I Non Luoghi e la Logica della Situazione

LOGICA DELLA SITUAZIONE

K. R. Popper ha, a più riprese, sostenuto che il metodo delle scienze sociali potrà raggiungere la sua maturità, quando sarà possibile compiere esperimenti sulla logica della situazione in cui l’attore sociale opera.

Le teorie sociologiche potranno finalmente essere sperimentate, grazie alla fecondità del metodo delle confutazioni, per mezzo della situazione sociale e della sua logica, delle conclusioni osservative che derivano da teorie sociologiche ipotetiche.

E la scienza sociale, finalmente, si consoliderà e avanzerà, attraverso la congettura di teorie audaci ed esplicative e attraverso la progressiva eliminazione di teorie contraddette dalla predetta logica della situazione.

Tutto ciò accadrà ogni qual volta sarà possibile opporre l’esame (analisi) della situazione sociale al modello di azione (dell’attore sociale) che la teoria congetturava.

ANALISI SITUAZIONALE

Questa analisi situazionale (Situational analysis o Situational logic) è un concetto avanzato da Popper nella sua opera “The Poverty of Historicism“.

Questo tipo di analisi permette di risolvere il problema teorico del “come” è avvenuta una specifica scelta dell’attore sociale, compiendo ipotesi sulle influenze che la sua situazione sociale esercita, ponendolo nella costrizione o necessitazione di compiere un’azione appropriata al contesto.

Le leggi generali ipotizzate (che regolano le condotte appropriate in generale, vietando determinati comportamenti come inappropriati) spiegheranno la condotta dell’attore, purchè siano sufficientemente specificate le condizioni iniziali della sua condotta, della sua situazione sociale e della sua successiva evoluzione.

Koertge (nel 1975 in Koertge N., Popper’s Metaphysical Research Program for the Human Sciences, Inquiry, 18 (1975), pp. 437-62) ha così sintetizzato la procedura:

  • “Prima si provvede ad una descrizione della situazione:
    ”L’Attore A era in una situazione di tipo C”.
  • Questa situazione è poi analizzata come segue
    ”In una situazione di tipo C, la cosa appropriata da fare è X.”
  • Si può poi invocare il principio di razionalità:
    ”gli attori agiscono sempre in modo appropriato alla loro situazione”
  • Infine abbiamo l’explanandum:
    ”(perciò) A ha compiuto X.”

MERITI E LIMITI DELL’ANALISI SITUAZIONALE

Popper riteneva che l’analisi situazionale, come metodo del risolvere il problema generale della scelta attraverso teoria confutabili dal principio di razionalità e dalla situazione sociale, fosse in notevole misura superiore all’analisi psicologica dei moventi dell’attore sociale.

In luogo dello psicologismo, Popper riteneva che avesse maggiori meriti l’individualismo metodologico e l’analisi situazionale, a causa della possibilità di introdurre il correttivo della razionalità, il cui principio è “l’attore sociale opera in modo appropriato alla situazione (è razionale)”, e di quella di evitare le derive irrazionalistiche tipiche dei modelli psicologici.

Il mercato, la politica, e gli individui all’interno di queste realtà istituzionali, sarebbero meglio testabili se si attribuisce loro un legame razionale con la situazione in cui operano.

Tuttavia, Popper ha sempre riconosciuto che, dopo tutto, gli essere umani spesso rispondono alle situazioni sociali in modi del tutto irrazionali e inappropriati, per cui ne concludeva che lo stesso principio di razionalità (rationality principle) non dovesse essere pensato come un principio metodologico a priori e immune da confutazione o testing.

Il limite dell’analisi situazionale, dunque, andrebbe individuato nella natura metafisica del principio di razionalità, sebbene Popper poi abbia suggerito che un tale principio vada comunque difeso dogmaticamente e pragmaticamente nella misura in cui, per quanto non definitivamente affidabile, esso possa determinare errori trascurabili di valutazione dell’operato degli attori sociali, dato che essi sarebbero in ogni caso “generalmente razionali”.

