Il Fatto Sociale

FATTO E VALORE SOCIALE

Non si può avere teoria del ruolo degli attori sociali nella società senza avere un metodo di controllo critico delle teorie, per mezzo dell’accertamento di fatti contrari alla teoria o controesempi.

Questa idea di metodo sociologico suppone

  1. una certa idea delle “teorie“, con un serio indebolimento del positivismo che si limiti ad accertare fatti socali e catalogarli, secondo una pseudo-procedura induttiva ed classificatoria,
  2. il “controllo logico-critico delle deduzioni” compiute sulla società per mezzo di ardite congetture teoriche, controllo interno da compiersi  mediante una logica matematica in grado di formulare le teorie (si propone la logica fuzzy) e di evidenziare le loro contraddizioni interne,
  3. il concetto di fatto sociale come banco di prova esterno per teorie e quindi una fisica sociale come laboratorio di “controllo empirico-critico” delle congetture scientifiche, per mezzo di esperimenti olistici (olistici in quanto il metodo riduzionistico non sarà del tutto possibile, data la compartecipazione “totale” dello scienziato sociale alla società che studia).

Mi soffermo subito sul punto 3, per dire che il metodo cartesiano di scomporre in piccole porzioni il macro-problema generale, cioè in sotto-problemi a cui sono date semplici o parziali spiegazioni all’interno dell’originario “explanandum” (metodo riduzionistico), viene sostituito, quando si parlerà di spiegazione olistica e del collegato esperimento olistico, dal simile concetto di spiegazione prioritaria dei problemi prossimi e più abbordabili o di più facile soluzione (metodo di prossimità) e dalla loro accumulazione e interrelazione progressiva sino a giungere ad una spiegazione del macro-problema.

Questo metodo, di formulazione delle teorie esplicative o congetture più generali, suppone anzichè la scomposizione del problema totale in parti ridotte e semplici da affrontare, nel re-interpretare lo stesso metodo cartesiano come una sottospecie del più generale processo di lanciare una sfida teorica al problema più vicino e comodo da risolvere, poi usando la soluzione come progressivo strumento di decodificazione di problemi successivi.

Questa idea di progresso teorico dello scienziato sociale sarà un esperimento olistico nel senso che la sua attività congetturale e critica sarà un misto di azioni parallele e sequenziali, in ciò imitando (riflessivamente ed olisticamente) l’agire comune dell’attore sociale, che vive il proprio spazio sociale come assillo contemporaneo e parallelo di problemi e ruoli sociali.

Come l’attore sociale, anche lo scienziato conduce e vive la sua specifica traiettoria di soluzione teorica come un mosaico di azioni parzialmente sequenziali e parzialmente parallele.

Prendiamo il caso di p.e. un postino. Il portalettere è quel tipo di ruolo e attore sociale che consegna in sequenza, lungo la sua strada di assegnazione, le lettere secondo l’ordine di successione dei civici (problema generale), ma nel farlo, deve ogni volta decidere in parallelo (secondo comodità e prossimità) se consegnare prima le raccomandate che richiedono più lunghe operazioni di ricerca e firma dei destinatari oppure depositare in buca secondo un ordine non sequenziale tutte le lettere semplici.

Così lo scienziato sociale deve decidere secondo comodità e prossimità quale più semplice o abbordabile problema, ipotesi, assioma, teoria, congettura, conclusione, contro-esempio, dato o fatto porre al centro del suo metodo scientifico di attenzione teorica.

Di qui una certa idea di fatto sociale, di cui si darà esame nel prossimo paragrafo.

 

DURKHEIM E IL FATTO SOCIALE PROSSIMO

Émile Durkheim nell’opera “Le regole del metodo sociologico” (si fa riferimento all’edizione italiana Newton Compton, Roma 1971, vedasi testo in citazione più giù) ha sostenuto che i fatti sociali consistono in modi di agire, di pensare e di sentire, esteriori all’individuo, e che dotati d’un potere di coercizione per virtù del quale gli si impongono.

Questi fatti non sarebbero biologici o psichici, dato che sono strutture della società, come pensieri comuni e condotte ripetute, con in più un marcato potere di condizionare il singolo individuo e sovrastarlo con una certa dose di coercizione. Per Émile Durkheim poi tali fatti sarebbe definibili “sociali” da un lato in modo residuale, perchè “non” sarebbero fatti biologici o pisichici dell’individuo o delle collettività, dall’altro perchè sembrano questo insieme di azioni e pensieri coercitivi verrebbero da un esterno (esterno per l’individuo o attore sociale) che sembra sempre co-esistenziale a gruppi sociali.

Egli esemplifica il fatto sociale con regole giuridiche, morali; dogmi religiosi; sistemi finanziari ecc.  e poi li definisce come credenze e pratiche costituite.

