SCIENZE SOCIALI

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LOGICA DELLE SCIENZE SOCIALI: FUZZY?

LA TOPICA COMPLESSA DELLE SCIENZE SOCIALI

LA TOPICA E LA LOGICA FUZZY DEL DIRITTO

UN MODELLO FUZZY DI RAGIONAMENTO GIURIDICO

 

MEDIAZIONE SOCIALE E TOPICA

Consideriamo la “mediazione” sociale non solo come la negoziazione pacifica dei conflitti, ma anche in generale come l’atto tipico di ciascuno di noi, come attore sociale, dell’apprendere, sperimentare ed applicare le prassi sociali nella comune vita civile.

Queste prassi sono oggetto del nostro training, della nostra educazione al vivere civile, e conoscerle, verificarne l’uso ed impiegarle in senso tecnico, è un atto di costante di “mediazione” tra la nostra realtà di individui o di “gruppi” e la particolare “logica della situazione” della realtà mondana o terrena, cui siamo vincolati ogni giorno e che ogni nuovo giorno si presenta con caratteri costantemente rinnovati.

La sociologia è quindi la disciplina maggiormente chiamata ad identificare la parte pratica e quella intellettuale dell’atto di vivere in società.

L’ipotesi sociologica che qui si intende proporre è che la parte intellettuale della mediazione sociale, come apprendimento di prassi e loro impiego, sia una attività logica nota come “topica”.

LOGICA E TOPICA. UN MODELLO

In questa sezione si riproduce una breve relazione risalente al 1999, presentata al tutor dell’epoca, presso l’università di Padova, a complemento della mia tesi di dottorato.

La tesi esaminava il più generale rapporto tra ragionamento giuridico e logiche polisemiche e paraconsistenti, con particolare riguardo alla logica fuzzy,  mentre la relazione tentava di focalizzare il carattere ibrido tra deduzione, induzione e abduzione della topica (eventualmente anche giuridica) applicata alla soluzione di un problema “sociale” concreto di “applicazione” di regole tecniche (al citato caso concreto).

La topica generava la soluzione partendo dal caso, individuando identità fuzzy tra le più generali norme ed il token.

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RELAZIONE DEL 1999:

 

1.PREMESSA

Il fine dichiarato di una applicazione della logica sfumata al diritto è quello di sviluppare modelli “processuali” di ragionamento giuridico in grado di emulare attività cognitive, retoriche, dialettiche, topiche, interpretative e logico-manipolative, – in stretto riferimento al diritto.

Il punto di partenza è una logica dedotta da alcune classificazioni implicite nel linguaggio quotidiano, con ciò facendo espresso riferimento alla classificazione polisemica insita nelle “naturali” parole del linguaggio.

Ogni parola, difatti, per quanto superficialmente dotata di un unico significato, sottende un riferimento sia unitario sia ambiguo (o polivalente) ai “semi di significato”, posto che essi abbiano un’autonoma esistenza dal segno.

Esemplificativamente, la parola “sedia” indica unitariamente sia un insieme identitario di “semi di significato” (le sedie) che “indeterminatamente” una pluralità di “semi” tra loro anche dissimili ed adibiti ad uso diverso da “sedia”, come p.e. una “poltroncina di legno”, che è non disgiuntamente sia una “poltrona” sia, per certi versi, sotto il medesimo rispetto e contemporaneamente, una “sedia”, – d’altra parte p.e. un’analoga cointeressenza di significato sussiste, tra le molteplici, tra la parola “sedia”e “tavolino” se seguiamo l’uso semiologico di “sedercisi sopra” o tra sedia e un “blocco di pietra”, se ne facciamo lo stesso uso.

Pare, senza moltiplicare gli esempi, pertanto che le parole abbiano sia un significato tendenzialmente unitario sia uno “sfumante” in una molteplicità di “semi (di significato) ” sia simili sia dissimili dal significato tendenzialmente unitario.

Dunque, astraendo, i particolari semi di “sedia” (in altre parole le cose significate), che siano dissimili ma anche, nello stesso tempo, simili al significato tendenzialmente unitario, sono stretti da una relazione logica di polivalenza (A e Non-A) che prescinde, in qualche misura, dalle cautele aristoteliche di distinguere un “rispetto” ed un “tempo”, perché una “poltroncina di legno” è simultaneamente sia una sedia sia una non-sedia (in altre parole una poltrona). Quest’ultimo è un dato di esperienza, se ammettiamo anche la nostra lingua tra i dati dell’esperienza. Peraltro anche immagini e sensazioni (non ancora necessariamente codificate in proposizioni linguistiche) sono dati di esperienza nei quali non è arduo rintracciare ambiguità e polivalenza: basti soffermare l’attenzione sull’esperienza di un occaso solare, ciò che vediamo è sia giorno sia notte (A e Non-A)!

La logica sfumata ha il merito di aver sopperito una traduzione cosciente ed un calcolo alla polivalenza. Le unità base della nuova logica sono, con questa nuova convenzione, pertanto “classi sfumate” (insiemi fuzzy), proposizioni sfumate, costanti logiche sfumate. Ed in stretta analogia con la logica tradizionale non sarà più contingente disegnare un calcolo di tipo proposizionale, di classi, di relazioni. Questo calcolo possiede infatti molti caratteri stimolanti per ogni possibile teoresi. P.e. supera determinati limiti della logica tradizionale e dei linguaggi matematici nei seguenti termini riassuntivi.

Come la logica simbolica  tradizionale e quella inerente alle matematiche formula o suppone  le condizioni linguistiche per trattare le  opposizioni, anche la logica polivalente compie questa operazione , pur tuttavia ampliandone il raggio, allorchè include nel patrimonio comune di quelle anche “opposizioni tendenziali”.

