Geopolitica

COSMOPOLITISMO E IL “PALLIDO PUNTINO TERRA” (PALE BLUE DOT)

Carl Sagan il noto astrofisico, defunto nel 1996, ottenne dalla NASA di far scattare la foto passata alla storia come Pale Blue Dot (in italiano pallido puntino azzurro).

Si tratta di una fotografia del pianeta Terra scattata nel 1990 dalla sonda Voyager 1, quando si trovava a sei miliardi di chilometri di distanza. Grazia alla rotazione della fotocamera della sonda, fu scattata una foto della Terra dai confini del sistema solare.

L’ideale cosmopolita che la politica mondiale adotta come via alla pace sul pianeta è sia incoraggiato vividamente dalla visione di una così fragile casa per l’umanità, un minuscolo puntino disperso in un cosmo silente, sia ridimensionato e fatto oggetto di umile considerazione.

 

La Terra è il debole, quasi invisibile, puntino bianco, tendente al blu a circa a metà della banda marrone (a destra, nella soprastante foto), ed offre una visione da 6 miliardi di chilometri del nostro pianeta. Esso appare come un minuscolo segno nel buio dello spazio profondo.

Carl Sagan ha scritto:

Da questo distante punto di osservazione, la Terra può non sembrare di particolare interesse. Ma per noi, è diverso. Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica.

Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare per un momento padroni di una frazione di un puntino. Pensate alle crudeltà senza fine inflitte dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti le incomprensioni, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto fervente il loro odio. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che noi abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è alcuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.

La Terra è l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Colonizzare, non ancora.
Che ci piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l’unica casa che abbiamo mai conosciuto. 

Queste parole spiegano bene quanta umiltà e responsabilità occorra nel fare del nostro pianeta una terra di cittadini in pace, il nostro ideale cosmopolita ne deve uscire ad un tempo ferito e rinvigorito.

 

SCHIAVO E COSMOPOLITA: I DUE VOLTI DELLA GEOPOLITICA

Come ha ben scritto Manlio Dinucci, la geopolitica è storia di un capitalismo progredito sulla base della tratta di uomini,  cioè schiavismo di una minuscola frazione della popolazione mondiale attuata su altri invisibili abitanti del pulviscolo sul quale tutti abitiamo.

Questa è la piccola terra abitata da Lillipuziani, non meno feroci di quelli immaginati con impareggiabile ironia da J. Swift nei Viaggi di Gulliver.

La tanto celebrata geopolitica (dai sogni kantiani di pace mondiale in poi) è peraltro, proprio all’atto della sua nascita, come concetto e come realtà, un atto di abuso e violenza di alcuni a danno di altri.

Manlio Dinucci ricorda che a partire dal XVI secolo, la Geopolitica (il senso di appartenenza ad una enclave mondiale) inizia con la formazione nell’area atlantica di un grande circuito commerciale, noto come «commercio triangolare», putroppo imperniato sulla tratta degli schiavi africani.

“Il circuito comprendeva tre distinti tratti, collegati l’uno all’altro: tessili e altri manufatti (in genere di bassa qualità) venivano inviati dall’Europa all’Africa per essere scambiati con schiavi; gli schiavi venivano inviati dall’Africa alle Americhe, dove erano venduti per acquistare prodotti agricoli e metalli; tali prodotti, frutto del lavoro degli schiavi nelle piantagioni e nelle miniere, venivano inviati dalle Americhe in Europa per essere venduti sui mercati nazionali”.

Il primo triangolo geopolitico è dunque un flusso di scambio tra alcuni cosmopoliti europei ed americani che pongono tre vertici schiavistici in Europa-mediterraneo, Africa e Americhe. Il volto del cosmopolita si specchia in quello dello schiavo ed entrambi i volti sono posti sul limen sorgivo della geopolitica.

Appare quanto meno paradossale, dunque, che la guerra commerciale e umana scaturita da queste origini possa porre le basi di un ideale di pace mondiale…ma, d’altro lato, la mano di Dio è in grado di scrivere giuste e buone frasi di storia anche su righe storte e gli effetti inintenzionali delle strutture economiche possono essere volti in un universale concorso al bene…purchè gli uomini cooperino a tale progetto.

 

ORIGINE PROVVIDENZIALE DELLA VERA GEOPOLITICA

Se non si è di questa idea e si crede che tutto tenda automaticamente al bene, basta riflettere anche per breve tempo sulla seguente questione:

<<Quale progetto geopolitico può essere venuto da quei torbidi inizi?>>

Considerato come sia già sufficiente motivo di contrizione e umiltà essere ospiti temporanei di un “blue pal dot”, è terribile che i due volti dello schiavo e del cosmopolita non possano da soli riuscire da secoli, e forse anche in futuro, a sorridersi a vicenda.

