguaggio fuzzy delle topiche linguistiche, una topica ancora da definire nei suoi particolari aspetti, che escogiterà i controlli dialettici vaghi e sfumati delle teorie sociologiche, permettendo di scegliere tra i ritratti di famiglia alternativi e dialetticamente opposti  delle “formazioni sociali” indagate.
  3. L’esperimento olistico del sociologo, cioè la sua auto-osservazione, in qualità di fatto sociologico, nel contesto sociale, …ma anche come punto di rottura della continuità sociologica tra uomo e società. Così compiendo un esperimento sia mentale che empirico (Gli altri esperimenti olistici saranno varianti, con l’impiego di altri soggetti, terzi rispetto al sociologo, di questa auto-osservazione di base, vale a dire i campioni e i consueti test e questionari somministrati a gruppi di controllo).

 

NUCLEO DEL MATERIALISMO DIALETTICO ATTUALE 

Prima di fare questo occorre demolire, non tanto le tesi vetero-marxiste sulla dialettica, quanto piuttosto quella forma di materialismo che, dopo aver avuto una forma pura ed influente nel marxismo, oggi non cessa di apparire sotto diverse e nuove forme nei vari tipi di comportamentismo in voga in sociologia e che per paradosso hanno ereditato l’humus marxista, nel mentre hanno screditato (complice il monstrum dell’hegelismo) definitivamente la dialettica.

Invece la dialettica, nella sua accezione tomistica e aristotelica, merita di essere riabilitata, almeno in parte e riveduta alla luce di una più sofisticata logica e teoria matematica.

Intanto la dialettica materialistico-marxista ed i suoi epigoni postmoderni, post-fisicalisti o fisicalisti sofisticati, hanno un loro equivalente, e forse un nucleo, nella teoria, di lunga data, per cui i processi mentali sarebbero condizionati da quelli cerebrali. Teoria che ha trovato forti sostenitori nella teoria computazionale della mente, da Turing a Putnam, passando attraverso la Unified Theory of Cognition (UTC) di Herbert Simon e Allen Newell, la tesi della strong Artificial Intelligence e la Physical Symbols System Hypothesis (teoria per cui la mente è un corpo che manipola simboli materiali, ipotesi criticata tra gli altri da Searle con la sua Chinese Room, Dreyfus e la conoscenza inconscia non formalizzabile e Brooks ed i suoi robot intelligenti che non manipolano simboli).

Sarà quindi chiarificante  esaminare alcune obiezioni a questa teoria (processi del cervello come fonte unica dei processi della mente), per quanto il tema dei rapporti mente-corpo sembri distante dal tema della coscienza sociale in rapporto alle prassi economiche, se non altro perchè entrambe le teorie hanno la stessa struttura (materialistica), per poi impiegare le medesime obiezioni  contro l’analoga teoria (materialistica) marxista in campo sociale.

 

COSCIENZA MATERIALE, FISICALISMO E MARXISMO

Molte neuroscienze attuali oggi propongono l’equivalenza materialistica, come proposta p.e. nell’analoga teoria di Thomas Compton (il noto fisico), tra una decisione improvvisa (o un atto di libera volontà e coscienza) e un salto quantico casuale puro.

Popper considerava quel tipo di fisicismo quantistico della mente un falso riduzionismo della libera volontà/consapevolezza ai processi del cervello,  non solo perché tali tipi di decisioni improvvise sono relativamente rare nelle normali decisioni umane, ma anche perché  un ruolo più profondo è giocato da “proposte, deliberazioni, piani, teorie, intenzioni e valori “, tutti casi intermedi tra una decisione improvvisa e una meditata.

La sua obiezione è simile, per contenuto, alle molte eccezioni rivolte al materialismo fisiologico-fisicalista della mente dal famoso fisiologo del cervello J. Eccles.

Nella voce MENTE (in Enciclopedia del Novecento, vol. IV, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma, 1979, pagg. 95- 97),  si riporta la seguente prolusione di J. Eccles (tra l’altro co-autore sui medesimi temi, con Popper, del notissimo libro “L’Io ed il suo Cervello”), che può esporre efficacemente gli argomenti contrari alla predominanza dell’elemento materiale nella generale costituzione della coscienza. Sottolineerò in grassetto questi argomenti, per poi sintetizzarli.