Il vantaggio dell’analisi situazione quindi consiste nella testabilità delle teorie, collegate razionalmente

  • all’attore sociale,
  • alla legge generale della compliance o fitness del suo comportamento con la situazione sociale in cui opera,
  • alla situazione sociale e
  • alle condizioni iniziali dell’attore e della sua situazione sociale.

In definitiva, per Popper, la attuale tendenziale falsità, di tutti i modelli sociologici in circolazione, dovrebbe essere ricondotta all’imperfezione dei meccanismi di falsificazione o confutazione delle teorie, cioè a imperfezioni metodologiche che deriverebbero da errate assunzioni secondarie dell’analisi situazionale (per esempio, da banali errori di descrizione dell’attore sociale, della sua condotta, della sua situazione, delle condizioni iniziali, ecc.). Ma lo stato dell’arte non proprio cristallino della sociologia non dipenderebbe dall’adozione eccessiva del  principio di razionalità (p.e. già molto contestato in abito economico ed econometrico), in quanto per Popper le sue inintenzionali inaccuratezze o i suoi eccessi metafisici non potrebbero produrre errori molto grandi.

Trattenere la validità del “rationality principle”, in modo metafisico e meta-metodologico permette, infatti, di formulare test cruciali tra teorie rivali e di compiere genuini progressi nelle scienze sociali.

Se, all’opposto, il principio di razionalità fosse rilassato, Popper temerebbe che potrebbero persino scomparire  i più sostanziali vincoli teorici ed empirici alla costruzione dei modelli.

 

UNA RECISA CONTRADDIZIONE PER L’ANALISI SITUAZIONALE: I NON LUOGHI

Il testo in citazione, un classico della sociologia, sembra mettere in scacco la promessa metodologica di Popper e dell’analisi situazionale. Infatti, l’elenco narrativo dei luoghi in cui gli attori sociali si incrociano senza conoscersi sembra sfuggire alla personalizzazione della scelta sociale e alle possibili decodificazioni mediante leggi sociologiche generali.

Infatti, quel metodo (l’analisi situazionale) suppone un ambiente e degli attori definiti e dei “luoghi”, la cui logica deve rispondere ad un principio di razionalità (l’appropriatezza dell’agire sociale), quale premessa di una scienza basata su teorie falsificabili mediante il contesto, le leggi e le condizioni iniziali.

Ma esistono, come il testo citato racconta, dei “non luoghi”, dove gli attori sociali sono anonimi, le scelte sono scontate e non esistono spazi di dubbio per approfondire in modo originale l’analisi: questi non luoghi sono gli aeroporti, le stazioni dei treni, le autostrade, le relative piazze di incontro, smistamento, arrivo e partenza, dove nessuno di noi, in qualità di passeggero, ha una casa o amici o un lavoro (salvo essere un addetto), un ruolo o un destino (diverso dal luogo di arrivo o di partenza).

Il problema sociologico e metodologico dei non luoghi è dato dal fatto che, seguendo un codice di condotta standardizzato, quello delle code informatiche dei veicoli sulle autostrade, quelle degli aerei in decollo, volo e atterraggio, delle carte di credito e dei bancomat, dei biglietti di ferrovia o metropolitana, o quello delle code di corpi umani in fila davanti a cancelli, gates, predellini di veicoli, scale mobili, ecc. – non vi è alcuna logica della situazione che non sia già prevista dal programma informatico o dal vincolo architettonico di utilizzo delle strutture. Non vi è cioè spazio per la scoperta. L’attore, le condizioni iniziali, le leggi generali, la teoria nei non luoghi è già programmata, quindi non può essere scoperta, quindi non vi è, in essi, scienza sociale.

Nello stesso tempo, questo non è vero, è possibile una logica della situazione irrazionale, una deviazione dal programma e persino del principio di razionalità programmata.

E questa contraddizione alla perfetta logicità dei non luoghi è una strana seconda contraddizione, interna ai non luoghi stessi, dato che sembra alludere ad un programma metodologico ben più profondo e fecondo di quello popperiano.