Perciò, appare del tutto chiaro dall’origine miseramente schiavistica della geopolitica e dagli attuali residui sociologici della colonizzazione e della globalizzazione,  che la vera geopolitica e il vero ideale cosmopolita di pace non possano essere opera umana.

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…TESTO IN CITAZIONE

A partire dal XVI secolo, si formò nell’area atlantica un grande circuito commerciale, noto come «commercio triangolare», imperniato sulla tratta degli schiavi africani. Il circuito comprendeva tre distinti tratti, collegati l’uno all’altro: tessili e altri manufatti (in genere di bassa qualità) venivano inviati dall’Europa all’Africa per essere scambiati con schiavi; gli schiavi venivano inviati dall’Africa alle Americhe, dove erano venduti per acquistare prodotti agricoli e metalli; tali prodotti, frutto del lavoro degli schiavi nelle piantagioni e nelle miniere, venivano inviati dalle Americhe in Europa per essere venduti sui mercati nazionali.

Chi gestiva quest’ultimo tratto del commercio triangolare realizzava i profitti maggiori. Con lo sviluppo del circuito si formarono, però, compagnie mercantili che, a differenza dei singoli mercanti e delle compagnie minori, erano in grado di gestire tutti e tre i tratti del commercio triangolare.

In Inghilterra, le cui sole importazioni di zucchero dalle Indie occidentali si quintuplicarono tra il 1720 e la fine del secolo, la famiglia Cunliffes di Liverpool allestì nel 1753 quattro navi, che effettuavano due o tre viaggi all’anno lungo lo stesso circuito. Raggiunta l’Africa occidentale, le merci che erano a bordo venivano scambiate con schiavi. Quindi gli schiavi, in media 1210 per viaggio, erano trasportati e venduti nelle Indie occidentali e in Nord America. Infine, le navi rientravano a Liverpool cariche di zucchero e altri prodotti, acquistati col ricavato della vendita degli schiavi. Grazie al commercio triangolare, il traffico registrato nel porto di Liverpool passò da circa 18mila tonnellate nel 1719 ad oltre 260mila nel 1792.

Mercanti come i Cunliffes realizzavano in tal modo profitti anche del 300%, che permettevano loro di accumulare colossali fortune. L’espressione «ricco come un West Indian» diventò di uso corrente per indicare chi si era arricchito con il commercio delle Indie occidentali. I più facoltosi – come Samuel Fludyer, la cui fortuna venne valutata nel 1767 in circa 900mila sterline, e William Beckford, divenuto nel 1770 sindaco di Londranon lesinavano mezzi per acquistare un seggio in parlamento. A causa delle forti rivalità da parte degli aristocratici, solo pochi (appena dodici nel 1761) riuscirono ad arrivarvi, ma essi rappresentavano il gruppo politico che concentrava nelle proprie mani una crescente ricchezza, soprattutto sotto forma di denaro liquido.

Il commercio triangolare creava così, in Inghilterra e in altri paesi europei, le condizioni di una profonda trasformazione economica, sociale e politica: la borghesia mercantile e bancaria (le cui radici affondavano nel Medioevo), avvalendosi della crescente forza economica che andava acquisendo con lo sviluppo del capitalismo mercantile, dava la scalata al potere politico, in cui predominava l’aristocrazia.

Sempre a partire dal XVI secolo, il collegamento dell’area commerciale atlantica con quella asiatica, tramite l’Europa, determinava la formazione di una rete mercantile che copriva tutti i continenti e, quindi, la nascita di un mercato mondiale.

La novità di tale mercato consisteva non tanto nella sua estensione: il commercio intercontinentale era stato praticato, pur in misura minore, sin dall’antichità. Essa consisteva soprattutto nel fatto che, alla sua base, c’era lo sfruttamento coloniale delle risorse umane e materiali, esercitato dalle potenze europee in America, Africa e Asia, praticamente su scala planetaria.

Ciò rendeva possibile in Europa un nuovo tipo di accumulazione, sia da parte della nobiltà che deteneva il potere politico, sia da parte della borghesia in fase di ascesa: la loro ricchezza, infatti, non proveniva più solo dalla fonte tradizionale – il lavoro dei contadini e degli artigiani – ma, in misura crescente, dallo sfruttamento delle colonie d’oltremare e dal controllo delle principali rotte commerciali. Furono l’oro e l’argento delle Americhe a determinare in Europa la prima grande trasformazione economica: essi si convertirono in domanda di beni di consumo e strumentali (tessili, derrate alimentari, armi, navi) che stimolarono la produzione industriale.