Viceversa, la chiusura del 1° mondo [si tratta del mondo fisico] è stata preservata con grande ingegnosità in tutte le teorie materialistiche della mente. Io dimostrerò ora che questa non è la loro forza, ma la loro fatale debolezza.

I materialisti danno grande rilievo all’apparente accordo fra le loro teorie sul rapporto cervello-mente e le leggi della natura che oggi conosciamo; che questo accordo sia illusorio è tuttavia dimostrato da due considerazioni di grande importanza.

In primo luogo nelle leggi della fisica o in quelle delle scienze che derivano dalla fisica – la chimica e la biologia – non v’è alcun riferimento alla coscienza o alla mente. Shapere sostiene questo concetto nelle sue dure critiche all’ipotesi pampsichistica di Rensch e Birch, in cui si proponeva che la coscienza o protocoscienza fosse una proprietà fondamentale della materia. Indipendentemente dalla complessità dei meccanismi elettrici, chimici e biologici, le “leggi naturali” non accennano in alcun modo all’emergere di questa strana entità non materiale, la coscienza o mente. Con ciò non si intende affermare che la coscienza non compaia nel corso del processo evolutivo, ma semplicemente che la sua comparsa non è conciliabile con le leggi naturali nella loro formulazione attuale. Per esempio, queste leggi non permettono di affermare che la coscienza compaia a uno specifico livello di complessità dei sistemi, come sostengono gratuitamente tutti i materialisti eccetto i pampsichisti. La loro convinzione che una coscienza primordiale sia presente in tutta la materia, presumibilmente anche negli atomi e nelle particelle subatomiche, non trova alcun fondamento nella fisica. Si possono anche citare le domande ossessive degli appassionati dei calcolatori. A quale stadio di complessità e di prestazione si può accettare di attribuire una coscienza a un calcolatore? Fortunatamente questa domanda carica di emotività non necessita di una risposta. Si può fare ciò che si vuole ai calcolatori senza timore di mostrarsi crudeli!

In secondo luogo, tutte le teorie materialistiche della mente sono in conflitto con l’evoluzione biologica. Dato che ciascuna di esse (pampsichismo, epifenomenalismo e teoria dell’identità) sostiene l’incapacità della coscienza di produrre effetti sul cervello e sul sistema nervoso, esse non sono assolutamente in grado di spiegare l’evoluzione biologica della coscienza, che è un fatto innegabile. È cioè innegabile il fatto che essa prima emerga e poi si sviluppi progressivamente con l’aumentare della complessità del cervello. Infatti, secondo la teoria dell’evoluzione, la selezione naturale permette che si sviluppino solo quelle strutture e quei processi che arrecano sostanziali vantaggi ai fini della sopravvivenza. Se la coscienza non produce effetti; il suo sviluppo non può essere spiegato dalla teoria dell’evoluzione. In base alla teoria dell’evoluzione biologica, la comparsa e lo sviluppo degli stati mentali e della coscienza potrebbero aver avuto luogo solo se essi determinassero effettive modificazioni negli eventi nervosi che si verificano nel cervello e di conseguenza modificazioni del comportamento. Ciò può avvenire solo se i meccanismi nervosi del cervello sono aperti alle influenze degli eventi mentali del mondo delle esperienze coscienti, in accordo col postulato fondamentale della teoria dualistico-interazionistica.

Infine la critica piú efficace mossa alle teorie materialistiche della mente è diretta contro il loro postulato centrale secondo cui gli eventi della macchina nervosa del cervello forniscono una spiegazione necessaria e sufficiente della totalità dell’essere umano, sia dal punto di vista comportamentale sia da quello dell’esperienza cosciente. Per esempio la volontà di compiere un movimento deliberato è considerata come “completamente determinata” da eventi che si verificano nella macchina nervosa del cervello, al pari di tutte le altre esperienze. Ma, come Popper afferma nella sua Compton Lecture del 1972: “Secondo il determinismo, ogni teoria, incluso lo stesso determinismo, esiste a causa di una certa struttura fisica di chi la sostiene – probabilmente del suo cervello. Di conseguenza, noi ci inganniamo, e siamo fisicamente condizionati a ingannarci, ogni volta che crediamo che vi siano argomentazioni o ragioni che ci spingono ad accettare il determinismo. In altre parole, il determinismo fisico è una teoria, che, se è vera, è insostenibile, poiché deve spiegare tutte le nostre reazioni, incluse quelle che ci sembrano convinzioni basate su argomentazioni, in base a condizioni puramente fisiche. Condizioni puramente fisiche, incluso il nostro ambiente fisico, ci fanno dire o accettare tutto ciò che diciamo o accettiamo”.