Si tratterebbe di quelle relazioni di opposizione “approssimate o polari” che insistono tra termini che siano contemporaneamente simili “e” dissimili ad una identità data, rendendo necessaria con ciò  dunque una attenuazione “locale” del principio del terzo escluso.

Proprio le opposizioni “tendenziali” sono infatti un  “terzo escluso”, lungi dall’essere dei “meri contrari” passibili di “sintesi dei contrari”, anche se, a onor del vero, assomigliano molto a quelli.

L’estensione nel patrimonio possibile  della logica ordinaria delle opposizioni tendenziali sfumate tuttavia si compie attenuando “e” non attenuando il principio del terzo escluso, per la seguente ragione: esse infatti esigono una linea di continuità con il principio di non contraddizione (di cui darò lumi nella tesi di dottorato), nello stesso tempo tuttavia teoremi come quello di Gödel fanno esigere potentemente che la prova dialettica del PNC sia autoreferenziale e attestano la natura “empirica” del PNC, dal che la possibilità che l’esperienza suggerisca anche “opposizioni tendenziali”, che vadano collezionate accanto al modello o sistema della logica secondo il PNC.

Per questa via la logica sfumata rende possibili operazioni di analogia (tra opposti tendenziali, i quali  dovrebbero dominare la nostra esperienza dei “sistemi complessi”, posto che sistema complesso” è  ogni uomo, il suo linguaggio e la stessa realtà fisica  esterna).

Rende inoltre possibili operazioni di deduzione ed induzione ambigue (tra i predetti opposti tendenziali o sfumati o polivalenti), rende possibili predicati “incerti” (riferiti agli opposti polari o tendenziali etc.) e quindi di determinare lo status logico della “verosimiglianza” attraverso “punteggi di verità” intermedi, in modo polivalente (incerto, indeterminato, polare, approssimato, tendenziale, fluttuante, sfumato etc.), tra “falso” e “vero”.

Anche superficialmente quindi si nota possibile un preciso impiego della neo-logica per giustificare in modo “approssimato” e non esaustivo la struttura “ragionevole”  di modi di ragionamento soltanto ambigui e persuasivi come la retorica, la dialettica e in generale quelle forme di fin qui spregiativamente definite di “pseudo-ragionamento” dei giuristi (interpretazione, legislazione, giurisdizione, etc.).

Gli autori di riferimento per la teoria logica sono: Russell (per i paradossi evidenziati nei fondamenti della matematica comprovanti la loro incertezza e per i primi accenni, sprovvisti però di un notevole seguito, alla “vagueness”), Max Black (per la teoria dei primi “insiemi vaghi”), Lukasiewicz (primo teorico della polivalenza multiargomentale in logica, non però ancora associata a classi “incerte”), L. Zadeh (re-inventore degli insiemi fuzzy e della loro irreversibile associazione alla polivalenza ed alla valutazione “persuasiva”), B. Kosko (per l’applicazione pratica della logica fuzzy in processi cognitivi di apprendimento, di manipolazione e controllo, nonchè per uno sviluppo dei teoremi della stessa).

L’humus culturale più antico su cui, invece, germina l’attuale problematica della polivalenza logica fuzzy può indicare tra i suoi filoni di pensiero il buddhismo, lo Zen, l’umanesimo orientale, sebbene solo come orientamento particolarmente significativo.

La sensibilità che rappresenta  non è mai infatti scomparsa dal panorama occidentale, sebbene possa dirsi  in gran parte occultata dalla predominanza di altra costante venatura logica: quella aristotelico-geometrizzante. Ad onore del vero, tracce diffuse di quel particolare humus furono compresenti anche in Aristotele (particolarmente nell’ipotesi del sillogismo retorico, l’entìmema, ed io credo nel suo quasi buffo esempio del naso camuso), essendo  particolarmente  evidente per tutti che altro è Aristotele ed altro l’aristotelismo o gli aristotelismi occidentali. Prima di  lui il concetto di una modalità di pensiero ambigua e imperniata sulla manipolazione della contraddizione logica compare a tratti in alcuni sofisti come Zenone (per i paradossi logici), Protagora (per l’idea di essenza sottoposte ad una misura variabile), lo stesso Platone (per la teoria dell’analogia nel “Timeo”), Plotino (per la struttura “partecipativa”, diffusiva e sfumante dell’ “Uno” nel molteplice), S.Tommaso (per l’analogicicità dell’essere), il filosofo intuizionista Bergson, James, Avenarius, il 2° Wittgenstein e molti altri ancora.

La filosofia del diritto sembra fin qui percepire l’ambiguità logica come estranea al suo campo o piuttosto come problema da risolvere. Mentre gran parte della tradizione  del giuspositivismo sembra inadatta allo scopo di confutare questa tesi, tolto qualche debolissimo accenno in uno dei suoi campioni, H.Kelsen.

 

2.LINGUAGGIO GIURIDICO E TOPICA GIURIDICA

Vendendo, ora, alle singole proposte di un approccio logico “sfumato” al diritto, assumo il compito di enucleare le principali tesi (ed una loro rapida argomentazione) sui campi di interesse con  quali fa intersezione il fenomeno diritto. Questi campi sono in realtà  molteplici. Per il momento vorrei pertanto  privilegiarne solo alcuni, quelli che per primi ho considerato: vale a dire il linguaggio giuridico e la topica giuridica.

