Informatica Sociale

LA CULTURA COME INFORMATICA SOCIALE

Come l’attore sociale è, secondo una metafora computazionale in voga, il soggetto programmato, meno spesso programmatore, dalle/delle prassi linguistiche, culturali e materiali del vivere sociale, nel suo contesto storico o nella sua logica della situazione (dato che più spesso seguiremmo, più che creare, una serie innumerevole di codici morali, giuridici, di etichetta, di costume, di religione, ecc.), – così esisterebbe un deposito di programmi, un software culturale, al quale si attinge per vivere in società.

Questa metafora che accosta uomo a computer e cultura a software è sicuramente riduttiva, perciò la si abbandonerà subito in favore di un concetto più ampio, ma in qualche misura ancora debitore della logica computazionale, quello di informatica sociale, e al suo deposito come serbatoio di prassi da cui l’attore sociale attinge per economizzare il proprio training, come individuo o come parte di un gruppo e per il gruppo.

Questo termine, informatica sociale viene qui coniato, non per perpetuare l’idea che la cultura sia una singolo software o un insieme di programmi, ma perchè il termine potrebbe essere a utile a descrivere un nuovo campo d’osservazione per il sociologo: la rete delle informazioni sociali, come network matematizzabile, delle informazioni che i nodi sociali degli attori sociali scambiano con altri nodi, e con quel particolare nodo speciale che è la società, come ambiente e come logica della situazione.

 

INFORMAZIONE CULTURALE COME ECONOMIA DI TRAINING

Il termine informatica intende alludere a un sistema di istruzioni, ma non a quelle di un programma cieco, da eseguire ciecamente, ma come alla luce stessa delle informazioni che guidano gli attori sociali nell’operare cosciente o inconscio, ma sempre esplorativo, in favore della soluzione dei propri bisogni, o anche solo dei propri desideri, all’interno dell’ambiente della società, ed in reciproco aiuto in tale opera.

Lasciamo da parte il criminale e l’utilitarista (cioè gli operatori “sociali” che strumentalizzano a proprio favore i punti critici del sistema delle prassi), queste informazioni sono la guida luminosa che allena (training) gli attori societari ad unirsi e impiegare le proprie risorse umane, nella soddisfazione economica dei bisogni, i più ampi di numero, profondità e precisione, “propri ed altrui”. Quest’informatica sociale è una rete di conoscenze schematiche o economiche, che condensa in regole tecniche l’esperienza di generazioni, risparmiando a ciascuno di noi la faticosa ricerca della soluzione, attraverso innumerevoli tentativi ed errori.

Ogni generazione, ogni uomo, non deve ricominciare da capo a imparare come si costruiscono gli utensili, i rifugi, come si caccia e come ci si difende dai pericoli dell’ambiente particolare in cui si vive. Si impara per imitazione degli “anziani” e per un insegnamento impartito da questi ultimi in modo esplicito.

Non incidentalmente, occorre quindi rivalutare, e sempre, il ruolo degli “anziani”, sono loro i principali depositari dell’informatica sociale e il loro ruolo non può essere sottovalutato neanche a causa dall’invenzione della scrittura, come succedaneo, in una sorta di eterna giovinezza, dell'”anziano”.

 

INFORMATICA SOCIALE COME PROCESSO COGNITIVO OLISTICO

Quest’informatica sociale è omogenea al campo di quella “scienza della cognizione”, che sia in grado di superare il concetto di informatica come programma “culturale” cieco.

Gli uomini non apprendono la rete, e nella rete, intelligente della conoscenza sociale, come se si appropriassero superficialmente e incoscientemente di una simulazione di comportamento intelligente, o come eseguendo le istruzioni a catene lineari e cicliche (loop) di un software, in modo tale da potersi sottoporre con successo ad un ipotetico test di Turing, in cui la macchina sociale di “questo uomo” appaia umana e sociale!

Tim Van Gelder in What might cognition be, if not computation (1995) ed anche nel secondo tomo Dynamic approaches to cognition (1999) ha prospettato l’idea che la cognizione umana (quindi anche la cognizione sociale soggettiva e la conoscenza sociale oggettiva) sia un sistema integrato e dinamico in cui l’individuo, – immesso come cervello nella conoscenza e nell’interazione con il proprio corpo, l’ambiente esterno e gli altri individui e cervelli, – sia parte di un design olistico che non vivrebbe e funzionerebbe, senza l’individuo e le altre parti.

Gelder usa, per illustrare il modello di una cognizione dinamica integrata (soggettiva e oggettiva), l’esempio del regolatore di Watt, un sistema a rete composto

  • da un volano,
  • la cui velocità deriva da un motore a vapore,
  • il cui passo è ridotto dal volano stesso,
  • quando supera un certa velocità di soglia,
  • mediante una connessione meccanica a leva,
  • che deprime il funzionamento del motore a vapore (che accelera la velocità del volano, ecc.).