Questa è una efficace reductio ad absurdum. Tale critica si applica a tutte le teorie materialistiche. Siamo pertanto forzati ad accettare spiegazioni dualistico-interazionistiche del problema del rapporto cervello-mente, nonostante il loro straordinario assunto che vi sia un’effettiva comunicazione in entrambe le direzioni“.

 

OBIEZIONI DI ECCLES BASATE SULLE SCIENZE

Le eccezioni rivolte da Eccles al monismo materialistico per cui il fisicalismo del cervello spiega ogni processo mentale, apparentemente invisibile o mentale o privato o persino “spirituale”, sono in realtà basate sulle medesime scienze naturali invocate dagli stessi fisicalisti.

Si tratta delle seguenti:

  1. La chiusura del mondo fisico su sè stesso nello spiegare la coscienza (monismo) rende inesplicabile la sua emergenza, la mente non è infatti mai spiegata in forma riduzionistica dalle attuali leggi chimiche (biochimiche) o fisiche.
  2. Supporre che il cervello o la materia inorganica, chimica o biochimica, contengano (nel loro apparato legislativo) un prototipo della coscienza, seppur larvale, è il presupposto indimostrato e indimostrabile di tutti i materialismi. Non si può affermare la realtà fisica della mente, ricorrendo all’idea che essa sia un sistema di disposizioni, latenze, propensioni o funzioni della materia, per il semplice motivo che, come sottolinea Eccles, nè la fisica nè la bio-chimica conosciute permettono di descrivere, in alcun punto della loro formulazione, tali abbozzi embriologici di coscienza, nè nei tessuti viventi nè nelle “pietre” della mineralogia.
  3. Queste stesse leggi non permettono neanche di identificare il gradino di complessità di quei sistemi (tessuti viventi e “pietre”), in cui “emerga” un abbozzo di coscienza o di mente, come invece sostengono in modo menzognero, gratuito ed arbitrario tutti i materialisti (eccetto i più ingenui pampsichisti, i quali sono sicuramente in buona fede, causa la loro stessa ingenuità).
  4. Lo stesso buio osservativo, se non teorico, esiste sull’emergenza della mente nelle teorie computazionali/informatiche che si chiedono a quale livello di complessità “testabile” affiori (epi-fenomicamente) l’intelligenza artificiale. Il test di Turing non identifica affatto tale soglia di emergenza, perchè non consiste in alcuna osservazione empirica, ma piuttosto in un criterio arbitrario di definizione della “stanchezza emotiva” dell’esaminatore (tester), le cui domande ossessive ed appassionate alla macchina ad un certo punto si arrestano, non perchè si sia verificata l’emergenza di un’intelligenza artificiale, ma perchè il tester ritiene (o desiste dal negare) che il comportamento della macchina sia intelligente come quello umano. Intanto, è del tutto arbitraria l’equivalenza tra comportamento intelligente ed intelligenza (equivale a scorgere abbozzi di intelligenza nei tessuti viventi o nei minerali, anzichè nell’ascoltare e decodificare il software del linguaggio e del pensiero intelligenti, che si manifestano spontaneamente nell’argomentazione attiva di un interlocutore “vivo”). Inoltre, il test di Turing, ove superato in modo completo dalla data macchina, non ci impedirebbe di smentire l’intero criterio (come nè teorico nè osservativo), se solo si considera il fatto del tutto pragmatico…che nessuno si sentirebbe impedito dallo “spegnere” un calcolatore intelligente (anche se dotato di comportamento estremamente intelligente), senza per questo sentirsi crudele!
  5. Tutte le teorie materialistiche sulla “emergenza evolutiva” della coscienza sono, del pari, in errore secondo Eccles, dato che sono in conflitto con il concetto stesso di evoluzione biologica. Basti riflettere al fatto che pampsichismo, epifenomenalismo e teoria dell’identità materia-mente sostengano, normalmente, l’incapacità della coscienza di produrre effetti sul cervello e sul sistema nervoso (nello stesso modo in cui un buon marxista sostenga l’incapacità della coscienza individuale di fuggire dal condizionamento alienante dell’economia), perchè, così facendo, ci si renda conto dell’impossibilità dei due fondamentali meccanismi dell’evoluzione, la selezione naturale e l’adattamento. La selezione e l’adattamento, infatti,  permettono normalmente lo sviluppo di strutture e processi vantaggiosi per la specie ai fini della sopravvivenza, ma è chiaro che, se la coscienza non produce effetti evolutivi “positivi” (selettivi-adattivi) sul cervello e sul comportamento materiali, allora il suo sviluppo non può essere spiegato dalla teoria dell’evoluzione.  L’unico modo di ovviare a questa contraddizione sarebbe superare il materialismo ed ammettere che l’evoluzione faccia emergere una dualismo  tra mente e corpo, dove la prima sarebbe in grado di controllare interattivamente il corpo, con estesi condizionamenti in senso inverso.
  6. Eccles, infine, cita il noto argomento di Popper, per cui la stessa teoria del determinismo fisicalista della mente sarebbe e non sarebbe, contraddittoriamente, un contenuto mentale perfettamente determinato dalla struttura naturale del cervello. Qui, il fisicalismo (per estensione anche la conscienza-riflesso dei marxisti) è tacciato di auto-contraddizione. Che ragione vi sarebbe di argomentare il determinismo se siamo determinati a sostenerlo?

