Noetica e Logica Sociale

LOGICA DELLE SCIENZE SOCIALI E RIMEDIO ALLA CRISI DELL’ORDINE ETICO-POLITICO

 Il problema che voglio agitare è il seguente.

Perchè il diritto e le scienze sociali sono incerte? E’ possibile una logica per discipline il cui campo di indagine è o si presenta incerto?

Credo che si pervenga all’esposizione del problema attraverso le seguenti osservazioni.

Facendo riferimento all’idea espressa nelle precedenti pagine intorno alla definizione “noetica” di “valore”, quest’ultimo sarà una interazione processuale tra soggetto ed oggetto. Ebbene, l’oggetto poteva essere rappresentato, all’interno di tale interazione, anche come “argomento” di discussione, nel senso che gli argomenti possono essere oggetto di valutazione.

Il tema che qui voglio trattare è, appunto: in che modo il Diritto (come disciplina) e la Scienza Sociale “valutano” quell’argomento che è la “legge”, qui da intendersi come insieme delle norme positive che il legislatore pone o riconosce (p.e. consuetudine)? In particolar modo, come valutano quell’oggetto che è la legge, se esso è o si presenta incerto?

Detto altrimenti, in che modo il Diritto e la Scienza Sociale fanno uso degli “argomenti” legislativi?

La risposta non è priva di conseguenze, in quanto fornisce il quadro di riferimento per una teoria del ragionamento giuridico come interazione argomentativa, inesauribile e vaga, tra soggetto di diritto e legge, che giustificherà il tema generale della presente tesi: modellare una logica giuridica della vaghezza che tenga conto dell’incertezza della legge.

Per realizzare questo compito occorre, ora, chiedere anticipatamente perdono per il carattere apparentemente digressivo di questo secondo capitolo (in forma di prologo), ma l’esame della crisi di certezza oggettiva, pressocchè permanente, del diritto positivo, fornisce una cornice di riferimento, in mancanza della quale non è possibile argomentare ulteriormente intorno ad un logica vaga del diritto stesso.

Gli assunti che, in particolare, vorrei fondare con il presente discorso sono i seguenti:

1.    il diritto è una attività ragionevole di argomentazione, non un sistema oggettivo di dati culturali pre-costituito (la legge, positiva o meno), bensì l’interazione processuale tra tali dati, intesi come aventi natura di “argomenti”, e due o più soggetti, la cui natura ragionevole e argomentativa non è a sua volta un dato (non vi è una persona razionale pre-costituita), bensì una argomentazione.

2.    Questa interazione tra soggetto e legge è un processo reale che produce valore ed è valore. Nel senso che: posto, per le conclusioni del primo capitolo, che il valore è una interazione processuale tra soggetto e oggetto, che si pone come argomentazione ed uso delle cose da parte di esseri umani, – allora quel genere di processo reale, che è l’interazione tra soggetti e legge,  sarà un processo di argomentazione che, “teorizzando” p.e. sui valori che le norme “incorporano”, e quindi supponendo una relazione almeno trilatera tra due interlocutori e i loro argomenti, si manifesta, nel contempo, come ulteriore interazione produttiva di valore. Infatti, argomentando sulla legge, i soggetti producono ulteriori usi e argomentazioni della legge, che costituiscono, per l’accezione accolta nel primo capitolo, nuovo valore.

3.    Altro assunto da fondare è quello per cui i caratteri di questa attività ragionevole di argomentazione saranno quelli di una relazione complessa, quasi indeterminata e vaga, la cui indagine non è oggetto di una intuizione o deduzione analitica.

4.    Su questo vago processo reale di argomentazione (soggetti-legge), sarà possibile fondare argomenti razionali c.d. sulla struttura del reale, perchè le teorie sui valori saranno reali processi di interazione, non solo logico-linguistica, bensì anche pragmatica (vale a dire, per le necessità della vita e dell’azione).

5.    La natura dell’interazione di valore tra soggetti e legge sarà tale che: a) il soggetto dia valore agli argomenti della legge (scritta o meno), adoperandoli ed impiegando tutti i propri giochi di lingua, interagendo con essi per adattarsi ad essi e scioglierne il labirinto; b) gli argomenti di legge (possiamo chiamarli per semplicità “norme giuridiche”) interagiscano attivamente con i soggetti, li condizionino e li leghino a sè stessi in una interazione di valore, perchè tutti i processi reali di argomentazione, che essi costituiscono, suscitano costante significato sotto forma di sfida e labirinto.