Marc Augé (in Marc Augé, Nonluoghi: introduzione ad un’antropologia della surmodernità, Elèutera Editrice, Milano 1993) ha infatti notato che i non luoghi sono luogo di una possibile avventura, in cui vi è qualcosa di estraneo sia al principio di razionalità (l’agire appropriato dell’attore razionale) sia al completamente irrazionale (l’agire inappropriato).

Marc Augé sostiene che nei non luoghi, luomo assapora la sensazione di libertà datagli sia dall’essersi sbarazzato del bagaglio dei doveri sociali routinari (lavoro, famiglia, ecc.) sia, più intimamente, dalla certezza di dover solo attendere il corso degli avvenimenti (programmato dai computer, dal diritto e dall’architettura), una volta «messosi in regola », grazie al fatto di aver intascato la carta di imbarco e di aver declinato la propria identità.

Augè si chiede se “non è in questi luoghi sovrappopolati, dove si incrociano ignorandosi migliaia di itinerari individuali, ….[che] sussiste oggi qualcosa del fascino incerto dei terreni incolti, delle sodaglie e degli scali, dei marciapiedi di stazione e delle sale d’attesa dove i passi si perdono, di tutti i luoghi dell’incontro fortuito dove si può provare fuggevolmente la possibilità residua dell’avventura, la sensazione che c’è solo da «veder cosa succede»?”

 

CONGETTURA DI UN NUOVO PRINCIPIO DI RAZIONALITA’ SOCIALE

E’ congetturabile che l’attore sociale, fuori dal programma predeterminato, informaticamente o architettonicamente o giuridicamente nei non luoghi, goda di un principio di razionalità equivoco.

La sua condotta all’interno dei non luoghi è più che appropriata, è “determinata”, per cui l’attore sociale propriamente quasi non esiste, dato che gli si richiede solo di eseguire un programma, su cui propriamente non esercita alcuna scelta appropriata, scelta avente il solito margine di discrezione che fa del’attore sociale un vero agente sociale libero e consapevole. Ne deriva la superfluità della scienza sociale nei non luoghi, dato che in essi è “metaforicamente” superfluo l’attore sociale.

Nello stesso tempo la condotta è “meno che” appropriata, dato che l’attore sociale non si adegua a delle costrizioni con una scelta del tutto inconsapevole, le subisce con un atto di consenso deliberato, il quale non può dirsi propriamente assente, dato che l’attore sociale paga un biglietto, ha un training adeguato per usare un’autostrada o una piazza o simili, sa guidare un auto, sa usare il danaro, sceglie di esibire i documenti di identità e simili.

Questa natura equivoca del principio di razionalità nei non luoghi, sembra radicalmente diversa dallo stesso principio di razionalità come inteso da Popper e dall’analisi situazionale, principio con il quale si ha invece solo l’ipotesi generale (metafisica o meta-metodologica)  che l’attore sociale terrà o non terrà una condotta appropriata alla situazione sociale.

Il comportamento razionale in Popper e nell’analisi situazionale è del tipo:

  • L’attore sceglie di adeguarsi in modo appropriato alla situazione sociale, del tutto oppure no.
  • La situazione sociale condiziona la scelta e la spiega, del tutto oppure no.
  • In una variante probabilistica, del tutto naturale all’analisi situazionale, l’attore sceglie di adeguarsi in modo appropriato alla situazione sociale, con probabilità misurabile.
  • La situazione sociale condiziona la scelta e la spiega, con probabilità misurabile.

Il comportamento nei non luoghi è, invece, auto-contraddittorio e del seguente tipo:

  • L’attore non sceglie di adeguarsi alla situazione sociale, ma dà un assenso totale alla stessa.
  • L’attore, però contraddittoriamente, sceglie di dare un assenso totale alla situazione sociale, ma potrebbe sottrarsi alla situazione sociale (p.e. non imbarcandosi su un treno o un aereo).
  • La situazione sociale non prospetta alcuna scelta e non la spiega (salvo intendere  il programma informatico, giuridico o architettonico quale surrogato della situazione sociale,…è un questione solo di termini, forse).
  • La situazione sociale permette, però contraddittoriamente, la scelta di non aderire al non luogo (non salire su un treno).

