Ipotesi sociologica

DEDUZIONE SOCIOLOGICA E ASSENZA DI CONTROLLO CRITICO

La sociologia non ha nessuna speranza di essere teoricamente ed empiricamente valida finchè rimane disperatamente priva di logica, matematica ed esperimento.

I rapidi cambi di prospettiva delle ordinarie ipotesi sociologiche che raccolgono connessioni disperse e del tutto arbitrarie da un campo conoscitivo all’altro sono il tipico errore sociologico di chi scambia l’originalità per validità.

L’esame di un grande potere statale, di una tendenza letteraria particolare, di una famiglia, di una prigione, di una fede sono sicuramente temi profondi e densi di incognite e misteri scientifici, ma lo studio dell’uomo e della società in questi apparentemente concentrati ambiti (un potere, una tendenza letteraria, una fede, una famiglia, ecc), mediante il rapido e arbitrario passaggio da una prospettiva ad un’altra (da una prospettiva politica ad una prospettiva psicologica, dall’esame di una singola famiglia a uno studio comparativo dei vari bilanci nazionali del mondo, dalla scuola di teologia alle istituzioni militari, dall’analisi dei problemi di un’industria petrolifera alla critica della poesia contemporanea), è un banale errore metodologico e teorico: cosa garantisce la validità di una tale connessione, di una siffatta associazione mentale o empirica?

Nulla più di una deduzione arbitraria.

E fin qui nulla di male, il sapere scientifico è congetturale e deduttivo.

Ma è anche critico ed usa esperimenti ripetibili (empirici o mentali) per confutare la deduzione delle connessioni arbitrarie che chiamiamo “teorie”. Proprio una tale confutazione della deduzione arbitraria manca in sociologia.

 

ERRORE SOCIOLOGICO E CONFUTAZIONE

E’ più onesto intellettualmente riconoscere che è arbitrario e deduttivo aver concepito la tal teoria che abbraccia “con la mente le trasformazioni più impersonali e remote e le reazioni più intime della persona umana e ne fissa il rapporto reciproco”.

I rapporti associazionistici tra la tal famiglia, oggetto di indagine sociologica, e il contesto storico ed epocale della tale società in cui la data famiglia vive, devono essere denunciati per quello che sono: congetture.

L’errore sociologico consiste nel non voler controllare con una confutazione la teoria, cioè nel non sapere o volere o poter trovare le incongruenze logiche, le contraddizioni con i fatti del detto contesto sociale, con la tale epoca e storia.

Se l’ipotesi sociologica è mossa dal “bisogno di conoscere il senso sociale e storico dell’individuo nella società e nel periodo in cui ha vita e valore”, come si può pretendere di afferrare “mediante l’immaginazione sociologica, ciò che avviene nel mondo e di comprendere ciò che si svolge in loro stessi in quanto punti di intersezione della biografia e della storia nella società“, senza poi voler smettere di verificare o trovare costanti verifiche in tale storia e, invece, iniziare a trovare il punto di rottura tra la nostra teoria sociologica e la storia?

La confutazione manca, quando ci si affretta a trovare verifiche nel dato contesto storico ed epocale, di ciò che si è teorizzato e congetturato. Nulla tronca il capo alla deduzione, nulla la confuta e la abbatte, rendendo un servizio alla teoria alternativa e concorrente che invece supera un tale controllo.

 

INDUZIONE E DEDUZIONE DELLA TEORIA SOCIOLOGICA

Il fine metodologicamente corretto, capace di garantire una teoria valida (robusta e resistente alla confutazione e nel contempo esplicativa), sarebbe, chiaramente, quello di selezionare la teoria che meglio spiega sia la storia e il contesto sociale sia la “data famiglia”, attraverso la resistenza ripetuta ai colpi di una confutazione logica, matematica, empirica ed anche derivante da esperimenti mentali.

Una tale teoria deve anche essere una ragionevole induzione o generalizzazione della realtà sociale indagata, con buona pace di K.R. Popper, altrimenti il modello potrebbe risultare non esplicativo, perchè del tutto arbitrario o non rassomigliante (verosimile).

Ma una tale induzione del ritratto induttivo della “data famiglia” deve essere vaga, approssimata, frequentisticamente affidabile ed empiricamente vicina/prossima alla realtà sociologica indagata, …e nel contempo, a causa di tali caratteri metodologici ed epistemologici, non necessaria!

Altrimenti l’anti-induzionismo di Popper e Hume avrebbe ragione, mentre qui si intende preservare sia la fonte induttiva che quella deduttiva delle teorie sociologiche (persino Popper potrebbe ammettere, avendo più volte sostenuto l’assenza di autorità, in materia  di fonti della conoscenza, una fonte induttiva, ma non necessaria, della teoria scientifica).