Lo sviluppo del commercio triangolare e la conseguente formazione di un mercato mondiale provocarono un radicale mutamento nella geografia economica europea: il baricentro si spostò dal Mediterraneo al Mare del Nord. Nel XV secolo, la regione mediterranea era stata la più florida del mondo (con l’Italia centro-settentrionale come cardine) e nel XVI secolo aveva accresciuto la sua prosperità con le ricchezze affluite in Spagna e Portogallo dalle Americhe. Nel XVII secolo, invece, essa fu emarginata dallo sviluppo della regione del Mare del Nord, dovuto al prevalere della potenza economica olandese e, successivamente, di quella inglese che le aveva strappato la supremazia.

Allo stesso tempo, lo sviluppo del commercio triangolare e la formazione del mercato mondiale crearono in Europa le condizioni per un ulteriore cambiamento: la trasformazione capitalistica del sistema produttivo attraverso l’industrializzazione, successivamente denominata «rivoluzione industriale», che iniziò in Inghilterra attorno alla metà del XVIII secolo. Fu lo sfruttamento coloniale delle risorse umane e materiali dell’America, Africa e Asia, nel quadro del commercio triangolare e del nascente mercato mondiale, a creare la base economica (capitali, produzioni, mercati) che, unitamente ad altri fattori (anzitutto le continue innovazioni tecnologiche sin dal Medioevo), determinò in Europa il passaggio dal capitalismo mercantile al capitalismo industriale e il conseguente sviluppo del processo di industrializzazione. Le nuove colture (mais, patate, pomodori), portate in Europa dall’America meridionale, e l’introduzione di nuove tecniche nella coltivazione e nell’allevamento fecero aumentare la produzione agricola, migliorando il regime alimentare e incrementando così la crescita demografica. Nelle campagne inglesi venne a crearsi in tal modo, per effetto dell’accresciuta produttività e dell’aumento della popolazione, un esubero di forza lavoro. Allo stesso tempo, soprattutto dopo il 1760, molti villaggi furono privati delle terre comuni, a causa delle leggi sulle recinzioni approvate dal parlamento. Crebbe di conseguenza la manodopera a buon mercato che cercava sbocco nelle miniere e nelle manifatture. Contemporaneamente, i lucrosi traffici del commercio triangolare e l’aumento di produttività nelle campagne generarono una forte accumulazione di capitale che venne investito in misura crescente nella produzione mineraria e manifatturiera.

Puntando sul carbon fossile e sul ferro, l’Inghilterra imboccò la via della rivoluzione industriale.

Ad avviare tale processo fu lo sviluppo, a livello industriale, della manifattura cotoniera. Introdotta nel XVII secolo in Inghilterra, dove già era diffusa quella laniera col sistema della produzione a domicilio, essa ebbe forte impulso quando, nel 1701 e nel 1720, vennero varate alcune leggi che proibivano l’importazione dall’India di un tessuto in cotone stampato, detto calice.

Nella fase iniziale, l’industria cotoniera inglese si avvalse dei procedimenti manuali usati nella manifattura della lana e in quella della seta, la quale, pur limitata dall’alto costo e dalla concorrenza continentale, si basava già su fabbriche e macchine a energia idraulica derivate da quelle italiane. Per questo i cotonifici furono costruiti per lo più in vicinanza di corsi d’acqua nelle zone rurali. L’industria cotoniera, la cui forza lavoro era costituita per la maggior parte da donne e bambini, si sviluppò rapidamente con il crescere della domanda di manufatti di cotone. Ciò stimolò le innovazioni tecnologiche, come la navetta volante inventata nel 1733, il filatoio idraulico brevettato nel 1769 e quello a vapore introdotto attorno al 1790. Si determinò a questo punto il passaggio dallo stadio artigianale a quello industriale, che portò alla nascita di grandi fabbriche in città dove il carbon fossile era a buon mercato e la manodopera abbondante.

Il cotone grezzo da lavorare fu importato in misura crescente (da 500 tonnellate annue agli inizi del Settecento a 2.500 nel 1770, a 25.000 alla fine del secolo) prima dall’India, quindi, attraverso il commercio triangolare, principalmente dalle colonie britanniche nei Caraibi e in Nord America, anche dopo che queste ultime si resero indipendenti. Fu lo stesso circuito a fornire all’industria cotoniera inglese gli sbocchi di mercato soprattutto quando, saturata la domanda interna, essa entrò in crisi di stagnazione. I tessuti a scacchi di basso costo, fabbricati per la maggior parte con la materia prima prodotta nelle Americhe dagli schiavi africani, vennero esportati per l’80% in Africa occidentale, dove erano scambiati con schiavi, e per il 20% nelle Americhe, dove servivano a vestire la crescente popolazione di schiavi africani al lavoro nelle piantagioni.

(Manlio Dinucci, Il sistema globale, Zanichelli, Bologna 2004)

[Manlio Dinucci è noto autore ti testi di geopolitica e giornalista.]

 

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