E’ semmai da notare che nei non luoghi:

  • Non esistono varianti probabilistiche dei predetti argomenti, dato che ciò che è misurabile è non la probabilità di una sceltà dell’attore sociale o la probabilità che la situazione sociale ne condizioni e spieghi l’azione sociale,
  • Ma è misurabile propriamente, in modo numericamente fuzzy, la qualità equivoca “contemporaneamente A e Non-A” dell’assenso totale al non luogo, che è sia consapevole che inconsapevole,
  • Ed è misurabile propriamente, in modo numericamente fuzzy, la qualità equivoca “contemporaneamente A e Non-A” della situazione sociale, che è sia esplicativa che non esplicativa (e sia obligatoria sia evitabile).

 

COMPORTAMENTO ESPLORATIVO E CONDIZIONE PER UNA SCIENZA SOCIALE

Come detto più sopra, Marc Augé (in Marc Augé, Nonluoghi: introduzione ad un’antropologia della surmodernità, Elèutera Editrice, Milano 1993) ha inoltre notato che i non luoghi sono luogo di una possibile avventura, in cui vi è qualcosa di estraneo sia al principio di razionalità (l’agire appropriato dell’attore razionale) sia al completamente irrazionale (l’agire inappropriato).

Anche qui si offre un secondo tipo, ancora più interessante, di natura equivoca del principio di razionalità nei non luoghi, altrettanto radicalmente diversa dal principio di razionalità come inteso da Popper e dall’analisi situazionale.

Marc Augé, infatti,  sostiene che nei non luoghi, luomo assapora la sensazione di libertà datagli sia dall’essersi sbarazzato del bagaglio dei doveri sociali routinari (lavoro, famiglia, ecc.) sia, più intimamente, dalla certezza di dover solo attendere il corso degli avvenimenti (programmato dai computer, dal diritto e dall’architettura), si ribadisce, una volta «messosi in regola » e grazie al fatto di aver intascato la carta di imbarco e di aver declinato la propria identità.

Ebbene, proprio la possibilità di questa “libera contemplazione” e di un comportamento “avventuroso ed esplorativo”, fosse anche verso la semplice vista della natura o delle città osservabili durante il viaggio, la sosta o la circospezione dell’orizzonte dei non luoghi, che offrono estesi panorami naturali o urbani non posseduti o sconosciuti, quegli stessi che le rotte aeree, ferroviarie e autostradali attraversano, – ebbene, questa possibilità mette in scacco ancora più fortemente il principio di razionalità sociologico di Popper, che compie l’ipotesi generale (metafisica o meta-metodologica)  che l’attore sociale terrà o non terrà una condotta appropriata alla situazione sociale.

Il comportamento verso il panorama dei non luoghi è, infatti, portatore di una auto-contraddizione ancora più severa e del seguente tipo:

  • L’attore non sceglie di adeguarsi alla situazione sociale, ma ne è parzialmente fuori (è sia dentro il non luogo sia immerso nel panorama esterno sia fuori dalle ordinarie routine sociali).
  • L’attore, però contraddittoriamente, esplora sia la situazione sociale del non luogo sia il panorama sia la sua relativa distanza dalle routine sociali, si sottrae e non si sottrae a tutto ciò (p.e. teorizzando il proprio ritorno, la propria partenza, il viaggio, il senso e la collocazione della propria esistenza all’interno dei mondi sconosciuti, naturali o urbani, che circondano i non luoghi).
  • La situazione sociale non prospetta alcuna scelta e non la spiega, l’attore sociale non è nè sospeso in una irrazionale contemplazione, dato che l’esplorazione crea e cerca metodi di comprensione della situazione sociale e l’attore sociale vi è in essi più vivo che mai, nè è irretito o influenzato dai panorami dei non luoghi al punto di compiere alcuna scelta razionale e appropriata ad alcuna esigenza pressante (il programma informatico, giuridico o architettonico quale surrogato della situazione sociale, infatti, è stato già adempiuto, p.e. pagando un biglietto).
  • La situazione sociale permette, perciò contraddittoriamente, sia di esplorare razionalmente sia di non agire razionalmente verso alcune esigenza pratica (ci si limita a vedere, pensare, capire, esplorare, fantasticare, seguire il viaggio, ricordare la partenza o i propri cari, attendere il ritorno, prefigurare o sperare l’arrivo, ecc.).