6.    La logica di questa interazione sarà una logica dell’argomentazione, vale a dire la struttura della retorica e della dialettica tradizionali, applicate al diritto e, visto che si vuol mostrare come i processi di argomentazione sul diritto siano inesauribili sia semanticamente che sintatticamente (vale a dire, inesauribili sia nel significato dei discorsi giuridici sia nella giustificazione sillogistica), tale logica sarà un mero tentativo di esibire sotto forma di vaghezza le relazioni logiche complesse, quasi-indeterminate e inesauribili tra gli argomenti ed il loro significato e tra gli argomenti e le loro premesse.

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Per dare un qualche fondamento e prova agli assunti di cui sopra, innanzitutto, si partirà da un luogo comune.

Vi è, infatti, il “topos” (luogo comune) per cui le norme positive non sono mai sufficienti agli operatori giuridici per risolvere compiutamente i conflitti intersoggettivi.

A riprova di quanto dico, si consideri che è prassi comunissima tra gli operatori di far ampio ricorso alla giurisprudenza, alle interpretazioni, alla dottrina, alla analogia per confezionare decisioni ad hoc conformi a principi giuridici flessibili e praticamente elastici[1].

Insomma, la domanda di “giustizia” supera le deboli offerte della formalità legale, costringendo i sistemi giuridici di “civil law” ad una perpetua evoluzione, che si rinnova nello stesso modo in  cui si ammoderna il conflitto sociale, riproponendosi in forme talvolta simili al passato, talvolta del tutto inaspettate[2].

Dal che discende la posizione del seguente problema: gli argomenti legislativi delle norme positive propongono e manifestano un sapere oggettivo o soggettivo, certo o incerto, discreto o indeterminato?

L’impressione che si ha è che da almeno tre secoli si pretende ancora che esista un ordine per le società, ordine che una legge debba essere in grado di conservare.

Ma per quale ragione esiste la costante aspirazione, nella storia delle idee giuridiche degli ultime tre o quattro secoli, che sia possibile scrivere sui fogli di una Gazzetta Ufficiale l’ “equazione matematica” che renda prevedibile il moto dei gravi sociali, liberando i cittadini dal pericolo del conflitto, della guerra, del male?

Più in generale, perchè nessuna norma è in grado di prevedere il capriccio del deviante o, più in astratto, del male, in maniera tale da instaurare una perpetua armonia senza conflitti?

Prima di delucidare più attentamente questo problema occorrono due premesse. Si deve chiarire, sia pure in abbozzo, in primo luogo, quale filone di pensiero giuridico ha avanzato la pretesa di una piena efficacia, oggettiva e oggettivante, della legge e delle norme positive nella previsione e risoluzione di conflitti e, in secondo luogo, quale cifra filosofica può generalmente descrivere il fenomeno di una proliferazione continua, imprevedibile e caotica di conflitti in seno ad una società umana.

Sarà dedicato, pertanto, tutto il paragrafo II alle forme di pensiero giuridico che hanno teorizzato o problematizzato l’oggettività delle legge. Mentre si dedicherà il paragrafo III all’individuazione della posizione filosofica che teorizza la crisi della legge e la proliferazione imprevedibile dei conflitti sociali come costante messa in scacco dell’oggettività del diritto.

ORIGINI MODERNE DEL PRIMATO DELLA LEGGE

Per quanto concerne il primo tema (origini delle idee di oggettività o extra-soggettività e di primato della legge), dirò in breve che i pensatori che per primi hanno costituito e divulgato l’illusione di una legge positiva, formalmente dotata dei caratteri della cogenza e della piena capacità di governo degli eventi sociali, in teoria persino capace di arrestare l’evoluzione del conflitto nelle società occidentali, sono gli esponenti razionalisti del Giusnaturalismo del XVII e XVIII secolo.

Essi coltivarono questa illusione.

Il modo migliore di dar conto di questa cultura della legge positiva forse sarebbe dire che i giusnaturalisti ebbero per ideale regolativo la visione di una legge positiva oggettiva e conoscibile.

Ma avere un ideale è lo stesso che avere un’illusione dogmatica, se poi le azioni seguono pedissequamente l’ideale.

