Cultura e Fake News

LA CULTURA UMANA COME INFORMATICA SOCIALE

Con questo termine possiamo intendere un nuovo campo d’osservazione per il sociologo: la rete delle informazioni sociali, come network matematizzabile, delle informazioni che i nodi sociali degli attori sociali scambiano con altri nodi, e con quel particolare nodo speciale che è la società, come ambiente e come logica della situazione.

Quest’informatica sociale è una rete di conoscenze schematiche o economiche, che condensa in regole tecniche l’esperienza di generazioni, risparmiando a ciascuno di noi la faticosa ricerca della soluzione, attraverso innumerevoli tentativi ed errori.

Ogni generazione, ogni uomo, non deve ricominciare da capo a imparare come si costruiscono gli utensili, i rifugi, come si caccia e come ci si difende dai pericoli dell’ambiente particolare in cui si vive. Si impara per imitazione degli “anziani” e per un insegnamento impartito da questi ultimi in modo esplicito.

La rete vede ogni uomo appropriarsi della cognizione, mentre la produce soggettivamente, l’adatta, l’impiega e la deposita oggettivamente in qualche supporto di memoria non dissimile da quello da cui l’ha appresa, cioè un supporto presente negli altri individui, altri corpi, altre menti e cervelli, altro ambiente e situazioni sociali.

Vi è sempre, inoltre, un’interazione tra conoscenza innata e conoscenza acquisita. La conoscenza innata (come camminare, scappare, distinguere pericoli) è sempre arricchita da tentativi ed errori soggettivi, dell’”uomo di oggi”, dall’esperienza, dalla memorizzazione di informazioni intorno all’habitat (facilitata dalla curiosità istintiva) e dall’esercizio, facilitato dal gioco (che è anch’esso mosso da spinte innate molto contigue a quelle della curiosità e dell’esplorazione).

Ora, questa interazione con la cultura, qualcuno ha sostenuto, avviene per prima cosa attraverso la scrittura e in tale ambito la trasmissione scritta dell’informatica sociale sarebbe dominante. G. Deleuze ha persino sostenuto che l’eventuale scarto, esistente fra la produzione scritta e la pratica orale della filosofia, dovrebbe essere risolto a favore del testo scritto.

Una tale tesi appare chiaramente insostenibile, fuori dal ristretto ambito della filosofia, per la nostra “informatica sociale”.

Certamente, l’influenza della scrittura sulla qualità della vita umana è stata fino a oggi passata in sott’ordine, sicuramente, laddove meriterebbe un esame approfondito, che è stato avviato stranamente solo di recente. Il passaggio a un mondo influenzato dalla scrittura costituisce la svolta più decisiva nella storia della società umana.

Tuttavia, l’accrescimento del dominio sull’ambiente è facilitato, anzitutto, dalle forme di cooperazione sociale e di divisione dei compiti, cioè da prassi, che integrano sia il linguaggio sia il simbolismo astratto di un qualche tipo di scrittura o rappresentazione pittorica del mondo esterno.

È la prassi sociale, integrata (come il regolatore di Watt esemplificato da Gelder) con linguaggio, gesti e simboli dell’uomo più antico che, solo eventualmente si è trasformata in scrittura, producendo quell’enorme potenziamento delle funzioni mentali al servizio della tecnica che è rappresentato dalla memoria utilitaria.

Ma è chiaro che la trasmissione orale linguistica precede la scrittura poi, l’accumulo delle informazioni che viene reso possibile supera le capacità mentali dell’individuo storico, diventa la memoria del gruppo e poi della specie, diventando un deposito di dati (di un certo tipo di dati) che può essere accresciuto quasi senza limiti, uno strumento inconcepibilmente potente di dominio.

La trasmissibilità delle informazioni sulle cose è dunque in sé la più importante delle invenzioni umane; essa ha effetti esplosivi, dirompenti; essa permette agli uomini di non ricominciare ogni volta da capo (per ogni generazione) a scoprire l’ambiente e il modo di dominarlo, e una volta scoperto questo vantaggio premia e favorisce modalità di organizzazione sociale che consentono la conservazione dell’informazione memorizzabile.”

Tuttavia, non va mai dimenticato che il deposito o il supporto di tale conoscenza è anche il nostro corpo, la nostra mente e memoria, oppure gli altri, la loro parola, la loro scrittura, le nostre biblioteche, oppure l’ambiente naturale modificato della nostre città…in una sola parola, ma evocativa, il deposito multidimensionale sono gli “anziani”, cioè qualsiasi parte del nostro passato che possiamo contrassegnare in senso lato come “anziano”.

 

INFORMATICA SOCIALE COME OLOGRAMMA FUZZY

Per tali motivi, ognuno di noi è “ologrammaticamente” la cattedrale della cultura umana, ma solo in certa misuraSiamo nodi, a un tempo giovani ed anziani, della rete e siamo rete noi stessi.

E in certa misura, in modo paraconsistente e paradossale, ciascuno di noi non è, in modo sottoinsiemistico fuzzy, la basilica della cultura mondiale e della sua informatica sociale. In modo complementare ed equivoco, noi non siamo (giovani o anziani che sia) nodi della rete e rete noi stessi.

L’apprendimento è senza fine.

 

FAKE NEWS E CULTURA DEMOCRATICA

Fatte le precedenti premesse, è interessante analizzare l’interazione tra quella cultura, inclusa o sotto-informatica sociale, che possiamo definire “Democrazia o società democratica”, – e – le false notizie che si designano con l’espressione, oggi di moda, “fake news”.