A questo scopo il criterio di rilevanza è scelto e qualificabile come segue: il linguaggio rileva come apparenza più rappresentativa ma non unica  del diritto, laddove la topica diventa oggetto di interesse in qualità  di fattore di produzione di nuove apparenze linguistiche del diritto, vale a dire quelle apparenze che nella prassi continuamente si riproducono nei particolari discorsi dei giuristi elaborati per i più svariati casi.

 

2.1 Il linguaggio giuridico nell’approccio logico sfumato

L’approccio logico-sfumato al linguaggio in generale guarda a quest’ultimo in termini di “comportamento”, il linguaggio del diritto in particolare assumerebbe così i contorni di quell’universo di comportamenti simbolici che, per mezzo delle relazioni instaurate tra simboli arbitrari da una “grammatica generativa profonda” specialistica (la cui nozione è ricavata da alcune tesi di N. Chomsky), perviene ad emulare nelle “relazioni” (non nei simboli, ritenuti arbitrari) in modo “analogo” e non per identità, una data esperienza sociale pregiuridica o simil-giuridica o anche giuridica, consistente in linguaggio naturale o di diversi settori (economia, politica, morale, qualsiasi “linguaggio” di materie rilevanti per il diritto, etc.)

L’emulazione non è solo analogica, è anche costitutivamente “manipolativa” della stessa esperienza, in modo valutativo in funzione di scopi. Il concetto di emulazione richiama quello di adattamento ad un ambiente sociale mutato, in funzione di scopi, dai quali ultimi si fa dipendere la stessa dose di manipolazione ed il suo limite. le norme giuridiche vengono dunque ad essere immaginate come informazione linguistica esprimente adattamento sociale (sono o sarebbero soluzioni di problemi di adattamento sociale, cioè dei problemi che le liti ed i conflitti recano turbando la “sopravvivenza” di una certa organizzazione sociale intesa come simile ad un organismo vivente), una sorta di DNA sociale di quell’organismo vivente che sarà l’istituzione p.e. statuale.

La logica sfumata, ora, consente di formalizzare processi logici come l’emulazione, l’analogia, la manipolazione e l’adattamento, che, in modo particolare, è per definizione ambiguo o parziale e provvisorio (vale a dire, in data misura “vero”, in altra “falso”, in modo polivalente e ambiguo).

Tutti questi processi infatti suppongono un possesso parziale, tendenziale, polare e sfumato della struttura logica dell’esperienza emulata. Perciò essi tendono ad un possesso “sfumatamente” vero dell’esperienza, tanto più che vi sono coinvolti uno o più “scopi adattivi”, i quali “riducono” l’intensità della verità, “aumentando” la falsità dell’analogia.

Ebbene comportamenti adattivi di questo tipo e le norme giuridiche, quali distillati di adattamenti singolari, essendo linguaggio sfumatamente vero, sono perciò comportamenti linguistici “persuasivi”, Infatti credo che una soluzione adattiva di un problema sociale che è solo “polarmente” vero, è forse (con B. Kosko) equiparabile ad una soluzione “incerta”, ed in quanto incerta dunque solo verosimile, persuasiva, retorica, dialettica, non appena venga comunicata ad altri loquenti.

In definitiva, allora, le norme giuridiche sarebbero decisioni (manipolazioni secondo uno scopo) sfumatamente vere (retoriche o persuasive) di un adattamento logicamente corretto ad una esperienza emulata in modo analogico (isomorfico o polarmente identico in modo verificabile e non identico o misticamente identico come la “mistica” equivalenza del primo Wittgenstein tra forma logica degli stati di cose e forma delle proposizioni del linguaggio). Questa emulazioni e manipolazione (A e non-A) di esperienza sociale da parte delle norma giuridiche è poi “logicamente” persuasiva in quanto sfumatamente vera, e per lo stesso motivo ha uno status potenzialmente retorico o dialettico.

Partendo da questo schema generale il diritto appare un sottosistema vivente, in adattamento ad un ambiente mutevole, di un sistema vivente più complesso, la cultura in senso lato.

La parola “vivente” non è usata a caso, il diritto in senso quasi metaforico “nasce”, si “accresce”, si “muove”, si “nutre”, ma soprattutto risolve problemi di adattamento, della comunità in cui si incide, ed ha scopi adattivi.  La principale argomentazione a questo riguardo risiede nella “complessità” che il diritto ha in comune con i sistemi “biologici”, nel fatto che la cultura è supportata da esseri viventi, l’umanità, e non può non condividerne alcune proprietà biologiche, oltre che nel fatto evidenziato da  Konrad Lorenz ne “L’altra faccia dello specchio” per cui esistono molti elementi  a favore del luogo comune etologico per cui i processi cognitivi biologici hanno logiche generali che si ripercuotono in data misura (non del tutto) sui sistemi culturali. Tra l’altro Lorenz ha rivalutato l’approccio non “bivalente”, o non dicotomico,  ai sistemi caotici e complessi, suggerendo con particolare forza che l’interpretazione dei sistemi complessi, biologici o culturali, non prescinda dalla polivalenza, dall’analogia, dalla pratica di comparare somiglianze (metodo comparativista).

Tra l’altro è proprio partendo dalla inadeguatezza della matematica basata sulla logica ordinaria bivalente (cioè fondata a sua volta sulle dicotomie “o vero o falso”, “A o non-A”) per l’analisi dei sistemi biologici complessi e caotici, che Lofti Zadeh (Professore californiano di origine iraniana di ingegneria e padre putativo delle “logica fuzzy”) ha enucleato la sua teoria di insiemi sfumati polivalenti, che poi ha trattato come modelli informatici in grado di ingabbiare unità tendenziali in processi complessi di ogni tipo, quelli neurali, quelli meteorologici, quelli sociali, economici, “linguistici”, ecc..