L’immagine sociologica di una famiglia deve essere un ritratto induttivo il più possibile fedele di una tale famiglia. le deduzioni sociologiche su tale famiglia (in virtù del carattere parzialmente contingente e parzialmente necessario del ritratto induttivo) non saranno meno congetturali ed arbitrarie per questo!

 

TRE TIPI DI CONTROLLO DELLA TEORIA SOCIOLOGICA

Ora, sicuramente la matematica più vicina alla sociologia è la statistica frequentistica, perchè allora non impiegarla per distruggere il valore di una teoria concorrente e falsificarla?

La logica più prossima è quella dialettica, paraconsistente e del linguaggio fuzzy delle topiche linguistiche. Perchè non escogitare controlli dialettici vaghi e sfumati delle teorie sociologiche, o ritratti di famiglia alternativi e dialetticamente opposti  della “data famiglia” indagata?

L’esperimento olistico meno distante per il sociologo è l’auto-osservazione, cioè l’osservazione di sé stesso, in qualità di fatto sociologico, nel contesto sociale, …ma come punto di rottura della continuità sociologica tra uomo e società. Così compiendo un esperimento sia mentale che empirico. Gli altri esperimenti olistici saranno varianti, con l’impiego di altri soggetti (terzi rispetto al sociologo), di questa auto-osservazione di base (i campioni e i consueti test e questionari somministrati a gruppi di controllo).

 

COSCIENZA INFELICE DELLO SCIENZIATO SOCIOLOGICO

Il sociologo è aperto alla sua scienza e la compie, nel senso che indaga il mistero delle formazioni sociali, quasi sicuramente perchè abitato da una coscienza infelice di sapore Hegeliano.

La consapevolezza che l’uomo contemporaneo ha di se stesso come elemento esterno, se non addirittura estraneo, si fonda in gran parte sull’assorbimento del concetto della relatività sociale e del potere di trasformazione della storia. L’immaginazione sociologica è la forma più feconda di tale consapevolezza. (C. Wright Mills, L’immaginazione sociologica, il Saggiatore, Milano 1995)”.

Mills ha presentito che il sociologo si sa estraneo alla storia e al tempo sociale, perciò lo indaga, come per possedere e controllare il mistero dello scorrimento del tempo e della macrostoria, in cui rischia di annegare come persona.

Perchè?

Perchè il sociologo si sa come persona, come barlume di eterno presente e presenza, cioè esistenza temporale di chi è o vorrebbe essere “eterno” e non soggetto alla storia.

Invece, il dramma della relatività sociale e del potere di trasformazione della storia sembra mettere in scacco la stessa idea di sociologia universale e a-temporalmente valida. Ne va al contempo della scienza, del sociologo e della validità teorica delle “sociologie”.

Una tale coscienza infelice è la base di possibilità della “teoria valida ed universale in sociologia”, altrimenti la sociologia regredisce a storia della società, soggetta all’obsolescenza della stessa storiografia, come storia nella storia.

La scienza sociologica è possibile in quanto il sociologo vive la sua parziale, vaga e sfumata estraneità al mondo storico e al mondo tout court,  come persona, cioè come eternità prestata alla storia, al tempo e al mondo, ed inizia ad indagare il mondo con l’occhio ad un tempo infelice e distaccatamente scientifico di chi “non è di questo mondo“, ma appartiene di diritto all’universale, all’universo delle idee atemporali e che allora, proprio in virtù di questa provenienza iperuranica, saggia la possibile realizzazione matematica, logica ed empirica nelle formazioni sociali di questo piccolo mondo terrestre di ciò che è ideale.

L’esperimento olistico allora è per il sociologo l’auto-osservazione, di sè stesso come estraneo e al contempo partecipe del contesto sociale. Allora, il sociologo è persino il laboratorio sociologico ambulante della sociologia, è il bipede implume e razionale che insegna, peripateticamente, a sè stesso e agli altri il punto di rottura della continuità storica tra uomo e società….attraverso teorie universalmente valide!

Nello stesso tempo, il sociologo e le sue ipotesi sono, attraverso l’atto interno e mentale di confutazione delle teorie sociologiche, la base mondana di esperienza, da cui deriva sia l’esperimento mentale che quello empirico, che abbatte, confuta e seleziona le teorie sociologiche in competizione. La sua arte mentale è la topica universale dell’uomo, presente all’uditorio “universale” di sè stesso.

 

MONDO IDEALE DELLO SCIENZIATO SOCIOLOGICO

Il sociologo deduce e congettura a partire dal proprio mondo ideale, eterno e personale.