E’ quindi da notare che nei non luoghi:

  • Non esistono varianti probabilistiche dei predetti argomenti, dato che ciò che è misurabile è non la probabilità di una sceltà dell’attore sociale o la probabilità che la situazione sociale ne condizioni e spieghi l’azione sociale,
  • Ma è misurabile propriamente, in modo numericamente fuzzy, la qualità equivoca “contemporaneamente A e Non-A” della razionalità dell’esplorazione  e della non razionalità di condotte libere ed avventurose, che sono sia consapevoli che inconsapevoli, ragionate e fantastiche.
  • Ed è misurabile propriamente, in modo numericamente fuzzy, la qualità equivoca “contemporaneamente A e Non-A” della situazione sociale, che è sia non esplicativa (e incondizionante) sia influente sull’attore sociale (anche se sottratta allo stesso e sicuramente fuori dal suo campo di azione).

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E’ facile intuire che la vista degli orizzonti circostanti i non luoghi, con le condotte non routinarie e avventurose ed esplorative dell’attore sociale, è “la vita stessa dello scienziato sociale”, il principio della sua teoresi e della sua auto-osservazione all’interno della società. Il momento in cui egli contempla sè stesso fuori dalla società ed al suo interno.

Detto più concisamente, il comportamento esplorativo di cui sopra si offre all’intuizione come ciò che fonda la stessa analisi situazionale di Popper e si pone (come una sorta di “serendipity“) come una delle condizioni, non forse l’unica, per l’avvio di una scienza sociale.

 

LEGGI QUALITATIVE MISURABILI: sociogrammi ponderati fuzzy

Se le tre leggi della meccanica di Newton sono l’inerzia di quiete o di moto, l’equivalenza tra forza e massa (F=ma) per accelerazione e l’equivalenza di azione e reazione (F12=-F21), e se la gravitazione e le altre tre forze danno insieme ad esse un quadro formidabilmente compatto, anche se superato, della meccanica razionale in fisica, – è un pò strano pensare quanto sia arretrata la sociologia, se non gode nè di una meccanica razionale nè di una legislazione matematica così semplice (per quanto persino superata nel 3° millennio) e in forma almeno equivalente.

La cosa più irriverente sarebbe però osare pensare che la sociologia non abbia bisogno di alcuna meccanica razionale dei movimenti (o delle scelte) degli attori sociali nè di una legislazione matematica ispirata alla meccanica newtoniana o ai quanti o alla teoria dei campi standard della fisica di oggi.

Forse l’unica cosa in comune tra sociologia e fisica potrà essere il fatto che  le leggi della meccanica razionale sono una rete di equazioni che correla enti astratti, come la sociologia può legare in reti (sociogrammi) gli attori sociali, cioè degli enti molto concreti, e il loro ambiente (la situazione sociale).

Poi le differenze aumentano. Infatti, la complessità degli attori sociali osservabili nella situazione richiede, non solo, semplificazioni e LEGGI QUALITATIVE del tutto proprie a questa complessità. Inoltre, la complessità degli attori sociali è data dalla presenza estesa di reti di relazioni, che valgono a far considerare come prioritaria l’analisi della forma generale delle relazioni, perchè più semplice, piuttosto che l’analisi (sempre matematicamente intrattabile) della complessità del singolo attore sociale o della singola situazione sociale.

Fatte queste premesse, una debole somiglianza tra fisica e sociologia, potrebbe ancora essere data dal fatto che entrambe godono di leggi che, in senso popperiano, devono vietare, e in forma universale, che determinate “qualità” degli attori sociali (come in fisica le “quantità” delle particelle fisiche o delle onde o dei campi) si manifestino, in relazione alla data situazione.