Diventa chiaro che il mio scopo è applicare proprio la logica polivalente a quel sistema complesso e vivente che è il diritto, proprio giusto il riconoscimento del fatto che il diritto, in senso lato, è linguaggio, anche quando il diritto è semplice coazione (è quasi inevitabile asserire  che anche l’uso brutale della forza è linguaggio, come qualsiasi semiologia potrebbe confermare), ed è per me evidente che il linguaggio giuridico è un sistema naturalmente complesso, che merita sia un approccio “grammatico generativo” che ,congiuntamente, uno fuzzy e polivalente , e richiede, in particolare l’uso della logica fuzzy per formalizzarne aspetti. Il che diventa possibile dopo gli sviluppi di calcoli logici e modelli di apprendimento da parte di B. Kosko e molti altri teorici fuzzy.

 

2.2 La topica giuridica in un approccio logico sfumato

Uno degli aspetti formalizzabili in modo polivalente del ragionamento inteso come fattore di nuovi discorsi è, p.e., la topica generale, intesa come ragionamento euristico di soluzioni persuasive.

La topica giuridica come sua forma particolare è invece quell’attività esemplare del mestiere del giurista per mezza della quale questi reperisce discorsi persuasivi nelle diverse occasioni in cui opera (tribunali, legislazione, motivazione di ogni genere di atti giuridici).

Essendo possibile, per quanto mi riguarda, una  formalizzazione di logica sfumata della predetta topica generale, mi sembra acconcio predispormi anche a darne una direttamente spendibile nel campo della topica particolare giuridica.

Si rinvia ad altre occasioni per tentativi di formalizzazione della retorica o della dialettica in chiave fuzzy.

Presenta interesse qui e ora, infatti, solo la formalizzazione del processo di ragionamento topico in atto nella ricerca delle premesse adatte all’argomentazione per la soluzione di un problema concreto.

A questo scopo si seguirà la convenzione, data la precedente ragione di constatare una analogia  piuttosto chiara tra logiche dei fenomeni biologici e logiche della cultura (Lorenz), di equiparare la ricerca topica delle premesse ad un “comportamento” di ricerca adattivo-cognitivo, analogo infatti alla natura adattivo cognitiva della vita nella sua forma etologica più elementare.

Si ipotizza innanzitutto che gli “endoxa” (premesse o principi generali condivisibili o nell’opinione dei più, già noti alla tradizione della topica) siano “regole di connessione ambigua”  e indeterminata tra classi esse stesse ambigue. L’adattamento è infatti per definizione , anche in etologia, una modalità di comportamento del vivente  imperfetta, ambigua e provvisoria, oltre che polivalente (ogni adattamento usa più organi e spesso soddisfa contemporaneamente ed in parallelo più funzioni).

Se è vera l’analogia tra le logiche dei fenomeni biologici e le logiche della cultura, come sostenuto anche da Popper in merito alla somiglianza tra la conoscenza come evoluzione di contenuti del c.d. mondo 3 e l’evoluzione biologica come apprendimento cognitivo, – allora è giustificato ritenere che, p.e.,  il principio topico giuridico “nessuno deve essere leso” non è soltanto una regola logica o una prodotto semantico, che connette classi ingenuamente “generali”, è piuttosto una forma del comportamento di connessione o associazione (cioè l’espressione della formalità di un comportamento di connessione) tra classi polivalenti, generiche, ambigue del linguaggio (esso stesso inteso come comportamento). Tale principio giuridico (“nessuno deve essere leso”) esprime una forma di vita, come i giochi linguistici di Wittgenstein rimandano ad un certa forma di vita del loquente, anzi, visto che usare un linguaggio è, secondo Chomsky, usare una grammatica generativa (cioè una ideale serie di regole che producono o generano gli atti di comportamenti di locuzione), – allora il suddetto principio, essendo una regola per produrre argomentazioni, è, sia pure al livello più alto dell’argomentazione (le considerazioni di Chomsky riguardavano i più semplici atti di locuzione) una connessione grammatico generativa tra classi polivalenti, ambigue, generiche,  non solo di semplici contenuti logici, ed è un comportamento che risente, della natura imperfetta, ambigua, provvisoria, polivalente degli adattamenti comportamentali del vivente, sotto forma di polivalenza dei contenuti logici e loro ambiguità, genericità, ecc.

Le sottoclassi del principio “nessuno deve essere leso” sono logicamente ambigue, vaghe e imprecise come il principio assunto come un tutto.

La classe “nessuno” indicherà ambiguamente e polivalentemente “qualunque essere”, magari anche non umano (p.e. un animale, anche se è plausibile che si alluda in bassa misura ad un animale), e ambigue saranno le classi “ledere”, “deve”, “essere”.

Queste osservazioni sono, ora, generalizzabili per tutti i termini del linguaggio giuridico. Neanche dopo le rigorose definizioni di termini di cui è ricca la “dottrina” o dogmatica del diritto, si perviene ad un rigore paragonabile a quello dei “numeri” nel denotare significati.

 

Se poi si ipotizza che i fatti “particolari” su cui il topico argomenterà siano essi stessi connessioni regolari di classi ambigue, si perverrà al risultato di possedere connessioni particolari non tanto perché correlano termini individuali a predicati univoci o descrivono stati di cose “atomici”, ma in quanto le loro classi presentano minore “ambiguità” o genericità (minore entropia sfumata, dove entropia sfumata sta per una misura logica della ambiguità in logica fuzzy), p.e. “Franco ha colpito con il calcio di un’arma da fuoco Giovanni”.