Ora, è facile estendere queste critiche alla coscienza di classe condizionata dai rivolgimenti economici della storia, basti sostenere che:

  1. La chiusura del mondo economico su sè stesso rende inesplicabile l’emergenza della coscienza rivoluzionaria marxista, la mente di Marx non è infatti mai spiegata in forma riduzionistica da leggi economiche o sociali o da profezie storiche.
  2. Supporre che le classi sociali o i mezzi di produzione contengano (nel loro apparato materiale) un prototipo della coscienza marxista o borghese, seppur larvale, è un presupposto indimostrato e indimostrabile.
  3. Queste stesse classi sociali o i mezzi di produzione o la loro storia economica non permettono neanche di identificare il gradino di complessità, in cui “emerga” l’uomo Marx o il borghese di sinistra o quello radicale.
  4. La dialettica storica come oggetto computazionale o profezia storica non identifica alcun criterio per distinguere nella maturità delle condizioni storico-politiche di un popolo l’emergenza di una rivoluzione “alle porte”, la menzogna della rivoluzione leninista-bolscevica in una Russia agraria nel 1917 ne è la prova lampante.
  5. Se la coscienza storico-dialettica-materialistica non altera, in modo indipendente, la storia, allora non solo la storia rivoluzionaria è impossibile, ma lo stesso sviluppo della rivoluzione è impedito dalla necessità storica (il che non è avvenuto in Russia ove nessuna necessità storica poteva registrarsi a proposito di un conflitto proletariato-borghesia, e dove la “necessità” delle locali condizioni agrarie dell’economia non hanno impedito la presa del potere da parte dei bolscevichi).
  6. Infine, la stessa teoria del determinismo dialettico marxista sulla mente riflesso è un’auto-contraddizione. Che ragione vi sarebbe di argomentare il fisicalismo-marxista se fossimo determinati a sostenerlo?

 

OBIEZIONE POPPERIANA BASATA SULLA STORIA

Le precedenti osservazioni, pertanto, sono state estese dalla falsità della coscienza-riflesso della struttura cerebrale alla falsità della coscienza-riflesso “marxista” delle strutture economiche.

Ma vi è di più, mentre queste osservazioni si basano sull’esame dello stato generale delle scienze, vi è un’altra notevole obiezione di K.R. Popper, questa volta basata sulla storia.

Questo argomento sembra, da un lato, una versione amplificata dell’argomento n. 6 di cui al paragrafo antecedente (auto-contraddittorietà della teoria fisicalista della mente), dall’altro appare l’obiezione forse più definitiva contro la coscienza-riflesso delle strutture economiche, a causa del suo riferimento ad una terribile “esperienza storica”, anzichè alle leggi delle scienze naturali.

