I Confini della Sociologia

METODO SCIENTIFICO E AUTO-RIFLESSIONE: SOCIOLOGIA COME SCIENZA IMPOSSIBILE

La lettura di uno dei padri della sociologia, Saint-Simon, fa intravedere la difficoltà metodologica originaria della sociologia (vedi la Fisica Sociale), quando scrive

Noi, amici miei, siamo dei corpi organizzati; ed è appunto considerando come fenomeni fisiologici i nostri rapporti sociali che io ho ideato il progetto che vi presento, ed è attraverso considerazioni tratte dal sistema di cui mi servo per collegare i fatti fisiologici che vi dimostrerò che il progetto che vi presento è buono.” 

Un progetto che si rivelerà difficile, dato che non è possibile separare in uno studio della società le aspettative e gli interessi dello scienziato sociale, come già notava lo stesso Saint-Simon:

Voi stimate, e cioè accordate volontariamente una porzione di predominio nei vostri confronti a quegli individui i quali, secondo voi, fanno cose utili; e avete il torto, condiviso con tutta l’umanità, di non aver tracciato una linea di demarcazione abbastanza precisa fra le cose di un’utilità momentanea e quelle di una utilità duratura; tra quelle di interesse locale e quelle di interesse generale; tra quelle che procurano dei vantaggi a una parte dell’umanità, a scapito di tutti gli altri, e quelle che accrescono la felicità generale. Voi, infine, non vi rendete ancora ben conto che vi è un solo interesse comune a tutti gli uomini: quello del progresso delle scienze.

 

DISTONIA TRA IL CONCETTO DI SCIENZA E IL CONSENSO POLITICO DEL SOCIOLOGO

Per tale motivo appare, ancor oggi, strana la concezione della sociologia come ricerca empirica, concettualmente orientata, aperta agli apporti inter-disciplinari, puramente tesa ad integrare schema teorico e dato empirico, fortemente consapevole della dimensione storica e nel contempo legata al procedimento scientifico, che si esprime nella triplice sequenza “problemi – ipotesi – verifica”.

Sembrerebbe più opportuno pensare alla sociologia come ad una scienza incapace di raggiungere l’oggettività, se non attraverso una

(i) logica della demarcazioni “dolci o sfumate” (p.e. tipiche della logica fuzzy o di altra logica multivalore o comunque complessa e paraconsistente) tra macro-formazioni sociali (stato) e micro-formazioni (famiglie e individui) e loro interessi,

(ii) esplicita teorizzazione delle misure matematiche del gradimento emotivo verso i governanti, che impieghino le logiche complesse e multivalori di cui sopra, per cogliere e misurare i “modi” ponderati e ponderabili dei vettori emotivi del consenso, e

(iii) nel contempo, una seria immunizzazione dal gradimento emotivo del sociologo stesso verso i governanti, come fattore di distorsione del pensiero sociologico, che quegli deve identificare nei “modi” ponderati e ponderabili dei vettori emotivi del suo “personale” consenso politico verso certe formazioni sociali.

 

AUTO-RIFLESSIONE E INGEGNERIA SOCIALE: IL PARADOSSO DELLA TRADIZIONE

E’ impossibile la teoria, invece largamente condivisa, che lega il sorgere della sociologia all’avvento della società moderna e alla capacità di modificare e guidare la società, pensando la sociologia come strumento di auto-ascolto della società stessa, attraverso un’auto-regolazione “puramente attuale o odierna” (sincronica), prescindendo da ogni tradizione (cioè da ogni eventuale auto-regolazione diacronica, memore del passato e della storia).

A parte, il rischio che la sociologia divenga politica, non si vede come le società moderne (per le quali si sostiene l’abbandono, non si sa quanto definitivo, delle “grandi tradizioni” statiche ed essenzialmente contadine, per un modello che è stato descritto come liquido o iper-liquido) possano aver creato una sociologia più matura delle antiche teorie etico-politiche che hanno fondato la sociologia, dai greci (p.e. Aristotele) ad oggi.

E’ un paradosso che una società, che abbia decisamente già imboccato la strada della modernizzazione, possa aver sostituito, come supremo criterio di legittimità per le decisioni più rilevanti, il calcolo sociologico e regionale dell’oggi senza ieri e senza domani, e lo abbia fatto ignorando volontariamente l’autorità del passato e della storia, cioè di quell’“eterno ieri” rappresentato dai valori della tradizione.

E’ paradossale, perchè il sociologo di oggi è, volente o nolente, erede di “una” tradizione. Lo è come lo erano i greci di circa 2.500 anni fa, sebbene di una “storia” ancora più antica, e lo è ancor più oggi dal momento che la sociologia nasce, per consenso unanime, dalle prime riflessioni sulla società sorte in epoca greca e romana.

E’ paradossale, quindi, perchè non può negarsi che come il sociologo sarà erede “sincronico” della realtà sociale dei suoi giorni, lo sarà anche di una tradizione millenaria, che si riversa, a titolo d’esempio, nei modi di aggregazione sociale ed economica delle città di oggi, cioè nel concetto di “civitas” e di civilizzazione, senza parlare del fatto che tale tradizione è massicciamente presente nelle strutture quasi perenni del diritto romano, di cui vi è innegabile traccia nelle strutture più resilienti e resistenti della nostra società pubblica (la “res publica”) e privata (il matrimonio con le sue varianti postmoderne).

In conclusione, l’ingegneria sociale del sociologo di oggi non può essere meno politica, ed impastata di tradizione, della riflessione (p.e. greca) sulle società di ieri.