I gruppi sociali a cui si può associare la presenza di fatti sociali sono organizzazioni sociali cristallizzate in istituzioni, oppure gruppi informi costituenti fatto sociale sotto forma di  «correnti sociali» oppure “grandi movimenti d’entusiasmo, d’indignazione, di pietà che si producono, e che non hanno per punto d’origine alcuna coscienza particolare.

Il potere di coercizione che genera una sorta di oggettività dura e resistente del fatto sociale, anzi la sua stessa natura di fatto come oggetto indubitabile, è per Émile Durkheim una resistenza collettiva alla ribellione dell’individuo, che essa di ponga a sfidare il fatto sociale in modo attuale, possibile o latente, inconscio o conscio.

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Questa teoria del fatto sociale come “fatto non biologico o psichico di cui sarebbe portatore non l’individuo ma un gruppo sociale, amorfo o ben formato”, spiega la durezza oggettiva di una realtà esterna, indubitabile e attiva, anzi costrittiva nei riguardi dell’individuo o attore sociale, ma non affronta minimamente il tema politico (generalizzando anche geopolitico), ontologico ed epistemologico della utilità, finalità o neutralità o indifferenza dei fatti sociali, non solo per i gruppi sociali che li esprimono ma anche per gli attori sociali che vi si imbattono.

Questa pecca teorica esprime l’assenza di una fisica sociale che congetturi il “bene” del fatto sociale o la sua “essenza di valore”.

Mentre l’urgenza del bene sociale ed individuale è l’oggetto teorico prossimo (più vicino) e comodo da raggiungere sia per il postino-attore sociale sia per lo scienziato che ne segue i movimenti misti di sequenziale, parallelo, rete e mosaico attraverso il dipanarsi delle vie cittadine.

Il bene è il problema teorico prossimo del fatto sociale eluso dall’avalutatività dello scienziato sociale, da Weber in poi, e ridotto a problema di rango inferiore. Mentre il “fatto prossimo” del fatto sociale o la sua “fatticità” essenziale è proprio quale valore di bene o di male i gruppi sociali assegnino alle loro influenze, costrizioni o regole sociali.

 

NOETICA COME EPISTEMOLOGICA DEL FATTO SOCIALE “PROSSIMO” DEL BENE

Proprio ricorrendo all’idea che la noetica sia l’arte di reperire tracce allusive di una realtà collocata dietro i fenomeni sociali, ma in modo rapidamente intuitivo e prossimo, si può congetturare che,  in virtù di queste tracce, la noetica è l’arte attenta a dar “valore”  a ciò che ci appare immediatamente giusto, bello, vero, valido nei fatti sociali.

Sosteniamo qui, allora, che la “noetica” sia un’epistemologia dei valori prossimi del fatto sociale.

Questo riferimento all’epistemologia dei valori, identificata nella noetica, chiarisce subito che ci occuperemo, qui, nella presente sezione, di una teoria della volontà e della conoscenza dei valori:

  1. che soppesa, nel pensiero inteso come ponderazione, anzichè come descrizione meramente riflessiva, – cioè in modo argomentativo (non pittorico), – la maggiore o minore sensatezza della “bontà/bellezza” di cose, persone e proposizioni investite di valore, in analogia con l’idea platonica che la noetica sia l’atto di concepire attraverso il pensiero valutazioni, e, conseguentemente,  azioni volontarie o ponderate;
  2. che “esprime”, ma anche “descrive” in modo pittorico (rispecchiante-riflessivo) il valore del bene, come risultante di una ponderazione e di un bilanciamento degli elementi positivi (bellezza/bontà) e negativi (turpe/malvagio) di cose, persone e proposizioni investite di valore, in analogia con la tesi di Aristotele, per cui la noetica è l’atto stesso di comprensione concettuale, cioè lo sforzo di comprendere teoricamente in un concetto sintetico il massimo del bene, apparente in ciò che (cose, persone, proposizioni) purtroppo si mescola al male;
  3. che coglie e raggruppa in una teoria o un’ipotesi congetturale, formulata,  l’insieme dei diversi o dispersi atti di comprensione della forma essenziale del bene, di cui esistono purtroppo solo tracce allusive e disperse nell’oggetto sempre complesso dell’esperienza etica. La teoria condenserà in un’espressione e descrizione, il meno vaga possibile, la serie di percezioni, immaginazioni e ricordi del bene, in analogia alla tesi filosofica di Husserl, per il quale la noesi rappresenta e condensa l’esperienza vissuta nel suo insieme, ovvero offre una sintesi essenziale delle tracce allusive dell’essenza e disperse nei fenomeni.