L’argomento sostiene, quietamente, che la  trasformazione che la natura materialisticamente intesa (il mondo esterno, il nostro corpo, la natura, ecc.) soffre passivamente da parte entità non fisiche come la coscienza umana (“proposte, deliberazioni, piani, teorie, intenzioni e valori”) … è provata dalle terribili conseguenze su questo pianeta delle teorie politiche “marxiste” o “naziste” o “fasciste”, specie in termini di vite umane sacrificate! … Tutto questo è inesplicabile da parte del materialista e rende paradossale sia il materialismo sia il marxismo.

L’argomento mostra che gli argomenti logici, filosofici o politici, come il fisicalismo, sono tutt’altro che un’innocua simulazione e che considerare la coscienza una simulazione e insistere sulla preminenza di una realtà fisica, inorganica o organica, della materia (cervello materialista), implica la fatale contraddizione “storica” con molte porzioni innegabili della realtà, non solo con la creatività degli artisti, con la possibilità di “proporre” argomenti fisici originali, con l’efficacia trasformativa della scienza e della tecnologia e con la libertà politica, …ma anche con le conseguenze devastanti della politica e della scienza sul mondo, dai milioni di morti del comunismo, alle vittime nazi-fasciste, alle esplosioni nucleari in Giappone…

Popper ha, per il vero, suggerito che la coscienza sia un fenomeno intermedio tra determinismo puro e puro indeterminismo, tra una decisione improvvisa e una meditata (tesi del 1965), inoltre ha asserito che il materialismo di fatto sia inconfutabile, esattamente come l’idealismo, per cui la sua tesi a favore dell’indipendenza della coscienza dal cervello andrebbe ritenuta, in verità, una sorta di dualismo-interazionistico, frutto di una finemente argomentata mediazione culturale tra i due campi.

Rimane, comunque, dichiaratamente valido il punto di vista argomentativo, per cui la prova razionale a favore dell’esistenza indipendente di teorie e miti politici (e di menti) sia data dal fatto che le nostre idee e teorie personali possono cambiare (e lo hanno fatto) il mondo storico e fisico, in modo “storiograficamente” devastante.

Infine è un fatto che la trasformabilità della materia sotto l’azione della coscienza strida con il marxismo, in quanto

  1. è un dato storico che K. Marx fosse un borghese, che con singolare contraddizione pragmatica, accusasse di interesse di classe altri borghesi, senza tener conto della sua coscienza-riflesso di classe, ed anzi senza esserne determinato.
  2. è sicuro come, da un lato, sostenesse, mentendo, che la sua teoria politica fosse interamente determinata dalla materia dell’economia, e nel medesimo tempo attribuisse, illogicamente, alla filosofia il compito di “cambiare il mondo” (versione sociologico-marxista dell’auto-contraddittorietà della teoria fisicalista della mente, obiezione n. 6 del prec. par.).

 

OBIEZIONE QUASI-LOGICA A MARX: INCOMPLETEZZA/AUTOREFERENZA

Marx ha avviato, assegnando alla propria teoria la missione filosofica di “cambiare il mondo”, una comprensione incompleta dello “sviluppo storico” delle persone reali. Ne ha accentuato l’aspetto materiale, ridimensionando l’imponente fenomeno della mente, plasmata non solo dal cervello (la teoria computazionale non è del tutto errata, come il trionfo dei computer dimostra, anche storicamente), ma “anche” da miriadi di fonti, occorre dirlo, anche “misteriose”, in quanto i germi della mente individuale sono depositati come minimi semi di senape nella cultura, nella scrittura, nelle tradizioni orali, nella civiltà, negli altri, intesi come persone e come unità consonante-dissonante di mente e corpo. A tacere del fatto che le menti letteralmente “viaggiano” attraverso il linguaggio, verso altre menti, al di là dei confini del cervello e del corpo…

Proprio il fatto che la missione assegnata dai materialisti di tutti i tempi, incluso Marx, alla sociologia (o filosofia o filosofia politica) sia quella di far trionfare il materialismo, cambiando secondo questa declinazione, anche in forma rivoluzionaria, l’uomo, la società e la storia, – non è privo di interesse rilevare una forte obiezione di carattere logico ed epistemologico alla teoria.