Il passo successivo è ipotizzare che le regole particolari che esprimono il fatto concreto includano in senso logico le regole degli endoxa e ne siano incluse (sarebbe un caso di contenenza reciproca, nel senso che anche il fatto particolare è composto di classi capaci di includere il tutto, il quale è dato dalla classi più ampie della regola più ampia, cioè quella degli endoxa), e che tra di esse corra non una inclusione reciproca di carattere preciso, ma una di tipo ambiguo o analogico “dal basso verso l’alto” e “dall’alto verso il basso”. Il che significa che sono sia reciprocamente simili che ambiguamente simili tra loro. La relazione logica di cui sto parlando è una “somiglianza vaga” che si fonda su una reciproca contenenza del più generico nel meno generico e viceversa, tale per cui il meno generico coincide per una certa misura (è uguale in una data misura) con il più generico. Il che è anche dire che l’endoxa è implicito analiticamente (ma l’identità analitica è vaga) nel fatto e viceversa il fatto è analiticamente e vagamente implicito nell’endoxa. In quanto vagamente identici gli endoxa sono ricavabili dai fatti e i fatti dagli endoxa.

Parlare di questo tipo di somiglianza inclusoria è l’unico modo in cui ho pensato per il momento di giustificare logicamente l’apprendimento topico della premessa-endoxa idonea, la logica tradizionale è infatti cieca in operazioni di analogia tra proposizioni solo ambiguamente simili.

L’inclusione “analogica” indica, infatti, non una identità unidirezionale per cui il tutto (il “neminem laedere”) ha ogni proprietà della parte (la parte è “Franco ha colpito con il calcio di un’arma da fuoco Giovanni”), per cui esprime in modo privilegiato l’ “essenza” della parte, in modo che la parte non può che appartenere al tutto (che trascenderà la parte, tanto più che il tutto è una prescrizione, cioè una classe linguistica disomogenea rispetto alla parte che è per lo più una descrizione con deboli elementi valutativi), – indica,  invece, la relazione di identità bidirezionale (reciproca) per cui la parte è un insieme che contiene le proprietà del tutto, non però tutte e non in modo rigoroso (bensì ambiguo e polivalente) e identica sorte riguarda la contemporanea relazione tra tutto (endoxa) e parte (fatto particolare), per cui il tutto è un insieme che contiene non tutte le proprietà della parte, ma solo alcune e non in modo rigoroso (per inciso la somiglianza analogica sfumata tra la descrizione-parte e la prescrizione-tutto è una icastica evidenza di quanto la legge di Hume sia legata ad una logica piuttosto rigida e tutto sommato cieca e poco intelligente e che essa è smentibile da una logica  tanto flessibile da poter dedurre prescrizioni da descrizioni e viceversa, sulla scorta di somiglianze linguistiche vaghe e sfumate).

In sintesi l’endoxa è (include) in senso sfumato il fatto e il fatto è (include) in senso sfumato l’endoxa; questa identità inclusoria è reciproca, parziale, analogica e si basa su due presupposti:

  • il primo per cui il tutto e la parte possono essere polivalentemente sia un elemento che l’insieme (sia una classe che un elemento della classe, A e non-A, che è la c.d. polivalenza delle relazioni insiemistiche);
  • il secondo per cui le relazioni reciproche di appartenenza inclusoria implicano proprietà che il tutto ritrova nella parte, o la parte nel tutto, in modo solo tendenziale, polare, ambiguo, polivalente, sfumato, fluttuante.

Ora, tornando a noi, questa identità analogica tra endoxa e fatto concreto è variabile, nel senso che alcuni principi endoxa saranno più “analoghi” di altri ai fatti concreti. Tutto ciò può rendere conto del fatto che i “topici” scelgono” gli endoxa più “adatti” al caso concreto, forse valutando “maggiori” o “minori” identità analogiche, che possono correre eventualmente tra più endoxa e i fatti; spiega, inoltre, perché, partendo dai semplici fatti, il topico risale “agli “ endoxa (perché i fatti includono analogicamente gli endoxa, “sono” in data misura già gli endoxa). Questa risalita è una induzione peculiare, è infatti analogica e non richiede astrazione né sintesi, perchè la regola più ampia (l’endoxa o gli endoxa) è “ricordata”, partendo dall’induzione mnemonica dei fatti, non sinteticamente elaborata da un numero di casi particolari.

In altre parole questa induzione analogica non è sintetica ma al contrario sfumatamente analitica, è un’induzione “finita” (a differenza di quella scientifica, che ammette infiniti fatti identici ed elabora empiricamente identità sottoposte al rischio di confutazione), perché l’idea della regola-endoxa è indotta sufficientemente anche da un solo fatto e non suppone una relazione rigorosa di corrispondenza identitaria tra fatto e regola. Infatti, si suppone tra fatti ed endoxa una “vaga identità”, una somiglianza analogica, una reciproca inclusione, una implicazione analitica vaga e reciproca che impedisce di rendere agevolmente catalogabile questa induzione come “sintetica”, “astrattiva” o “falsificabile” come quella scientifico-empirica.

Per di più questa strana induzione dovrebbe essere logicamente immediata, come l’improvvisa risalita alla memoria di un ricordo.