I giusnaturalisti si fecero portatori di una visione secolarizzata del mondo sociale, razionalistica e matematistico-utilitaristica.

 A conti fatti, però,  il tema della tradizione giusnaturalistica è stato così ampiamente trattato, che diventa subito estraneo al mio compito dover ricapitolare le fasi ed oscillazioni della sua nascita ed evoluzione, anche perchè la sua novità si esaurisce nella proposta di un primato autonomo e matematistico della legge, mentre nulla di nuovo, forse presenta rispetto all’eredità di alcuni sofisti della Grecia antica e dell’umanesimo classico, per quanto concerne le concezioni “laiche”, edonistiche e utilitaristiche del potere[3].

Basti qui ricordare che il primato della legge viene rivendicato dal giusnaturalismo razionalistico sulla base di alcuni assiomi che tento di riassumere nel modo seguente.

Un primo assioma riconosce alla ragione la naturale capacità di prevedere ogni fenomeno e governarlo, purchè si rinunzi ad interpretazioni etiche o preferenziali dei fatti (rinunzia al giudizio di valore) e si attribuisca piena fiducia ai giudizi di fatto, di tipo matematistico e analitico-deduttivo[4].

Un secondo desacralizza il potere e l’autorità, riducendoli a fenomeni quantificabili e conoscibili secondo ragione (il potere è tale per una “naturale” e quantificabile preponderanza di energia o forza)[5].

Un terzo immagina che l’armonia sociale sia un equilibrio fenomenico e apparente di forze, ottenuto attraverso un pre-ordinato e prevedibile e controllabile uso della forza del potere supremo (supremo per preponderanza matematica di forze)[6].

Un quarto assioma, per venire al punto, attribuisce alla legge giuridica una piena efficacia previsionale e risolutiva dei conflitti, purchè possegga, nel modo più prossimo ad una equazione matematica i caratteri della astrattezza e generalità, fungendo così da algoritmo “oggettivo” o strumento di calcolo “reale”, di controllo e di mantenimento di un equilibrio fenomenico di forze nella società[7].

OGGETTIVITA’ DELLA LEGGE NEL ‘900

Rientra nel primo tema (oggettività e primato della legge), preliminare alla disamina della questione sul perchè il diritto e le scienze sociali siano ad oggi ancora incerte, anche un breve tratteggio degli approcci novecenteschi alla certezza extra-soggettiva del diritto.

Il problema dell’oggettività della legge non è mai sembrato, invece, nulla che abbia turbato i sonni dei giuristi positivi. Le tesi sulla natura di questa oggettività tutt’al più sono state varie, ma mai scettiche.[8]

 

1

Eppure, la pretesa che esistano norme giuridiche extra-soggettive, cioè il desiderio che le leggi, pur essendo dei prodotti culturali umani, acquistino la solida consistenza di “enti”, e per di più siano l’esito di un ragionamento ed una scienza pressoché affidabili (c.d. razionalità delle leggi), – si è più volte scontrata con l’evidenza controllabilissima dei rivolgimenti sociali di questo secolo, ormai in via di chiusura.

Due guerre mondiali, le atomiche di Hiroshima e Nagasaki, l’Olocausto e la minaccia di una guerra termonucleare hanno già scosso le deboli trame degli ordini giuridici internazionali, senza parlare della rapidissima evoluzione, dagli anni ‘80 in poi, del capitalismo post-industriale (quello c.d. dal “volto umano”), che ha impresso una tale velocità di cambiamento alle società occidentali da rendere, nel volgere di pochi decenni, obsolete le legislazioni commerciali e lavoristiche risalenti all’ottocento o ai primi anni del secolo.

Si è assistito nel ‘900 ad un lavorio di ricambio e rinnovamento dottrinale e giurisprudenziale delle leggi, tale da rendere, se non altro, anomala la discussione fiduciosa sull’ “oggettività” in senso filosofico, o sulla “positività” secondo il sistema delle fonti, della legge.

Ma la discussione non è mai stata scettica sul punto. E’ proseguita come nulla fosse. Un giurista pratico di oggi ignora le rampogne di Perelman e sposa fino in fondo il luogo comune normativista per cui la legge c’è!

Nonostante ciò, nel ‘900 non sono mancati sistemi di riflessione filosofico-giuridica che hanno deliberatamente attenuato l’idea di oggettività e positività delle legge (e delle norme[9]) e il relativo primato. Penso al cosiddetto “istituzionalismo”.

