Riflessione e scienza sociale

 fig. 1 la riflessione luminosa secondo la QED

LA RIFLESSIONE COME STRUMENTO DI OSSERVAZIONE SCIENTIFICO-SOCIALE

Habermas, nel testo in citazione più in basso, individua nella “riflessione sulle conseguenze politiche” del sapere scientifico, incertamente applicato dai governi (quello delle scienze naturali e quello tecnologico che ne deriva), una chiave di lettura per l’immaturità delle scienze sociali.

 

Le scienze sociali non sarebbero mature,

(i) perché non in grado di fornire la “riflessione”, con cui il gruppo dei politici può efficacemente

(ii) evitare gli errori scaturenti dalla separazione “metodologica”, dei politici medesimi, dal gruppo dei tecnici/scienziati.

 

Non esistendo un metodo delle scienze sociali capace di far “riflettere” i politici e gli scienziati, su un comune terreno (metodologico), sulle “conseguenze” etico-politiche della scienza e della tecnica, le società di oggi sono condannate all’alienazione e all’errore catastrofico, nei riguardi di tecnologie potenti come p.e. le armi atomiche.

 

fig. 2 La probabilità quantistica (QED) della riflessione luminosa

 

CONGETTURA: LA LENTE DI OSSERVAZIONE DELLA RIFLESSIONE OLISTICA

Le scienze sociali saranno mature,

  • Quando sarà disponibile la “riflessione olistica” con cui il gruppo dei politici saprà efficacemente vedere nella prassi politica una scienza dell’atto politico, come decisione e soluzione di problemi cognitivi,
  • Quando sia lo scienziato naturale sia il politico saranno in grado di quantificare e qualificare, sul comune terreno della matematica fuzzy (mediante numeri ed insiemi fuzzy), la ponderazione modale delle conseguenze reali dell’atto simbolico linguistico della scienza e di quelle dell’atto verbale della politica,
  • Quando la topica dello scienziato e quella del politico saranno schematizzabili, mediante grafi semi-ordinati (theory of social network di Strogatz) di reti di concetti, che sarà possibile comparare con la rete degli effetti, sulla società, delle azioni tecnologiche degli scienziati e di quelle politiche dei governanti, e
  • Quando apparirà che queste reti politico-scientifiche hanno una struttura ricorsivo-frattale, paragonabile alla riflessione olistica dello scienziato sociale, di cui divengono una lente di osservazione.

 

**********

 

…TESTO CITATO

 

Scientificizzazione della politica e opinione pubblica

 

La scientificizzazione della politica oggi non denota ancora un dato di fatto, ma indica pur sempre una tendenza, a dimostrazione della quale si possono citare dei dati: sono soprattutto l’ampiezza della ricerca eseguita su ordinazione statale e l’ammontare di consulenza scientifica nei servizi pubblici che segnano tale sviluppo. Veramente fin dall’inizio lo Stato moderno, formatosi in connessione con il traffico mercantile di economie nazionali e territoriali emergenti, a partire dai bisogni di un’amministrazione finanziaria centrale, dovette ricorrere alla competenza di funzionari con formazione giuridica. Questi però disponevano di un sapere tecnico, che nel suo genere non si distingue sostanzialmente dalla competenza, per esempio, dei militari. Come questi dovevano organizzare gli eserciti permanenti, così i giuristi dovevano organizzare l’amministrazione permanente; il loro compito consisteva più nell’esercizio di un’arte che nell’applicazione di una scienza. Soltanto a partire da una generazione circa, anzi, in grande stile solo a partire dalla seconda Guerra mondiale, burocrati, militari e politici si orientano nell’esercizio delle loro funzioni pubbliche in base a rigorose raccomandazioni scientifiche. Così viene raggiunto un nuovo livello di quella «razionalizzazione », alla luce della quale Max Weber ha interpretato il formarsi del dominio burocratizzato degli Stati moderni. Non che gli scienziati abbiano conquistato il potere nello Stato, però l’esercizio del dominio all’interno e l’affermazione della potenza contro nemici esterni non sono più razionalizzati soltanto con la mediazione di un’attività amministrativa organizzata sulla base della divisione del lavoro, regolata secondo competenze e vincolata a norme stabilite. Piuttosto essi sono stati ancora una volta modificati nella loro struttura dalla normatività oggettiva di nuove tecnologie e strategie. […]

L’opinione pubblica esterna alla scienza diventa già molto spesso, in presenza di una divisione del lavoro molto spinta, la via più breve per la comprensione interna tra gli specialisti estraniati gli uni agli altri. Ma di questa costrizione a tradurre informazioni scientifiche, che deriva da bisogni della ricerca stessa, profitta anche la comunicazione precaria tra gli scienziati e il vasto pubblico dell’opinione politica. Un’ulteriore tendenza che agisce anch’essa contro la paralisi della comunicazione tra i due ambiti, risulta dalla necessità internazionale della coesistenza pacifica di sistemi sociali concorrenti. Le regole di segretezza militari, che bloccano il libero afflusso di informazioni scientifiche al pubblico, si accordano sempre meno infatti con le condizioni di un controllo degli armamenti che sta diventando sempre più urgente. […]

 Nella misura in cui le scienze vengono effettivamente utilizzate per la prassi politica, cresce oggettivamente per gli scienziati la necessità di riflettere, ora andando anche oltre le raccomandazioni tecniche da essi prodotte, sulle conseguenze pratiche che ne derivano. Ciò si è verificato in grande stile per la prima volta nel caso degli scienziati atomici occupati alla costruzione delle bombe atomiche e nucleari. In seguito si sono svolte discussioni, in cui scienziati autorevoli hanno discusso le conseguenze politiche della loro prassi di ricerca; così per esempio sui danni provocati dal fall-out radioattivo per la salute presente della popolazione e per la sostanza genetica del genere umano. Ma gli esempi sono scarsi. Tuttavia, essi mostrano che scienziati responsabili, indipendentemente dalla loro competenza specifica, spezzano i limiti della loro opinione pubblica interna alla scienza e si rivolgono direttamente all’opinione pubblica, quando vogliono o evitare conseguenze pratiche connesse alla scelta di certe tecnologie, oppure criticare determinati investimenti per la ricerca sulla base dei loro effetti sociali. […] Da un lato non possiamo più contare su istituzioni garantite per una discussione pubblica nel vasto pubblico dei cittadini; dall’altro, un sistema di big science, basato sulla divisione del lavoro, e un apparato burocratico di dominio possono fin troppo bene accordarsi reciprocamente avendo escluso l’opinione pubblica politica. L’alternativa che ci interessa non consiste affatto nel preordinare da una parte un gruppo dirigente che sfrutta efficacemente un potenziale di sapere essenziale per la sopravvivenza al di sopra di una popolazione manipolata dai mezzi di comunicazione di massa, e dall’altra un altro gruppo dirigente che, essendo isolato dall’afflusso di informazioni scientifiche, non può fare in modo che il sapere tecnico entri, se non scarsamente, nel processo di formazione della volontà politica. Si tratta piuttosto di vedere se un capitale di sapere carico di conseguenze debba venire incanalato soltanto nella disposizione di uomini manipolanti tecnicamente, oppure anche recuperato nel linguaggio posseduto da uomini comunicanti. Una società scientificizzata potrebbe costituirsi come capace di sé solo nella misura in cui scienza e tecnica fossero mediate con la prassi sociale attraverso le teste degli uomini.

 

(Jurgen Habermas, Teoria e prassi nella società tecnologica, Laterza, Bari 1974)