Il prossimo passo è notare che, posto che “più endoxa” sono logicamente  e potenzialmente simili (ma in diverse misura di analogia) ai fatti, allora la molteplicità delle possibili similitudini spiega perché le induzioni potrebbero essere “parallele” ed essere compiute senza vincoli di sequenzialità (cioè la mente del topico nel momento in cui cerca argomentazioni, si muove su un piano orizzontale di molteplici possibilità potenzialmente equivalenti, come se la sua memoria potesse compiere una sorta di accesso induttivo poli-direzionale a tutta l’esperienza mnemonica degli endoxa, forse di tutti gli endoxa “più o meno analoghi”, una ricerca massiva e contemporanea e parallela di soluzioni che prescinda da una rigida sequenzialità verticale e da un ordine razionalizzabile di “rispetto aristotelico” o di successione temporale; è noto che ciò potrebbe anche essere il modo usuale delle reti neurali umane di trattare ogni esperienza, in modo parallelo e indipendente, come disponendo di più di un “occhio mentale”).

E’ infatti noto da tempo, in ingegneria informatica,  che le reti neurali artificiali (e forse anche quelle umane)  “ricordano” schemi cognitivi adatti in modo, appunto, parallelo e contemporaneo.

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Giunti a questo punto, si può procedere ad una schematizzazione solo discorsiva, per ora, e non logico simbolica, dei processi razionali del topico, del seguente tipo.

E’ una ipotesi da mettere alla prova che nei processi logici del topico inizi una “competizione” tra i molteplici endoxa trovati, convergente verso l’endoxa “più” simile ai fatti. Il topico “ricorda” l’endoxa più vicino (più adatto) al caso concreto. Non solo, individua all’interno dell’endoxa poli-significante (cioè ambiguo) anche il significato “più” simile al fatto.

La novità della logica fuzzy risiede nel poter formalizzare questa ipotesi di ragionamento competitivo, si possono riprodurre con algoritmi meccanici le manipolazione, cui si è alluso sopra, di proposizioni linguistiche di significato ambiguo e generico e impreciso, servendosi del c.d. “teorema FAT” (fuzzy approximation theorem) che da rappresentazioni grafiche e geometrico-analitiche di un sistema di regole fuzzy rappresentanti endoxa convergenti verso una agglomerazione concettuale” intorno al polo semantico del fatto concreto (e viceversa, dei fatti verso un endoxa polare), oppure servendosi del teorema “DIRO” (Data In Rules Out), che da una geometria analitica di un apprendimento adattivo di nuove combinazioni di preesistenti regole fuzzy (una sorta di grammatica generativa di ragionamenti che, per inciso, impiega in sostanza altri FAT).

 

Terminata la “convergenza mnemonica” verso gli endoxa più adatti (il fattore di selezione è il fatto concreto, o meglio la sua regola linguistica), l’endoxa più adatto non è ancora una “soluzione” per il caso concreto, essendo una regola linguistica troppo generica, si richiede una ulteriore attività di ragionamento, che continua finchè non si perviene ad una soluzione ottimale.

Vi è, infatti, un processo che conduce da un abbozzo di ragionamento ad uno con potere risolutivo e di controllo più preciso.

L’abbozzo di ragionamento è una ingenua associazione tra il fatto concreto e l’endoxa, priva di riflessi pratici molto forti o poco capace di resistere a confutazioni, data la sua genericità eccessiva che lo renderebbe praticamente poco risolutivo, poco capace di risposte puntuali a problemi precisi.

Spero sia perdonabile l’associazione (difatti la logica fuzzy nasce nel campo dell’ingegneria), ma un ragionamento poco puntuale e preciso può paragonarsi ad un condizionatore d’aria che avesse una unica velocità oppure all’inverso un’andamento caotico nelle velocità del motore di raffreddamento per rispondere ad una temperatura che varia secondo tendenze fluttuanti. Questo condizionatore raffredderebbe un locale ora in modo eccessivo ora in modo debole, senza mai avere una curva omestatica. Nello stesso modo l’endoxa sarebbe un sistema di controllo che da risposte caotiche, molteplici ed equipossibili, data la sua forte polisemicità (o forte entropia fuzzy), ma mai adatte, puntuali, precise.

Il ragionamento meno entropico (meno ambiguo, su una ipotetica scala di ambiguità decrescenti), invece, cioè più ricco di articolazioni regolistiche, minormente polisemiche, – ha vantaggi di segno inverso al precedente (inverso al ragionamento più ambiguo).Tale è il caso di un sillogismo più articolato e puntuale.

 

Ora, “trovare” la regola-endoxa adatta al caso concreto (p.e. “neminem laedere”) richiede, secondo il modello di funzionamento generale di una rete neurale in adattamento progressivo, un retroazione del topico, vale a dire un reazione all’azione di disturbo svolta dal fatto concreto (p.e. “Francesco ha colpito Giovanni”) che turba un equilibrio linguistico, quello di un sistema linguistico che reagisce alla sua incompletezza adattiva, scatenata dal fatto concreto, eccitandosi con una azione omeostatica di “catalogazione”, e lo squilibrio si risolve proprio individuando l’endoxa adatto, che esercita una re-azione di controllo.

Il fatto concreto “eccita” le reti neurali del topico e “le turba” nella misura in cui e finchè sfugge a una catalogazione linguistica, un riconoscimento, una collocazione nel contenitore di un endoxa idoneo. Quando, invece, il riconoscimento è terminato, la situazione di eccitazione termina, proprio come le reti neurali artificiali minimizzano l’energia di attivazione quando un input è correttamente associato all’output di riconoscimento.

Ma il punto è che il controllo esercitato dall’endoxa (p.e. “neminem laedere”) è ancora insufficiente, è troppo generico in senso logico per essere persuasivo, troppo lasco il suo valore di verità sfumata. Occorre ridurre la genericità della regole (ridurre l’entropia sfumata della verità del “neminem laedere”) perché la retroazione sia efficace, associando all’endoxa regole più precise e analoghe al fatto quanto e più dell’endoxa. Queste dovranno essere più efficaci nel senso che maggiore è la loro verità sfumata, maggiore la persuasività, maggiore il controllo.