Gli argomenti di questa epistemologia dovranno essere immaginati come una rete di concetti modali (al modo dei Grafi di Peirce), di cui dovranno e potranno darsi rappresentazioni matematiche nel modo immaginato dalla teoria delle reti di Barabàsi, Steven Strogatz e Duncan Watts (reti piccolo mondo, basate sulla legge di potenza e sui concetti di hub, core, centroide, legami forti e legami deboli). La logica di questi concetti modali sarà fuzzy, dato che il bene in questo mondo è seminato con il male (il bene morale ha confini sfumati e bordi sfrangiati che, in ogni cosa, persona e proposizione di interesse per la morale, circondano l’identità vaga tra bene e male, dando luogo a quel fondersi e confondersi della sensatezza etico-estetica con il suo contrario o inverso).

 

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…TESTO CITATO

 

Il fatto sociale

Prima di cercare quale è il metodo più confacente allo studio dei fatti sociali, è necessario sapere quali sono i fatti che vengono così chiamati. Questa definizione è tanto più necessaria in quanto ci si serve di tale qualifica senza malta precisione. Essa s’impiega correntemente per designare presso a poco tutti i fenomeni che si verificano nell’interno della società, per poco che essi presentino, grazie ad un determinato carattere generale, qualche interesse sociale. Ma, a questa stregua, non v’è, si può dire, avvenimento umano che non possa esser qualificato sociale. Ogni individuo beve, dorme, mangia, ragiona e la società ha tutto l’interesse che queste funzioni si esercitino regolarmente. Se pertanto questi fatti fossero sociali, la sociologia non avrebbe un oggetto che le fosse proprio ed il suo dominio si confonderebbe con quello della biologia e della psicologia.

Viceversa, in realtà, in ogni società esiste un gruppo determinato di fenomeni che si distinguono, grazie a caratteri spiccatamente diversi, da quelli che studiano le altre scienze della natura.

 Quando assolvo il mio compito di fratello, di sposo o di cittadino; quando rispetto gli impegni che ho preso, io compio dei doveri che sono ben definiti, al di fuori della mia persona e dei miei atti, secondo il diritto e secondo i costumi. Anche quando tali doveri sono in armonia coi miei propri sentimenti e che ne sento interiormente la realtà, questa non cessa d’essere obbiettiva, poiché non sono io che li ho creati ma li ho ricevuti dall’educazione. Quante volte, d’altronde, capita che noi ignoriamo i particolari degli obblighi che ci incombono e che, per conoscerli, dobbiamo consultare il Codice ed i suoi interpreti autorizzati. Allo stesso modo, le credenze e le pratiche della sua vita religiosa, il fedele le ha trovate bell’e fatte quando è nato. Se esse esistevano prima di lui, ciò significa che esistono al di fuori di lui. Il sistema di segni dei quali mi servo per esprimere il mio pensiero, il sistema di monete che impiego per pagare i miei debiti, gli strumenti di credito che utilizzo nelle mie relazioni commerciali, le pratiche seguite nella mia professione ecc. funzionano indipendentemente dagli usi che ne faccio. Si prendano l’uno dopo l’altro tutti i membri dei quali è composta la società; quanto precede potrà esser ripetuto per ciascuno di essi. Ecco dunque delle maniere d’agire, di pensare e di sentire che presentano questa rimarchevole proprietà: esse esistono al di fuori delle coscienze individuali.

Non soltanto questi tipi di condotte o di pensiero sono esteriori all’individuo, ma sono datati d’una potenza imperativa e coercitiva in virtù della quale s’impongono a lui, lo voglia o non lo voglia. Senza dubbio, quando io mi ci conformo di buon grado, questa coercizione non si fa o si fa poco sentire, essendo inutile. Ma non è meno un carattere intrinseco di questi fatti e la prova ne è che essa si afferma appena io tento di resistere. Se provo a violare le regole del diritto, queste reagiscono contro di me in maniera tale da impedire il mio atto, quando vi sia ancora tempo; oppure da annullarlo e da ristabilirlo sotto la sua forma normale se è compiuto e riparabile, o da farmelo espiare se non può esser riparato in altra maniera. Si tratta di massime puramente morali? La coscienza pubblica tende ad impedire qualsiasi atto che le offenda, mediante la sorveglianza che essa esercita sulla condotta dei cittadini e le pene speciali delle quali dispone.

 In altri casi, la costrizione è meno violenta; non cessa però d’esistere. Se io non mi sottometto alle convenzioni del mondo; se, vestendomi, non tengo alcun conto degli usi correnti nel mio paese e nella mia classe sociale, le risate che provoco, l’ostracismo nel quale mi si tiene, producono, anche se in una maniera più attenuata, gli stessi effetti d’una pena propriamente detta. In altri campi, la costrizione, pur non essendo che indiretta, non è meno efficace. Io non sono obbligato a parlare francese coi miei compatrioti, né d’impiegare le monete legali: ma è impossibile che io possa fare diversamente. Se cercassi di sfuggire a questa necessità, il mio tentativo fallirebbe miseramente.