E’ noto come sia difficile, oggigiorno, distinguere tra una notizia genuina ed una artefatta; i media di qualità sono costretti a competere con i siti-web di disinformazione, i quali, secondo gli editori di giornali, mettono in serio pericolo il loro stesso modello di business.

Per “fake news” possiamo intendere una serie combinata di false informazioni deliberatamente diffuse allo scopo di manipolare l’opinione pubblica e destabilizzare un’istituzione, uno stato o un processo democratico.

Questa definizione vale a distinguerle da dicerie, bufale, propaganda, teorie complottistiche, fatti alternativi o semplici errori, così impedendo l’abuso del termine “notizie false”, laddove l’uso polimorfo del concetto tenderebbe, invece, a minimizzarne l’ambito.

La questione è: come una falsa informatica sociale, come le prassi e le notizie false associate alle “fake news,” concorre a demolire una cultura democratica?

La loro diffusione [fonte: articolo su LE SOIR, http://www.plus.lesoir.be, ediz. 11.11.2018] sembra creare quasi un nuovo tipo concorrente o competitivo di ordine morale, il perchè è legato al fatto che:

  • Esse hanno l’aspetto ed il tenore delle vere informazioni,
  • usano gli stessi codici espressivi giornalistici (spesso ridotti a un titolo shock accompagnato da un’immagine), hanno un’ampia diffusione (virale),
  • sono spesso supportati dall’uso nascosto di potenti algoritmi informatici (che consentono di indirizzare con precisione la diffusione delle informazioni presso una ben determinata audience) e
  • sfruttano la credulità degli utenti Internet (spesso propensi a condividere contenuti ad alto contenuto emotivo, rafforzandone le convinzioni).

In proposito, il Massachusetts Institute of Technology (MIT) è stato in grado di dimostrare che le fake news ha una probabilità aggiuntiva del 70% di essere ri-twittate, rispetto alle informazioni verificate, e che si diffondono 6 volte più velocemente.

Con 2 miliardi di utenti, Facebook è diventato il vettore preferenziale per la diffusione di fake news da parte sia di organizzazioni criminali sia di Stati, come la Russia o la Cina. Questo social è stato massivamente usato nel caso delle elezioni presidenziali americane del 2016 e in quello del referendum nazionale sulla Brexit in Gran Bretagna, i cui risultati, in entrambi i casi, sono stati influenzati in modo significativo dalle campagne di disinformazione lanciate da hacker con sede a San Pietroburgo o a Pechino.

 

LA DISINFORMAZIONE COME NUOVO ORDINE

Chi partecipa alla diffusione di false notizie, concorre a demolire un certo processo democratico e a creare un nuovo tipo di società, nello stesso tempo, e in senso più generale ed universale, diventa oblio e fattore di oblio verso la cultura umana tout-court, anche se su scala ridotta.

Le fake news determinano, infatti, un regresso, per quanto piccolo e locale, nella trasmissione delle informazioni tradizionali; il fenomeno potrebbe anche avere effetti potenzialmente esplosivi, dirompenti (ma solo se qualche evento esterno fosse in grado di amplificarne l’efficacia). A livello locale, intanto, la falsità permette agli uomini di ricominciare daccapo, di annullare il lavorio di precedenti generazioni per l’accumulo di verità e conoscenze anche tecnologiche, se per tecnologia si intende anche la costruzione di organizzazioni sociali che consentono la conservazione dell’informazione memorizzabile.

Se ognuno di noi è “ologrammaticamente” la cattedrale della cultura umana, ma solo in certa misura, allora in qualche misura le fake news distruggono ad un tempo noi stessi e la nostra cultura.

 

INFORMAZIONE CONTRO DISINFORMAZIONE

Diverse metodi sono stati suggeriti, per contrastare il fenomeno. Oltre ai tradizionali canali giudiziari, operanti negli Stati Uniti o in Irlanda, alcuni stati sostengono la necessità di una regolamentazione più severa dei social network (questo è il caso della Commissione europea). Altri paesi stanno intraprendendo, invece, un percorso legislativo sistemico; è il caso della Francia, che ha adottato una “legge anti-fake news”, che per il vero si scontra con alcuni fondamentali principi di libertà d’espressione.

Ma vi è anche chi sostiene l’idea di programmi di alfabetizzazione mediatica avanzati; è il caso del Belgio, che, relativamente risparmiato dal fenomeno, ha optato per il sostegno al potenziamento della cultura del “controllo dei fatti”, costituendo un fondo governativo di 1,5 milioni di euro a questo scopo.

Anche ragioni economiche sostengono lo sforzo di opporre l’informazione alla disinformazione.

La principale ragione di opposizione, da parte dell’editoria di qualità, risiede nel fatto che, essendo molto più economico produrre centinaia di contenuti sensazionali, piuttosto che informazioni verificate e approfondite, l’aumento di visibilità di un particolare mezzo di comunicazione come i social, per mezzo delle “fake news”, è sia rapido che  subito in grado di accelerare la produttività delle campagne pubblicitarie di, per esempio, Facebook o Twitter, i quali, grazie all’elevato traffico delle “trappole-clic” dei contenuti fake, ricevono una quota significativa di ricavi pubblicitari dagli “ads” (annunci pubblicitari) collegati alle fake news.

Questo fatto va a scapito, chiaramente, dell’industria pubblicitaria convenzionale che si appoggia alla stampa di qualità, la quale perde contemporaneamente questi finanziatori tradizionali, oltre che una consistente parte di lettori.

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