 

Ebbene proprio l’eccessiva genericità del principio trovato, inefficace per un controllo puntuale sul fatto concreto (che turba un equilibrio), inefficace perchè “poco” vero in senso sfumato e quindi poco persuasivo, – esige che inizi una nuova fase del processo logico della topica che è una “deduzione” di regole più precise.

Il topico già intravede nella regola d’azione dell’endoxa trovato (o degli endoxa trovati) una prefigurazione di una soluzione generale al caso. ma fa ben di più: prefigura la conclusione di un ragionamento ben formato, un sillogismo o qualcosa di ambiguamente tale.

Il prossimo passo è appunto colmare la distanza tra gli estremi di un arco, quello creatosi tra endoxa e fatto, frapponendo una catena di ragionamento più preciso che fagociti il fatto in una premessa minore e che diminuisca la genericità del primo abbozzo di ragionamento che associa solo l’endoxa al fatto concreto.

Ciò è spiegabile in termini logici perchè l’endoxa è una sorta di “indice” per molteplici possibili ragionamenti, la sua regola infatti è una grande contenitore logico di molte regole di minore estensione semantica, ma questo contenitore è virtuale per la coscienza del topico. E’ come se l’ “occhio della coscienza” dovesse ancora “leggere” tutte le possibili catene di ragionamento legate all’endoxa. Questi concatenamenti intanto sono “aleticamente” possibili perchè ogni classe linguistica della regola-endoxa è così generica e ambigua da poter essere “veritativamente” simile (ma il punteggio di verità è sfumato, cioè intermedio tra vero e falso) o analoga a molteplici regole minori (per lo più incluse e più precise), maggiori (per lo più includenti e meno precise) o contigue (altri endoxa di pari genericità).

Questa somiglianza è virtuale finchè l’occhio della coscienza del topico non è attirato da una spontanea convergenza ottimale dell’endoxa, trovato in precedenza, verso una o più catene deduttive entrate in competizione parallela e contemporanea per la maggiore vicinanza (somiglianza) sia alla natura dei fatti che a quella delle classi linguistiche sfumate che esprimono scopi adattivi (le classi dell’endoxa). La convergenza ottimale di queste catene, torno a dire, è il fatto che una catena di regola più precise dell’endoxa sia “appresa” o “riconosciuta” dalla mente del topico come più simile di altre al primo abbozzo di ragionamento (quello che associava l’endoxa al fatto concreto) in modo efficiente per l’attuazione dello scopo del topico di ripristinare un ordine turbato nonchè di tutti gli scopi esogeni impliciti negli endoxa giuridici (scopi esogeni la cui ingerenza è inevitabile e la cui conciliazione con quelli del topico è necessaria).

La logica fuzzy è senz’altro impiegabile per formalizzare con i predetti teoremi FAT e DIRO le competizioni di catene di ragionamento nonchè l’apprendimento di nuove ricombinazioni di tutti i contenuti di conoscenze preesistenti citati (fatti, endoxa, altre regole), nonché di visualizzare nelle graduazioni di intensità, presenti nelle “curve grafiche” degli insiemi fuzzy, tendenze, valutazioni scopi (anche esogeni per lo scopo del topico, ma con cui deve misurarsi), e di consentirne un calcolo di convergenza e conciliazione reciproca, per via del fatto che la somiglianza reciproca tra insiemi fuzzy è anche reciproca inclusione analogica di “curve grafiche” che rappresentano scopi, valutazioni, tendenze.

Ricapitolando, si è qui introdotta una forse  nuova operazione logica di deduzione “sfumata”, la quale è analogica e non perfettamente analitica, né perfettamente sintetica (le regole sono infatti ricordate e ri-plasmate interpretativamente per l’occasione).

*********

In conclusione l’induzione analogica dell’endoxa e la deduzione analogica di catene argomentative sono un modo apparentemente nuovo di formalizzare l’attività del topico. E mi preme solo di dire che soltanto la logica fuzzy può, per il momento, formalizzare in modo efficiente queste operazioni ambigue (per mezzo di insiemi, relazioni, proposizioni, classi ambigue o fuzzy, nonché per mezzo di algoritmi di ragionamento adattivo noti come “teorema di approssimazione fuzzy”, FAT, e “teorema dell’apprendimento fuzzy”, DIRO), perchè la logica tradizionale è inadatta a trattare le opposizioni logiche tendenziali e le ambiguità ivi connesse (alla base di induzione e deduzione analogiche del topico fuzzy, giusto anche il fatto che l’analogia implicata è di tipo irriducibile alle stesse ipotesi di analogia ipotizzate nella logica classica, cioè quella proporzionale o quella di genere).