Industriale, nulla mi vieta di lavorare con dei procedimenti e dei metodi dell’altro secolo: ma se lo facessi, mi rovinerei certamente. Ed anche se effettivamente potessi liberarmi da queste norme e violarle con successo, ciò non avverrebbe mai senza che io fossi obbligato a lottare contro di esse. Quand’anche queste fossero finalmente vinte, mi farebbero sufficientemente sentire la loro potenza coattiva mediante la resistenza che opporrebbero. Non vi è innovatore, anche felice, le cui iniziative non vengano ad urtarsi contro opposizioni di questo genere.

Ecco dunque un ordine di fatti che presentano dei caratteri molto specifici: consistono in modi di agire, di pensare e di sentire, esteriori all’individuo, e che dotati d’un potere di coercizione per virtù del quale gli si impongono. Ne consegue che non si possono confondere coi fenomeni organici, poiché consistano in rappresentazioni ed azioni; né coi fenomeni psichici, che non hanno esistenza che nella coscienza individuale e per azione di questa. Costituiscono dunque una specie nuova ed è a loro che deve essere data e riservata la qualifica di «sociali».

Questa si adatta loro, perché è chiaro che, non avendo l’individuo per substrato, non possono averne un altro all’infuori della società, sia essa la società politica nella sua integralità, sia uno qualunque dei gruppi parziali che essa racchiude, confessioni religiose, scuole politiche o letterarie, corporazioni professionali ecc. D’altra parte, è a questi solo che essa conviene; perché la parola «sociale» non ha un senso definito che a condizione di designare unicamente dei fenomeni che non entrano in alcuna delle categorie di fatti già costituiti e denominati. Sono dunque il campo specifico della sociologia.

È vero che la parola «costrizione», colla quale noi li definiamo, rischia di allarmare gli zelanti partigiani d’un individualismo assoluto. Siccome essi professano che l’individuo è perfettamente autonomo, sembra loro che lo si diminuisca tutte le volte che gli si fa sentire che egli non dipende soltanto da se stesso. Ma siccome oggi è incontestabile che la maggior parte delle nostre idee e delle nostre tendenze non sono elaborate da noi, ma ci vengano dall’esterno, queste idee e tendenze non possono penetrare in noi che imponendosi: è tutto quello che significa la nostra definizione. D’altronde è risaputo che ogni costrizione sociale non esclude necessariamente l’intervento della personalità individuale.

Però, siccome gli esempi che abbiamo citato (regole giuridiche, morali; dogmi religiosi; sistemi finanziari ecc.) consistono tutti in credenze e pratiche costituite, si potrebbe ritenere, da quanto precede, che non si abbia fatto sociale che dove si ha un’organizzazione definita. Viceversa, vi sono altri fatti che, senza presentare queste forme cristallizzate, hanno e la stessa obbiettività e lo stesso ascendente sull’individuo. Si tratta di quelle che si chiamano «le correnti sociali». Così, in una assemblea, i grandi movimenti d’entusiasmo, d’indignazione, di pietà che si producono, non hanno per punto d’origine alcuna coscienza particolare. Vengono a ciascuno di noi dall’esterno e sono suscettibili di trascinarci nastro malgrado.

Senza dubbio può capitare che, abbandonandomi a loro senza riserva, io non senta la pressione che esercitano su di me. Ma questa si rivela dal momento in cui io cerco di lottare contro di loro. Che un individuo tenti d’opporsi ad una di queste manifestazioni collettive, ed i sentimenti che egli nega si rivoltano contro di lui. Ora, se tale potenza di coercizione esteriore si afferma con questa chiarezza nei casi di resistenza, vuol dire che esiste, anche se inconscia, nei casi inversi. Noi siamo allora ingannati da una illusione che ci fa credere che abbiamo elaborato noi stessi quello che ci viene imposto dall’esterno. Però, anche se la compiacenza alla quale ci lasciamo andare maschera l’impulso subito, non lo sopprime affatto. Allo stesso modo che l’aria non cessa d’essere pesante anche se noi non ne sentiamo più il peso. E così, mentre abbiamo spontaneamente collaborato, da parte nostra, all’emozione comune, l’impressione che noi avremmo provata se fossimo stati soli sarebbe stata ben differente. Una volta, poi, che l’assemblea si è sciolta, che queste influenze sociali hanno cessato d’agire sopra di noi e che ci ritroviamo soli con noi stessi, i sentimenti attraverso i quali siamo passati ci fanno l’effetto di qualche cosa d’estraneo, dove non ci riconosciamo più. Ci accorgiamo allora che li avevamo subiti molto di più che non li avessimo creati. Capita persino che ci facciano orrore, tanto erano contrari alla nostra natura.

 

(Émile Durkheim, Le regole del metodo sociologico, Newton Compton, Roma 1971)

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