La rete del regolatore di Watt non è computabile, vi è un design totale della macchina (analogico e non digitale), che vede ciascuna parte fornire in autonomia un contributo alla conoscenza totale del sistema, variabile di momento in momento, …, e passando, metaforicamente, al modello della nostra “informatica sociale”, la rete vede ogni uomo appropriarsi della cognizione, mentre la produce soggettivamente, l’adatta, l’impiega e la deposita oggettivamente in qualche supporto di memoria non dissimile da quello da cui l’ha appresa, cioè un supporto presente negli altri individui, altri corpi, altre menti e cervelli, altro ambiente e situazioni sociali.

Vi è sempre, inoltre, un’interazione tra conoscenza innata e conoscenza acquisita. La conoscenza innata (come camminare, scappare, distinguere pericoli) è sempre arricchita da tentativi ed errori soggettivi, dell'”uomo di oggi”, dall’esperienza, dalla memorizzazione di informazioni intorno all’habitat (facilitata dalla curiosità istintiva) e dall’esercizio, facilitato dal gioco (che è anch’esso mosso da spinte innate molto contigue a quelle della curiosità e dell’esplorazione).

 

MULTIDIMENSIONALITA’ DEL SUPPORTO INFORMATICO-SOCIALE

L’interazione con la cultura, qualcuno ha sostenuto, avviene per prima cosa attraverso la scrittura e in tale ambito la trasmissione scritta dell’informatica sociale sarebbe dominante.

G. Deleuze ha persino sostenuto che l’eventuale scarto, esistente fra la produzione scritta e la pratica orale della filosofia, dovrebbe essere risolto a favore del testo scritto.

Una tale tesi appare chiaramente insostenibile, fuori dal ristretto ambito della filosofia, per la nostra “informatica sociale”.

Certamente, l’influenza della scrittura sulla qualità della vita umana è stata fino a oggi passata in sott’ordine, sicuramente, laddove meriterebbe un esame approfondito, che è stato avviato stranamente solo di recente. Il passaggio a un mondo influenzato dalla scrittura costituisce la svolta più decisiva nella storia della società umana.

Tuttavia, l’accrescimento del dominio sull’ambiente è facilitato, anzitutto, dalle forme di cooperazione sociale e di divisione dei compiti, cioè da prassi, che integrano sia il linguaggio sia il simbolismo astratto di un qualche tipo di scrittura o rappresentazione pittorica del mondo esterno.

Troviamo la cooperazione sociale anche nelle specie diverse dall’uomo, nel campo della caccia, della difesa dai predatori e nella protezione dei piccoli. Ma è nella specie umana che l’organizzazione sociale per dominare l’ambiente diventa estremamente articolata e complessa, e fa compiere un salto al dominio sull’ambiente.

È la prassi sociale, integrata (come il regolatore di Watt esemplificato da Gelder) con linguaggio, gesti e simboli dell’uomo più antico che, solo eventualmente si è trasformata in scrittura, producendo quell’enorme potenziamento delle funzioni mentali al servizio della tecnica che è rappresentato dalla memoria utilitaria.

Ma è chiaro che la trasmissione orale linguistica precede la scrittura poi, l’accumulo delle informazioni che viene reso possibile supera le capacità mentali dell’individuo storico, diventa la memoria del gruppo e poi della specie, diventando un deposito di dati (di un certo tipo di dati) che può essere accresciuto quasi senza limiti, uno strumento inconcepibilmente potente di dominio.

La trasmissibilità delle informazioni sulle cose è dunque in sé la più importante delle invenzioni umane; essa ha effetti esplosivi, dirompenti; essa permette agli uomini di non ricominciare ogni volta da capo (per ogni generazione) a scoprire l’ambiente e il modo di dominarlo, e una volta scoperto questo vantaggio premia e favorisce modalità di organizzazione sociale che consentono la conservazione dell’informazione memorizzabile.”

Tuttavia, non va mai dimenticato che il deposito o il supporto di tale conoscenza è anche il nostro corpo, la nostra mente e memoria, oppure gli altri, la loro parola, la loro scrittura, le nostre biblioteche, oppure l’ambiente naturale modificato della nostre città…in una sola parola, ma evocativa, il deposito multidimensionale sono gli “anziani”, cioè qualsiasi parte del nostro passato che possiamo contrassegnare in senso lato come “anziano”.