La MATEMATICA di queste qualità sarà il grado numerico fuzzy dei legami (deboli o forti) tra gli attori sociali, che vale a vietare determinate evoluzioni dei sistema degli attori stessi. Una tale matematica (del grado delle qualità, o membership function) non è adoperata in fisica, dato che questa tratta quantità più che qualità.

In sociologia, invece, si quantificherà il grado di forza di un legame sociale, mediante una “membership function”, che misuri, cioè, il grado di appartenenza, per esempio,

  • dell’attore sociale al suo cluster di riferimento,
  • del numero e peso delle sue connessioni,
  • dell’intensità affettiva di legame,
  • etc.

I sociogrammi, che rappresentaranno queste reti di azioni tra attori, mostreranno FUNZIONI ad arco (arco di legame di rete), non probabilistiche, ma fuzzy, tra la sceltà “A” dell’attore sociale e la scelta opposta “non-A” (o le ulteriori, mai vietate dal principio del terzo escluso, che verrà ivi esplicitamente disapplicato).

La scelta muldimensionale (senza ammissione del principio del terzo escluso) tra le opzioni A e le varie non-A sarà anche ponderata in modo fuzzy, non solo dalla funzione che le unisce tra loro, ma anche da quella che (mediante un apposito arco di legame retiforme) le congiunge alla data situazione sociale, che in parte ne condizionerà e spiegherà il loro decorso (spiegherà cioè le azioni sociali finali).

Quindi esisteranno sociogrammi e funzioni matematiche che misurano in modo numericamente fuzzy, la qualità “equivoca”, contemporaneamente A e Non-A”, della razionalità dell’esplorazione  e della non razionalità di condotte libere ed avventurose, che sono sia consapevoli che inconsapevoli, ragionate e fantastiche.

Sarà altresì propriamente misurabile propriamente, in modo numericamente fuzzy, la qualità equivoca “contemporaneamente A e Non-A” della situazione sociale, che è sia non esplicativa (e incondizionante) sia influente sull’attore sociale (anche se sottratta allo stesso e sicuramente fuori dal suo campo di azione).

In conclusione di avranno due tipologie generali di reti sociali (sociogrammi), con le relative proibizioni universali di comportamento:

  • il sociogramma ponderato fuzzy degli attori sociali in relazione tra loro, all’interno di clusters più o meno diversificati
  • il sociogramma ponderato fuzzy degli attori sociali in relazione con la situazione sociale, la quale sarà rappresentata da un nodo speciale, il quale si associa ai singoli attori sociali, anche in questo caso, in clusters più o meno diversificati.

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…TESTO IN CITAZIONE

 

Non luoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità

Prima di prendere l’auto, Pierre Dupont [Come dire il signor Qualunque – N.d.T.] ritira del danaro al bancomat. L’apparecchio accetta la carta di credito autorizzandolo a ritirare milleottocento franchi. Pierre Dupont schiaccia il pulsante 1.800. L’apparecchio chiede di avere un istante di pazienza, poi emette la somma stabilita ricordandogli di non dimenticare la carta di credito. «Grazie della vostra visita» conclude, mentre Pierre Dupont sistema le banconote nel portafoglio.

Il tragitto è facile: entrare a Parigi per l’autostrada A11 non pone problemi a quell’ora della domenica.

Non deve fare file all’entrata, paga con la carte bleue al casello di Dourdan, circonvalla Parigi prendendo il raccordo anulare e raggiunge Roissy per l’A1.

Parcheggia al secondo piano sotterraneo (zona J), lascia scivolare la ricevuta del parcheggio nel portafoglio, poi si affretta verso gli sportelli di imbarco dell’Air France. Si libera con sollievo della valigia (venti chili giusti), mostra il biglietto alla hostess chiedendole di poter avere un posto fumatore dal lato corridoio. Sorridente e silenziosa, la donna fa un cenno con la testa dopo aver verificato sul suo computer, poi gli dà biglietto e carta di imbarco. «Imbarco satellite B ore 18» [Nell’aeroporto parigino Satellite è il nome che viene dato alle aree di attesa da cui ci si imbarca – N.d.T.] precisa.