E’ molto importante focalizzare l’attenzione sull’istituzionalismo, nonostante che esso perse la corsa per la teoria principale del secolo sul concetto di ordine giuridico, forse proprio perchè esso percorse un cammino inverso e minoritario rispetto al torrente principale delle riflessioni sulla realtà del diritto nei primi del  novecento, forse per altri motivi.

Non entro nel merito delle complesse ragioni per cui “altri” vinsero la gara, sarà stata necessità o contingenza, non importa. Ma nei decenni iniziali del XX secolo conseguirono un vero e proprio strapotere gli storicismi idealistici, hegeliani, gentiliani, crociani oppure quelli materialistici come il marxismo, il leninismo, i quali instancabilmente proposero un modello di oggettività forte del diritto. Gli idealismi assegnarono al diritto soprattutto il ruolo di “cifra” storica dello spirito, i materialismi quello di “sovra-struttura” (quest’ultima era prepotentemente oggettiva, per quanto subordinata all’economia, e virulentemente “presente”, come dimostrarono le legislazioni dirigistiche di ottanta anni di Stato comunista). Poi dagli anni ‘60 in avanti, la filosofia analitica del diritto e il normativismo si sono auto-investite del compito di proseguire l’opera, l’una rivendicando l’oggettività del senso linguistico degli enunciati giuridici, l’altro la positività trascendentale del sistema delle leggi.

 

2

Mi guardo bene, anche, dal sostenere che l’istituzionalismo incarnò il vero approccio alla fantomatica esistenza o in-esistenza del diritto.[10]

Mi limito a far rilevare soltanto questo.

Vi è una tesi dell’istituzionalismo, che mostra una svolta concisa, quasi epigrammatica, rispetto alla “venerazione” per il primato oggettivistico della legge.

E suona così:

Il concetto di diritto va ricondotto al concetto di società; in un primo senso dicendo che non si può parlare di diritto se non in una società; dunque nel senso che la società non sussiste senza che si manifesti un qualche fenomeno giuridico.[11]

Detto altrimenti, il concetto di diritto è contenuto in quello più ampio di società e quello di società in quello di diritto. Ubi societas, ibi jus. Ubi jus, ibi societas.[12]

Questo principio di relazione tra società e diritto è un principio di fondazione circolare, costituente in modo appena più preciso una auto-fondazione in senso logico (un concetto funge da assioma per l’altro e viceversa) e una autoreferenza in senso empirico (un sistema è  contenuto in,  costituito da, spiegato dall’altro e viceversa).

Ciò che è sorprendente, tuttavia, non è l’aura di paradosso o di proibita libertà concettuale del principio istituzionalista.

Stupisce, invece, come l’applicazione del principio finisca per porre in grave crisi l’idea di oggettività delle norme e delle leggi, a dispetto della dubbia validità empirica e logica del principio.[13]

Non è rilevante che il principio sia cerebrino o speculativo, è la sua capacità di prospettare nuovi campi di visuale, alternative e insospettabili dimensioni di critica a dargli retrospettivamente un valore.

Infatti, applicandolo, se ne deduce speculativamente, p.e. (e solo per esempio, perchè è noto da Tarski, che le conseguenze di una teoria sono infinite), che un fatto sociale come “questo” contratto suppone delle regole giuridiche astratte, ma le regole astratte suppongono uomini di una concreta società che si danno un ordine astratto, per cui questo ordine sarà un fatto tra altri fatti sociali. E daccapo, quel fatto sociale di un sistema delle fonti giuridiche deve essere previsto dal diritto, e questo dipenderà da uomini in carne ed ossa che hanno “deciso” e poi lasciato ad una contingente tradizione alcune regole astratte.[14]

La ruota girerà ancora, finche si scoprirà che ogni atto sociale contiene l’immagine illanguidita di tutta l’informazione giuridica della nazione e all’inverso, sarà altrettanto pensabile, che ogni singola regola è spiegabile come il non analizzabile contributo attivo di intere generazioni di consociati (proprio come, nella Logica dei Distinti di Croce, ogni singolo ente reale è contenuto da e contiene tutti i distinti ideali).