 

DIALETTICA GIOVANE-ANZIANO

Questo non significa che per l’uomo non diventi decisiva, nel campo dell’informatica sociale, anche l’attività esplorativa del “giovane”, dato che la raccolta, l’interpretazione attiva delle informazioni, l’acquisizione di un abito scientifico, l’assorbimento pratico nell’esplorazione sistematica e metodica del mondo, sono chiaramente i connotati di chi, essendo giovane, è aperto al mondo per la prima volta, in senso esistenziale.

La trasmissione della conoscenza attraverso le generazioni viene decuplicata dall’invenzione della scrittura e della simbolizzazione astratta, dalla produzione dei concetti e delle categorie. Ma soprattutto dallo sforzo attivo e soggettivo di ogni giovane, ma anche anziano, uomo o operatore sociale di essere presente, in modo vivo, nell’informatica sociale del suo tempo.

D’altra parte, l’informatica sociale non è nè un cieco programma (eternamente giovane) nè un ignoto carattere cinese (eternamente antico) difficile o impossibile da decifrare, che si impossessi dell’uomo e lo “viva” dall’esterno, come se la cultura fosse una sistema o una cattedrale oggettiva, posta come un “spirito oggettivo hegeliano” fuori dall’uomo.

 

INFORMATICA SOCIALE COME OLOGRAMMA FUZZY

Per tali motivi, ognuno di noi è “ologrammaticamente” la cattedrale della cultura umana, ma solo in certa misura. Siamo nodi, a un tempo giovani ed anziani, della rete e siamo rete noi stessi.

E in certa misura, in modo paraconsistente e paradossale, ciascuno di noi non è, in modo sottoinsiemistico fuzzy, la basilica della cultura mondiale e della sua informatica sociale. In modo complementare ed equivoco, noi non siamo (giovani o anziani che sia) nodi della rete e rete noi stessi.

L’apprendimento è senza fine.

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TESTO IN CITAZIONE

“Ogni generazione, ogni uomo, non deve ricominciare da capo a imparare come si costruiscono gli utensili, i rifugi, come si caccia e come ci si difende dai pericoli dell’ambiente particolare in cui si vive. Si impara per imitazione degli anziani e per un insegnamento impartito da questi ultimi in modo esplicito. Questo accade anche tra gli animali in modo rudimentale. In moltissime specie esiste una conoscenza istintiva, trasmessa dai geni, su come cacciare, fuggire, nutrirsi, e una conoscenza appresa per esperienza individuale. Vi è sempre inoltre una interazione tra conoscenza innata e conoscenza acquisita. La conoscenza innata e conoscenza acquisita. La conoscenza innata (come camminare, scappare, distinguere pericoli) è sempre arricchita da tentativi ed errori, dall’esperienza, dalla memorizzazione di informazioni intorno all’habitat (facilitata dalla curiosità istintiva) e dall’esercizio, facilitato dal gioco (che è anch’esso mosso da spinte innate molto contigue a quelle della curiosità e dell’esplorazione). Ma si tratta di conoscenze abbastanza semplici, anche se non sempre così semplici se si pensa alla conoscenza dei percorsi migratori degli uccelli, e comunque con un nucleo abbastanza stabile e ripetitivo, privo di innovatività. Negli esseri umani queste conoscenze acquisite durante la vita dell’individuo sono, da un certo momento in poi (è il momento in cui esso si differenzia nettamente dalle altre specie), assai complesse e legate alla conoscenza razionale e alla memoria. Questa importanza delle tecniche acquisite, che utilizzano cioè molta informazione intorno all’ambiente particolare e memoria di questa informazione, viene attribuita da alcuni paleoantropologi al fatto che l’uomo, rispetto agli altri animali e anche rispetto agli altri primati, si trova ad avere un rapporto molto instabile con il suo ambiente particolare. Il fatto di non avere un ambiente fisso e uniforme comporta la necessità di accrescere le capacità di adattamento, cioè, ancor più che le semplici tecniche, le speciali tecniche per risolvere i problemi, o metatecniche.

Questo significa che per l’uomo diventa decisiva, ancor più che la raccolta l’interpretazione delle informazioni, l’acquisizione di un abito scientifico, l’assorbimento pratico nell’esplorazione sistematica e metodica del mondo. La trasmissione della conoscenza attraverso le generazioni viene decuplicata dall’invenzione della scrittura e della simbolizzazione astratta, dalla produzione dei concetti e delle categorie. L’influenza della scrittura sulla qualità della vita umana è stata fino a oggi passata in sott’ordine, laddove meriterebbe un esame approfondito, che è stato avviato stranamente solo di recente. Il passaggio a un mondo influenzato dalla scrittura costituisce la svolta più decisiva nella storia della società umana.

