Socializzazione Primaria

Trasmettere ai figli la propria “informatica sociale” è un espressione riduttiva sicuramente, ma esprime lo sforzo di educare il figlio o il minore di età.

Cosa si può congetturare che sia l’oggetto di questa socializzazione primaria?

La psichiatria infantile sembra suggerire che si tratti della capacità di amare l’altro e di amare la vita (propria come altrui), conseguendo una gioiosa realizzazione di obiettivi condivisi e onestamente riconosciuti dalla società (e non vi sarebbe forma più alta di educazione e di informatica di prassi apprese).

Più sinteticamente: Educazione alla gioia intesa come sostegno per una vita in crescita ed educazione come crescita della gioia.

 

SOCIALIZZAZIONE PRIMARIA DEI MINORI E INFORMATICA SOCIALE

Se la socializzazione è quel processo di trasmissione di informazioni attraverso pratiche e istituzioni capaci di trasmettere alle nuove generazioni il patrimonio culturale accumulato fino a quel momento, ciò dipende dal fatto che ogni società ha una vita più lunga rispetto agli individui che la compongono.

Ciò nonostante, il patrimonio culturale di una società non può avere di  mira altro che la conservazione e l’unione degli individui in formazioni sociali sempre più progredite, per favorire il bene dei singoli, di tutti e della società, senza mancare a nessuno di essi (ofelimità o, più semplicemente, amore sociale).

Questo patrimonio (informatica sociale primaria o educazione o socializzazione primaria) comprenderà l’insieme delle competenze sociali di base e competenze specialistiche che diversificheranno la società, la terranno unita e sosterranno una positiva conoscenza di regole per unire le più diverse formazioni sociali (amore sociale).

Per “socializzazione primaria”, in concreto, invece, si intende l’operazione di dotare di conoscenze di base nei primi anni di vita il bambino, fino circa l’inizio delle scuole primarie. Perciò, la socializzazione è un processo di apprendimento che riguarda il bambino,  cioè un essere dotato di grande plasticità, per fargli conseguire verso la vita in generale, quantomeno, un duplice atteggiamento

  • di stabilità affettiva (specialmente attraverso il frequente contatto fisico con i genitori e gli educatori) e
  • di abitudine al rapporto dialogico con i genitori, come preludio alla più complessa comunicazione all’interno della (più ampia) società umana.

Il rapporto che va formandosi, attraverso la condotta dei genitori nell’educare il bambino, determina, nei fatti, l’interiorizzazione di “regole” da parte del neonato, ma il senso di tali regole non è l’ordine come fine o un certo ordine di “mere regole”, bensì l’ordine di quelle regole che incorporano e incarnano un fine ad esse trascendente: Quello di spingere il bambino ad amare madre, padre, famiglia,  e un numero sempre più elevato e diversificato di individui, sia pure mantenendo stabile la propria identità.

In questo processo si possono distinguere due componenti che corrono parallelamente:

  • L’informatica sociale che sviluppa l’amore per la propria comunità: Il riconoscersi simili ad un determinato gruppo.
  • L’informatica sociale che sviluppa l’individuazione: Cioè lo scoprire, da parte del bambino, la propria specificità personale.

 

EDUCAZIONE COME SOSTEGNO AFFETTIVO E COGNITIVO

Sono del tutto appropriate le espressioni della psichiatria infantile che vedono negli atti del sostegno morale ai bimbi una forma educativa del tutto promozionale delle loro abilità, ed una promessa di gioia per l’intera società.

Alan Kazdin è Professore di Psicologia e Psichiatria infantile alla Yale University e direttore dello Yale Parenting Center; è inoltre ex presidente della American Psychological Association e oggi tiene un corso aperto al pubblico su Coursera: “Everyday Parenting: The ABCs of Child Rearing”.
Dall’angolo di visuale della psichiatria infantile, si è posto un problema: come sostenere i figli davanti alle piccole o grandi delusioni della vita?

Come adulti, i bambini a volte falliscono. E quando lo fanno, i genitori troppo spesso non reagiscono. Immaginano che il fallimento sia una parte della vita, che insegni una lezione importante.
Ma potrebbe non essere così. La psicologia infantile ha oggi una migliore comprensione di quali metodi educativi dei genitori, veramente, aiutino i bambini a imparare dai loro piccoli fallimenti.
Quando un bambino sbaglia, si possono offrire due soluzioni. La prima è il conforto dei genitori (questo può sembrare un po’ ovvio e, giustamente, la maggior parte dei genitori si ferma qui).
Ma la seconda soluzione è meno ovvia: insegnare ai bambini la tenacia che costruisce la loro capacità di gioire in futuro.

 

GIOIA E INFORMATICA SOCIALE

Al di là della sua espressione apparentemente sentimentale, per gioia sociale deve intendersi il modo sociale di condividere e riconoscere con onestà il successo e la felicità di noi stessi, con, insieme (anche contro) altre persone, ma pur sempre:

  • come frutto di una lavoro, di uno sforzo, di una collaborazione sia individuale che collettiva,
  • che appartiene al futuro, ma che diventa presente e che, inevitabilmente, trascorre verso il passato,
  • ma mai di discosta dal rispetto di regole condivise.

Ora, per Alan Kazdin, la tenacia è ciò che guida le azioni come persistenza nel concludere un compito, resistere alla frustrazione, impegnarsi nel tempo e trovare approcci creativi a un problema difficile.
Perciò, la capacità di procedere per continui tentativi ed errori, sin da piccoli, secondo la ricerca psichiatrica, garantisce una maggiore probabilità di successo nella scuola, nella carriera e nelle relazioni personali.
Il modello dei genitori è essenziale per insegnare la sensibilità, la tenacia, l’onestà e l’altruismo. I genitori che lottano notevolmente con qualcosa potrebbero, certamente, offrire un esempio “eroico” per un figlio, che poi dedica uno sforzo speciale a un compito. Ma il metodo proposto è più prosaico e, ciò nonostante, molto efficace.

Occorre lodare subito il bambino, non solo dopo attività speciali come lotta, maratona o altre iniziative in cui il bambino sacrifica il suo tempo di gioco, un pasto o la socializzazione con gli amici. Occorre, soprattutto, farlo dopo i più piccoli segnali di sforzo in attività normali.
Per esempio, gratificarlo con un complimento se lavora su un puzzle, se prova qualche sfida con un gioco o un giocattolo, se fa un lavoretto che richiede tempo e fatica.
Non solo, l’attività da lodare potrebbe, e dovrebbe, anche essere divertente, cioè un’attività a metà tra gioco e impegno, svolta in un tempo privo di rimproveri o correzioni severe. Il bambino dovrebbero, in altre parole, divertirsi, pur imparando, allo stesso tempo, tenacia e capacità di intravedere un futuro migliore.

[Fonte http://www.time.com: ediz. 9 dicembre 2018, titolo: „So Your Child Has Failed. Here’s What to Do Next”]