Si presenta in anticipo al controllo di polizia per fare qualche acquisto al duty-free. Compra una bottiglia di cognac (un souvenir della Francia per i suoi clienti asiatici) e una scatola di sigari (per uso personale). Ha cura di conservare la fattura assieme alla carte bleue.

 Scorre rapidamente con lo sguardo le vetrine lussuose – gioielli, abiti, profumi –, si ferma alla libreria, sfogliando qualche rivista prima di scegliere un libro poco impegnativo – viaggio, avventura, spionaggio –, poi riprende la sua passeggiata senza impazienza.

 L’uomo assapora la sensazione di libertà datagli sia dall’essersi sbarazzato del bagaglio sia, più intimamente, dalla certezza di dover solo attendere il corso degli avvenimenti una volta «messosi in regola » grazie al fatto di aver intascato la carta di imbarco e di aver declinato la propria identità. «A noi due Roissy!»: non è in questi luoghi sovrappopolati, dove si incrociano ignorandosi migliaia di itinerari individuali, che sussiste oggi qualcosa del fascino incerto dei terreni incolti, delle sodaglie e degli scali, dei marciapiedi di stazione e delle sale d’attesa dove i passi si perdono, di tutti i luoghi dell’incontro fortuito dove si può provare fuggevolmente la possibilità residua dell’avventura, la sensazione che c’è solo da «veder cosa succede»?

L’imbarco avviene senza problemi. I passeggeri con la carta di imbarco segnata Z sono invitati a presentarsi per ultimi, facendoli così assistere un po’ divertiti al leggero e inutile pigia pigia delle lettere X e Y all’uscita del satellite.

Attendendo il decollo e la distribuzione dei giornali, sfoglia la rivista della compagnia aerea e immagina il possibile itinerario del viaggio percorrendolo col dito: Héraklion, Larnaca, Beirut, Dharan, Dubai, Bombay, Bangkok – più di novemila chilometri in un batter d’occhio e qualche nome che di tanto in tanto ha fatto parlare di sé la cronaca. Dà uno sguardo alle tariffe di bordo esentasse (dutyfree price list), verifica che le carte di credito siano accettate anche sui voli a lunga percorrenza, legge con soddisfazione i vantaggi della «business class», di cui beneficia grazie alla intelligente generosità della sua ditta. […] Si decolla. Sfoglia più rapidamente il resto della rivista […]. Una pubblicità della carta Visa riesce a rassicurarlo («Accettata a Dubai e ovunque voi viaggiate… Viaggiate con fiducia con la vostra carta Visa»). Poi getta uno sguardo distratto su alcune recensioni di libri e, per interesse professionale, si attarda un istante su quella che riassume un’opera intitolata Euromarketing: «L’omogeneizzazione dei bisogni e dei comportamenti di consumo fa parte delle tendenze forti che caratterizzano il nuovo ambito internazionale dell’impresa… A partire dall’esame dell’incidenza del fenomeno di globalizzazione sull’impresa europea, sulla validità e il contenuto di un euromarketing e sull’evoluzione prevedibile del marketing internazionale, vengono dibattute numerose questioni». Per finire, la recensione evoca «le condizioni propizie allo sviluppo di un mix il più standardizzato possibile» e «l’architettura di una comunicazione europea».

Un po’ sognante, Pierre Dupont ripone la sua rivista. La scritta Fasten seat belt [«Allacciare le cinture», in inglese nel testo – N.d.T.] si spegne. Si aggiusta la cuffia, sceglie il canale 5 e si lascia invadere dall’adagio del concerto n.1 in do maggiore di Joseph Haydn. Per qualche ora (il tempo di sorvolare il Mediterraneo, il Mare Arabico e il golfo del Bengala) sarà solo.

 

(Marc Augé, Nonluoghi: introduzione ad un’antropologia della surmodernità, Elèutera Editrice, Milano 1993)