Occorre partire dall’interessante  osservazione di Popper, il quale ha argutamente sostenuto che non vi è nè prova nè contro-prova (empirica, logica e filosofica) a favore o contro il materialismo, si tratterebbe di una teoria sia inconfutabile che indimostrabile (come peraltro lo sarebbe un qualsiasi contrapposto idealismo). Per il semplice fatto che Marx (o dopo di lui il marxista, il fisicalista postmoderno o il teorico computazionale della mente) avrebbe potuto sempre ridurre ogni contro-argomento ad una prova della sua “nuova” teoria (il contro-argomento sarebbe stato ridotto a un risultato storico della lotta di classe e accostato ad una apposita verifica dei fatti sociali, accuratamente espressi in forma marxista, affinché la teoria risulti ancora giusta e immune da  confutazione).

Popper sta dicendo che il materialismo è una teoria metafisica (inattaccabile sul piano logico, empirico e filosofico). Tuttavia, dice Popper, è sempre possibile fornire un’argomentazione critica o un’obiezione  argomentata a teorie metafisiche come il materialismo, almeno ispirandosi, anche in forma metaforica, a semplici argomenti logici ed epistemologici (una tecnica argomentativa, quella “quasi-logica” qui proposta, già identificata e messa in risalto anche dal teorico Polacco dell’argomentazione Chaim Perelmann).

La contro-prova “quasi logica” che si intende offrire è la seguente.

Occorre riflettere attentamente sul fatto che se la teoria di Marx non ammette alcuna confutazione, ciò dimostra “correlativamente” che Marx non è mai in grado di completare neanche i suoi argomenti “a favore” del materialismo storico!
La mancanza perenne di “possibile” contro-prova ha per necessario risvolto anche l’assenza di fine al processo di prova! Nessuna persona reale può sfuggire ad un’analisi storica materialistica, quindi nessuno può trascendere Marx (la sua teoria), nello stesso tempo Marx non può produrre una prova immanente e definitiva del marxismo!

Come spiegare epistemologicamente questa perenne incompletezza? Quale la sua origine, logica o quasi logica?

Secondo la mia opinione, spiega perché la teoria di Marx sia incompleta (in parte vera e parzialmente falsa), nel modo appena esaminato, l’accostamento (chiaramente argomentativo-metaforico, quasi logico, quasi epistemologico e metafisico) della filosofia marxista al c.d. “Russell’set”, l’insieme di Russell.

Annidato nei fondamenti della matematica, questo insieme scoperto da Russell, è l’insieme degli insiemi che non contengono sè stesso. E’ esemplificato dal concetto di numero, cioè l’idea che il numero sia una classe di classi, per esempio il tre è la classe delle terne. Ed è facile verificare che il numero “tre” è un insieme che non contiene sè stesso, dato che le terne non sono un tre. Nello stesso tempo è del tutto strano che il tre non contenga un banale “tre”!

Il paradosso è apparso la prima volta nel 1901 nei Principi della Matematica di cui Russell era co-autore.

Il materialismo del Marx sembra essere, proprio, una specie di tale insieme: nel mentre “spiega ogni ideologia o coscienza o mente” come prodotto condizionato della struttura materiale economica della storia, non riesce a spiegare (includere) sè stesso nella spiegazione.

Cioè, tentando di completare la prova a favore del marxismo in ambito storico-economico, cioè tentando una “auto-referenza esplicativa” in termini storici del marxismo stesso, il marxismo rivela di essere un “Russell’set”, “l’insieme degli insiemi che non contengono sè stesso”!

Basti pensare che il marxismo

  1. non dovrebbe includere/spiegare se stesso (perché posto fuori dalla storia essendo una “profezia storicista”, che profeticamente non ammette alcun contro-esito/controesempio storico che possa minacciarne la verità),
  2. ma dovrebbe “anche” includere se stesso (perché ogni ideologia, anche quella marxista dovrebbe essere un risultato storico).

Una contraddizione impossibile da superare! Nutrita di incompletezza e fallimentare auto-referenza!

 

METODO QUASI MATEMATICO DELLA SOCIOLOGIA

Vi è una via di fuga significante dall’insieme di Russell, la nota teoria dei tipi (proposta peraltro da Russell): basta fabbricare concettualmente un insieme tipologicamente superiore, alla classe delle classi che non contiene sè stessa (il tre che non contiene il tre). Per esempio, sostenendo che il tre non possa mai essere equiparato ad una terna (un pò artificioso, in senso semantico, ma possibile).

Un’alternativa interessante è invece rendere comprensibile il Russell’set come autoreferenza fuzzy (il barbiere che rade sè stesso sarà allora vagamente parte “sia” dell’insieme degli uomini che si radono da soli “sia” di quelli che radono gli altri), anzichè permanere nella contraddittorietà insignificante.