Ora, Max Weber sosteneva che l’idealtipo o tipo ideale sociologico fosse una costruzione teorica che in sé contiene i dati storici e contingenti di determinati fenomeni, le cui relazioni e conseguenze sono riconducibili ad un unico modello con il quale è possibile comprendere i tratti essenziali di una realtà storico-sociale.

Qui si vuole aggiungere che la fonte di tali modelli è la “persona” del sociologo e la sua coscienza infelice (infelice della storia e alla ricerca di ciò che è atemporale nella società).

Per Weber sono esempi di tipi ideali i concetti di autorità, potere, feudalesimo, etica protestante (« Il tipo ideale rappresenta un quadro concettuale il quale non è la realtà storica, e neppure la realtà ‘vera e propria’, ma tuttavia serve né più né meno come schema in cui la realtà deve essere sussunta come esempio; esso ha il significato di un puro concetto-limite ideale, a cui la realtà deve essere misurata e comparata, al fine di illustrare determinati elementi significativi del suo contenuto empirico»[Max Weber, Die “Objectivität” sozialwissenschaftlicher und sozialpolitischer Erkenntnis, in “Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik”, XX, pp. 22-87 , 1904 (trad. it. L’ “oggettività” della scienza sociale e della politica sociale, in ID., Il metodo delle scienze storico-sociali, 1958, Einaudi, Torino, pp.112])

Già Weber mostra come il modello sociologico appaia sia induttivo, nella misura in cui “illustra determinati elementi significativi del suo contenuto empirico” sia deduttivo, nella misura in cui è lo “schema in cui la realtà deve essere sussunta”.

 

ASTRATTO SOCIALE E SECOLARIZZAZIONE DELLE ISTITUZIONI DIVINE

Weber non riconosce la fonte personale ed eterna (ma incarnata nella storia) dell’idealtipo, ma senza questa provenienza personale delle forme universali e apparentemente impersonali dell’astratto presente nelle formazioni sociali, non si può afferrare la “possibilità trascendentale” della sociologia come prova di un barlume di eternità presente nell’uomo e nella sue formazioni sociali.

Senza questa provenienza personale si perde di vista il fatto che l’idealtipo sociologico  è una manifestazione derivata di una persona di livello superiore all’uomo e ben più personale, anzi personalissima,…ma qui occorrerebbe aprire un più lungo discorso, chiaramente teologico sulla secolarizzazione delle istituzioni divine nelle formazioni sociali storiche e individuare le relazioni spirituali tra le istituzioni sociali, quelle divine e la persona divina, la quale ultima causa l’astratto presente nelle istituzioni divine e che in esse si riversa.

Ma qui il discorso deve interrompersi, per lasciare spazio alla più superficiale, ma comunque intrigante prospettiva della confutazione logica, matematica ed empirica delle deduzioni, che i sociologi compiono sugli idealtipi delle formazioni sociali.

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TESTO IN CITAZIONE

Su cosa si concentra l’interesse? Su di un grande potere statale, su di una tendenza letteraria particolare, una famiglia, una prigione, una fede? Ecco le questioni poste dai migliori sociologi. Sono i cardini intellettuali classici dello studio dell’uomo nella società, e sono le questioni che chiunque possegga immaginazione sociologica solleva. Questa facoltà consiste nel saper passare da una prospettiva ad un’altra: da una prospettiva politica ad una prospettiva psicologica, dall’esame di una singola famiglia a uno studio comparativo dei vari bilanci nazionali del mondo, dalla scuola di teologia alle istituzioni militari, dall’analisi dei problemi di un’industria petrolifera alla critica della poesia contemporanea. È la facoltà di abbracciare con la mente le trasformazioni più impersonali e remote e le reazioni più intime della persona umana e di fissarne il rapporto reciproco. A muoverla è sempre il bisogno di conoscere il senso sociale e storico dell’individuo nella società e nel periodo in cui ha vita e valore. Ecco, in breve, perché gli uomini sperano oggi di afferrare, mediante l’immaginazione sociologica, ciò che avviene nel mondo e di comprendere ciò che si svolge in loro stessi in quanto punti di intersezione della biografia e della storia nella società. La consapevolezza che l’uomo contemporaneo ha di se stesso come elemento esterno, se non addirittura estraneo, si fonda in gran parte sull’assorbimento del concetto della relatività sociale e del potere di trasformazione della storia. L’immaginazione sociologica è la forma più feconda di tale consapevolezza.

 

(C. Wright Mills, L’immaginazione sociologica, il Saggiatore, Milano 1995)