Un’ultima particolarità è un’osservazione generale che si può fare sull’intero sistema dell’induzione e della deduzione topiche fuzzy: globalmente l’attività topica di apprendimento ed individuazione delle componenti del ragionamento finale (un sillogismo di tipo aristotelico dialettico o uno pseudo-sillogismo) sembra un ragionamento diverso da quello “finale”. Il ragionamento finale sembra una esposizione ordinata di risultati, ciò che lo precede è invece un ragionamento “adattivo” e “cognitivo”. Volendo individuare rapidamente alcuni dei nuovi caratteri del secondo si può dire che:

 

  1. il metodo topico “sfumato” di elaborare sillogismo e entimemi è un processo di ricerca laterale e nascosto di nuove catene di ragionamento (è un’attività creativa o sintetica di ragionamenti persuasivi) sul quale si fanno, per il vero, ipotesi pure e semplici, non è chiaro infatti se i risultati degli studi sulle reti neurali siano del tutto estensibili al modo topico di reperire “soluzioni” per casi concreti:
  2. esso è un metodo di valutazione “globale” di problemi topici, perché coinvolge in modo “massivo” tutta l’esperienza, p.e. giuridica, del topico, operando sulla base di “valutazioni di somiglianza”. Non è difficile supporre che qualsiasi parte dell’esperienza giuridica considerata, per quanto lontana dal fatto concreto, ha sempre una “vaga risonanza” con il “caso”;
  3. è un modello di ragionamento che fa considerare la topica non tanto un sistema di tecniche più o meno astute, le quali operano “un controllo” o “una mera suggestione” di “soluzioni persuasive”, quanto invece fa ri-definire la topica (come nei modelli delle topiche “fondate”, come quella aristotelica che si avvale del principio di non contraddizione o quella che si serve delle arti del dire ciceroniane) nei termini di una “forma di apprendimento di conoscenza” e non di una tecnica di tipo “esclusivamente” suggestivo, allusivo, decisionale su contenuti esclusivamente autoritativi. La topica sfumata rivendica, con forza e parallelamente ai modelli ciceroniani o aristotelici, la possibilità che il topico di fatto possa apprendere e apprenda in modo adattivo conoscenze obiettivamente persuasive e valutative, con la particolarità che queste conoscenze sono sempre ambigue in senso veritativo (e proprio ciò che è ambiguo è solitamente persuasivo o verosimile ed incorpora valutazioni anziché essere obiettivamente certo come una verità netta), oltre che la possibilità che la topica sia un processo di conoscenza di organizzazioni concettuali (teorie) che si “adattano” in senso logico ed “aletico” (veritativo) “sfumato” (complesso, ambiguo, polivalente) ai fatti ed agli scopi del topico e dell’uditorio del topico.

 

Sotto l’ultimo profilo la capacità veritativa in topica del principio di non contraddizione non è ridimensionata, al contrario: essa è però confinata nel momento critico della correttezza di sillogismi già ben formati e ben “esposti”, il “PNC dialettico” potrebbe essere un “principio di critica” dell’esposizione ormai confenzionata (già confezionata in classi meno ambigue, più nette consolidate da processi di semplificazione e di definizione convenzionale di simboli  meno polisemici e “più” monosemici), ma ho l’impressione, forse smentibile, che il PNC non sia in grado di spiegare come le componenti del sillogismo (dialettico o entimematico) possano essere trovate, è indispensabile infatti postulare una qualche tecnica di “apprendimento” delle componenti del  sillogismo che precede la sua esposizione e per questo apprendimento vanno postulate operazioni di intuizione, analogia e “competizione selettiva” di contenuti che solo gli algoritmi di una topica e di una logica ambigua e fluttuante tra il simile e il dissimile (e fluttuante tra il vero e il falso) possono “emulare”.

Si tratta infatti di manipolare costantemente una relazione logica ambigua di “somiglianza” o di “reciproca contenenza” (tra dati e premesse) che è praticamente ignota alla logica tradizionale o impossibile da risolvere nelle tradizionali relazioni di somiglianza (analogia proporzionale e di genere) tra identità di tipo dimostrativo  e apodittiche (come già dai tempi di Aristotele).

P.e. nessun logico totalmente “apodittico” o valendosi del principio di non contraddizione potrebbe indurre da “Franco non deve ferire Giovanni” la proposizione “Tutti non devono ledere nessuno”, per quanto ciò possa sembrare una semplice “universalizzazione” tra due prescrizioni, né è possibile dedurre da “neminem laedere”  il riferimento a “Franco non deve ferire…”, per quanto sembri una semplice “particolarizzazione”.

Infatti, ogni parola delle frasi considerate è così ambigua che nessun procedimento “puramente” induttivo o deduttivo in termini analitici (sul modello dei processi dell’engramma di un micro-processore o del sofware di un computer) saprebbe collegarle, se non a prezzo di innumerevoli convenzioni e definizioni (indispensabili per eliminare le ambiguità e rendere “trattabile” il problema), che ponessero in diretto e rigidissimo collegamento analitico ogni classe particolare con la generale, e viceversa.

(Per inciso, proprio l’enorme numero di definizioni che sarebbe necessario per una così banale operazione ha reso impossibile il decollo dell’intelligenza artificiale di sistemi esperti informatici basati sulla logica tradizionale delle relazione e delle classi univocamente definite [vale a dire sui simboli definiti per mezzo di stringhe BIT con gli univoci segnali di classificazione, rigidi e univoci, 1 oppure 0, vero o falso], mentre un esperto umano induce e deduce frasi ambigue, per attuare strategie di controllo dolce e flessibile di qualunque problema, con tale scioltezza e flessibilità da rendere ottuso e obsoleto, a paragone di questa capacità mentale, anche un computer parallelo di ultima generazione).

**********

In ultima analisi, però, solo manipolando relazioni ambigue di somiglianza, anche vaga sino alla più debole risonanza, tra dati particolari e premesse generali, è possibile mostrare come i topici in realtà seguano una “logica” e “conoscano” effettivamente relazioni ambigue tra il loro linguaggio e la verità dei fatti di una controversia.

La logica sfumata apre la strada ad una scienza della “teoresi giuridica” come scienza di apprendimenti topici dell’esperienza sociale, oggetto del diritto.

Francesco Misuraca

 

15 settembre 1999

 

 

 

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