In tal modo, il marxismo, la dialettica e la teoria computazionale della mente potrebbero essere una “vaga” porzione della verità…

Si apre anche, allora, l’orizzonte speculativo del poter recuperare come significante “tout court” la stessa dialettica generale, la cui cornice matematica non sarà quindi solo quella di regole metaforiche e di tecniche confutatorie del tutto sofistiche, aleatorie ed imponderabili. Sarà possibile pensare a regole formali fuzzy per i controlli dialettici delle teorie sociologiche in competizione, ad insiemi e numeri fuzzy per formulare i teoremi sociologici ed a controlli sulle teorie sociologiche forniti da algoritmi o tester quasi matematici …

All’interno di questo orizzonte la sociologia, da scienza per definizione imprecisa, diverrà per effetto della vaghezza “definita e accettata nel suo status teorico”, ad immagine della significanza e re-interpretazione fuzzy del Russell’set!

 

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…TESTO IN CITAZIONE

La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi.

Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta.

Nelle epoche passate della storia troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in differenti ordini, una molteplice graduazione delle posizioni sociali. In Roma antica abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel medioevo signori feudali, vassalli, membri delle corporazioni, garzoni, servi della gleba, e, per di più, anche particolari graduazioni in quasi ognuna di queste classi.

La società civile moderna, sorta dal tramonto della società feudale, non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta.

La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si distingue però dalle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L’intera società si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l’una all’altra: borghesia e proletariato.

Dai servi della gleba del medioevo sorse il popolo minuto delle prime città; da questo popolo minuto si svilupparono i primi elementi della borghesia.

La scoperta dell’America, la circumnavigazione dell’Africa crearono alla sorgente borghesia un nuovo terreno. Il mercato delle Indie orientali e della Cina, la colonizzazione dell’America, gli scambi con le colonie, l’aumento dei mezzi di scambio e delle merci in genere diedero al commercio, alla navigazione, all’industria uno slancio fino allora mai conosciuto, e con ciò impressero un rapido sviluppo all’elemento rivoluzionario entro la società feudale in disgregazione.

L’esercizio dell’industria, feudale o corporativo, in uso fino allora non bastava più al fabbisogno che aumentava con i nuovi mercati. Al suo posto subentrò la manifattura. Il medio ceto industriale soppiantò i maestri artigiani; la divisione del lavoro fra le diverse corporazioni scomparve davanti alla divisione del lavoro nella singola officina stessa.

Ma i mercati crescevano sempre, il fabbisogno saliva sempre. Neppure la manifattura era più sufficiente. Allora il vapore e le macchine rivoluzionarono la produzione industriale. All’industria manifatturiera subentrò la grande industria moderna; al ceto medio industriale subentrarono i milionari dell’industria, i capi di interi eserciti industriali, i borghesi moderni.

La grande industria ha creato quel mercato mondiale, ch’era stato preparato dalla scoperta dell’America. Il mercato mondiale ha dato uno sviluppo immenso al commercio, alla navigazione, alle comunicazioni per via di terra. Questo sviluppo ha reagito a sua volta sull’espansione dell’industria, e nella stessa misura in cui si estendevano industria, commercio, navigazione, ferrovie, si è sviluppata la borghesia, ha accresciuto i suoi capitali e ha respinto nel retroscena tutte le classi tramandate dal medioevo.[…]

Ogni società si è basata finora, come abbiamo visto, sul contrasto fra classi di oppressori e classi di oppressi. Ma, per poter opprimere una classe, le debbono essere assicurate condizioni entro le quali essa possa per lo meno stentare la sua vita di schiava. Il servo della gleba, lavorando nel suo stato di servo della gleba, ha potuto elevarsi a membro del comune, come il cittadino minuto, lavorando sotto il giogo dell’assolutismo feudale, ha potuto elevarsi a borghese. Ma l’operaio moderno, invece di elevarsi man mano che l’industria progredisce, scende sempre più al disotto delle condizioni della sua propria classe. L’operaio diventa un povero, e il pauperismo si sviluppa anche più rapidamente che la popolazione e la ricchezza.”

(Karl Marx, Il manifesto del partito comunista, Editori Riuniti, Roma 1962)

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