Abbiamo detto che la tecnica si applica in due campi principali sin dagli albori della vita conosciuta dell’uomo. Il primo campo è quello del progressivo accrescimento, per invenzioni nuove o per perfezionamento delle invenzioni, dell’efficacia delle modalità di dominio sull’ambiente. L’ambiente non è per l’uomo, diversamente dagli altri animali, una ristretta nicchia ecologica, ma un ampio universo continuamente mutevole; l’uomo vive perennemente sulla frontiera […]

Ora l’accrescimento del dominio sull’ambiente è facilitato anzitutto dalle forme di cooperazione sociale e di divisione dei compiti. Troviamo la cooperazione sociale anche nelle specie diverse dall’uomo, nel campo della caccia, della difesa dai predatori e nella protezione dei piccoli. Ma è nella specie umana che l’organizzazione sociale per dominare l’ambiente diventa estremamente articolata e complessa, e fa compiere un salto al dominio sull’ambiente.

 La storia della diversità umana nasce qui, nell’intensificazione dell’efficacia organizzativa e nella capacità di trasmettere, e quindi di accumulare, le conoscenze tecniche. La trasmissione da una generazione all’altra delle tecniche di dominio è ciò che differenzia l’uomo. Non tanto il linguaggio che, in forma rudimentale, appartiene anche agli animali, ma la capacità, semmai, di fare del linguaggio stesso, come di ogni altra facoltà attinente al dominio, un utensile versatile al servizio dell’organizzazione. Ancora oggi il linguaggio ha due funzioni completamente diverse: una funzione espressiva, di comunicazione delle emozioni e degli affetti, di costituzione della relazione e della socialità e di conservazione e una funzione informativa, di trasmissione di dati, cognizioni intorno a delle tecniche. I due tipi di linguaggio possono contaminarsi a vicenda, interferire fa loro, ma la loro funzione resta radicalmente diversa: o il linguaggio serve alla tecnica e al dominio, o serve agli affetti e alle relazioni È il primo tipo di linguaggio che, trasformandosi in scrittura, produce quell’enorme potenziamento delle funzioni mentali al servizio della tecnica che è rappresentato dalla memoria utilitaria. Attraverso la trasmissione orale linguistica prima e attraverso la scrittura poi, l’accumulo delle informazioni che viene reso possibile supera le capacità mentali dell’individuo storico, diventa la memoria del gruppo e poi della specie, diventa un deposito di dati (di un certo tipo di dati) che può essere accresciuto quasi senza limiti, uno strumento inconcepibilmente potente di dominio. Si può dire da questo punto di vista che la tecnica è anzitutto memoria e tecnica della memoria. Anche qui si deve tener conto che vi è l’altro tipo di memoria che non ha a che fare con le cose, con le modalità efficaci, con la tecnica, ma che riguarda le relazioni. La memoria delle persone («mi ricordo di te», «mi ricordo mia madre», «mi ricordo che mi hai aiutato») è un fatto affettivo e non intellettuale, contrapposto alla memoria delle cose. Essa è fatta di tante piccole e grandi emozioni, incontri gioiosi e ferite. La memoria delle cose, invece, è come una mappa; con la scrittura, la registrazione meccanica, i segni convenzionali essa può diventare sempre più ampia e dettagliata. La nostra conoscenza, che sta al servizio del dominio e dell’efficacia, è come un gigantesco atlante, sempre più dettagliato e continuamente ampliabile: atlante planetario dell’universo, dell’infinitamente grande, o atlante-mappa dell’infinitesimo, del subatomico. I telescopi e microscopi elettronici continuano ad estendere illimitatamente questi atlanti.

 L’altro tipo di memoria, la memoria degli affetti, non può andare oltre la concreta esperienza storica di un individuo. La scrittura, la narrazione, possono parlarci delle emozioni, delle passioni di uomini appartenenti ad altre epoche, ma solo in quanto, in qualche modo, siamo poi in grado di sperimentare noi stessi questi affetti; e questo incontra dei limiti. L’espandibilità della memoria affettiva è quasi niente se confrontata all’espandibilità teoricamente illimitata della memoria delle cose, che è all’origine del potere immenso sulle cose stesse, sull’ambiente, e sugli uomini stessi considerati come cose.

La trasmissibilità delle informazioni sulle cose è dunque in sé la più importante delle invenzioni umane; essa ha effetti esplosivi, dirompenti; essa permette agli uomini di non ricominciare ogni volta da capo (per ogni generazione) a scoprire l’ambiente e il modo di dominarlo, e una volta scoperto questo vantaggio premia e favorisce modalità di organizzazione sociale che consentono la conservazione dell’informazione memorizzabile.”

(P. Maranini, Miseria dell’opulenza, Il Mulino, Bologna 1989)

[Paolo Maranini è un sociologo italiano che studia la condizione dell’uomo nella società della tecnica e il conseguente controllo sociale, l’impatto delle trasformazioni tecnologiche sulla cultura e le risorse naturali.]

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