 

I CONFINI DELLA SOCIOLOGIA

L’orizzonte della sociologia va demarcato, allora, in modo diverso, per poter progredire. L’oggettività deve essere raggiunta attraverso il programma di

(i) una logica situazionale che demarchi in modo “dolce o sfumato” (tipico p.e. della logica fuzzy o di altra logica multivalore o comunque complessa e paraconsistente) il sociologo dalle macro-formazioni sociali (stato) e micro-formazioni (famiglie e individui), nonchè dai loro interessi,

(ii) una esplicita teorizzazione delle misure matematiche del gradimento emotivo del sociologo verso i governanti, che impieghino le logiche complesse e multivalori di cui sopra, per cogliere e misurare i “modi” ponderati e ponderabili dei vettori emotivi del suo “personale” consenso, e

(iii) nel contempo, di una sfumata, anche se non netta, immunizzazione dal predetto gradimento emotivo del sociologo verso i governanti, come fattore di distorsione del suo pensiero.

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…TESTO IN CITAZIONE

Come sorge la sociologia? Come sorge la sociologia? A questo interrogativo si possono dare tre risposte. In primo luogo, si può sostenere che la sociologia esiste da sempre e che già la si ritrova, per esempio, negli autori classici greci e latini, per non menzionare quelli orientali. In secondo luogo si può sostenere che la sociologia nasce con il padre ufficiale di essa, Auguste Comte, coniatore del termine e quindi formalmente “inventore” della disciplina. In terzo luogo, è possibile dimostrare che la sociologia nasce storicamente con l’avvento della società industriale moderna e con il concetto di “società civile”. È vero infatti che si ritrovano negli autori classici riflessioni e analisi di fenomeni sociali e politici importanti, ma solo occasionalmente tali riflessioni si presentano collegate con dati empirici di prova e avvertono l’esigenza d’una verifica, o di una falsifica, in senso proprio. D’altro canto la concezione della sociologia che la vede legata all’insegnamento di Auguste Comte implica che una scienza possa sorgere all’improvviso compiuta e perfetta, quasi scaturisse ex capite Jovis, ad opera dei suoi autori, per così dire, ufficiali. La teoria che lega il sorgere della sociologia all’avvento della società moderna è a nostro giudizio la più fondata in quanto non si dà sociologia senza società, e senza società di un certo tipo. La sociologia è lo strumento di auto-ascolto ed eventualmente di auto-regolazione fondamentale per le società che hanno abbandonato le “grandi tradizioni”, già statiche ed essenzialmente contadine, e che hanno deciso di imboccare la strada della modernizzazione, sostituendo, come supremo criterio di legittimità per le decisioni rilevanti, il calcolo regionale all’autorità dell’“eterno ieri”, cioè ai valori della tradizione.

Non a caso, quindi, nel Settecento ha inizio lo studio sociologico della società e si possono rinvenire i primi elementi per una definizione della sociologia come analisi empirica, concettualmente orientata, delle strutture istituzionali e dei comportamenti collettivi socialmente rilevanti così come non a caso già nel Settecento la sociologia si presenta divisa in tre correnti ben distinte e consapevoli:

  1. a) un indirizzo psicologico, che tende a identificare i sentimenti e le passioni che influiscono sui rapporti sociali e rappresentano le forme generatrici delle forze sociali e delle loro modificazioni;
  2. b) un indirizzo economicistico, che tende a porre in luce, assai prima di Marx, se pure meno sistematicamente, il peso degli interessi e il significato sociale della proprietà e della sua distribuzione; in base ad esso per la prima volta il fenomeno dell’ineguaglianza umana non è considerato né come un dato naturale né come voluto da Dio, ma viene semplicemente collegato con altri fenomeni sociali;
  3. c) un indirizzo ecologico e geo-ambientale, che mette in rilievo l’importanza del fattore geografico e climatico-ambientale, con riguardo alla conformazione della società e sottolinea il rapporto uomo-risorse naturali.

Se poi la sociologia del Settecento trova in Inghilterra il suo terreno più fertile, ciò si deve al fatto che l’evoluzione della società inglese precede quella di qualsiasi altro paese europeo. […]

La concezione della sociologia come ricerca empirica, concettualmente orientata, aperta agli apporti inter-disciplinari, tesa ad integrare schema teorico e dato empirico, fortemente consapevole della dimensione storica e nel contempo legata al procedimento scientifico che si esprime nella triplice sequenza “problemi – ipotesi – verifica”, rappresenta lo sbocco di un lungo e vario processo evolutivo le cui origini possono ragionevolmente collocarsi verso la metà del Settecento. Non v’è dubbio che un elemento probabilmente ineliminabile e di arbitrarietà si annida in qualsiasi tentativo di periodizzazione, specialmente quando si tratti di una disciplina relativamente giovane, certamente più sciolta e spregiudicata ma anche meno sicuramente protetta da un’antica e collaudata tradizione accademica. Tenendo tuttavia presenti fondamentali caratteristiche sia di ordine analitico-metodologico che contenutistico-sostanziale, è dato distinguere, nello sviluppo della sociologia dalle origini ai nostri giorni, quattro grandi fasi:

  1. a) fase sistematica (1750-1880);
  2. b) fase della ricerca sociale circoscritta e della specificità (1890-1929);
  3. c) fase neo-sistematica (1929-1955);
  4. d) fase della sociologia critica (1955-…).

 

(Franco Ferrarotti, Sociologia, Accademia, Milano 1977)

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