Si scoprirà speculativamente anche, che è una applicazione del principio istituzionalistico, che l’intero patrimonio di concetti giuridici converge in ogni singolo e banale fatto sociale o che l’intera società converge in ogni regola, per quanto burocratica e pedante.

La più recente evoluzione della cibernetica ha ribattezzato proprietà analoghe di sistemi propri all’Altra Cultura (la scienza), altra rispetto alle riflessioni sociali o umanistiche, e che presentavano analoghi fenomeni di convergenza “informativa” del grande nel piccolo e viceversa, – con termini un po’ esoterici come co-implicazione tra parte e tutto, ologrammaticità (capacità della parte di contenere l’informazione del tutto), ricorsività (l’effetto fonda la causa o si confonde con essa). E su ciò si ritornerà. Ma ora, conta riprendere rapidamente il filo del discorso.[15]

Ho detto, più sù, che crolla con il principio istituzionalistico, almeno per chi aderisca al principio, proprio l’idea di primato oggettivistico della legge.[16]

Sorgerà il dubbio che l’oggettualità della legge sia ben poco paragonabile a quella di un ente. Come può esistere, ciò che si confonde senza sosta con un “tutto” (la società), il quale tutto torna ad essere poco dopo una parte costitutiva del supposto ente? Si attenua anche la tentazione di attribuire esistenza indipendente al tutto, quando esso si confonde nel circolo delle reazioni, o per meglio dire, delle retro-azioni tra elemento e sistema.

Sembra reiterarsi, con l’istituzionalismo (secondo l’interpretazione che ho inteso dargli), una qualche “legge idealistica dello spirito” o qualche “struttura di relazioni” neo-marxista, se non fosse che pensatori istituzionalisti come  Schmitt, Santi Romano e Hauriou hanno insistito su un concetto di diritto legislativo assorbito e superato da una organizzazione materiale di una società che si può definire in modo praticamente sinonimico come “ordine sociale organizzato”[17], e che hanno chiamato difatti “istituzione”, con l’economia di mezzi insita in una parola che esprime sia l’attività ormai esaurita del fondare qualcosa che il non-consolidamento di un tutto materiale ancora organico e vivente e in fieri.[18]

Intanto, è rimarchevole il fatto che, per mezzo della teoria istituzionalistica, il diritto non appare più un  sistema oggettivo di dati culturali pre-costituito (la legge, come insieme delle norme positive o meno), bensì l’interazione processuale tra tali dati, intesi come aventi natura di elementi non privilegiati e strumentali, e una più vasta comunità di agenti umani e le loro organizzazioni.

La minima conclusione provvisoria, che si trae da questo quadro impressionistico sull’istituzionalismo, è perciò, anche, che il diritto positivo perda di isolata “oggettività”, se possono immaginarsi le sue interrelazioni con una totalità organica  come una società (criticabilità per mezzo dell’olismo istituzionalista dell’oggettività della legge). Con che vi è qualche argomento a favore dell’idea che  il diritto sia una attività ragionevole di argomentazione su tali dati, intesi come aventi natura di “argomenti” condotta da una comunità di uomini.

3.

Arrivati al punto, dopo una prospettiva generale sull’istituzionalismo, come tentativo di svolta, purtroppo storicamente non riuscito, verso la non-oggettualità della legge positiva e verso il disincantamento dal suo primato, occorre sostare un attimo.

Bisogna passare in rassegna le tesi normativiste sull’oggettività dell’ordine giuridico, per evidenziarne alcune interessanti incongruenze e di seguito tratteggiare quelle della filosofia analitica, degli storicismi idealisti e marxisti.

Ma anche evidenziare alcune evoluzioni della teoria istituzionalistica, di cui infatti negli ultimi anni è stata tentata una ripresa e revisione sotto l’eloquente denominazione di neo-istituzionalismo.[19]

Concluderò con alcune note sulla crisi dell’idea di “oggettività semantica e sistematica del diritto” e “descrizione e deducibilità analitica” del significato delle norme.

Intenderò, in altri termini, evidenziare come le alternative via via passate in rassegna facciano emergere alcuni problemi inerenti la realtà del diritto che, comparati alla problematicità dei fatti bruti (brute facts), cioè alla crisi paradigmatica per il nostro tempo dell’oggettività dei fatti naturali, dilatano un’aporia comune alle due culture (la scienza e gli umanesimi) intorno al concetto di realtà.

In particolare il problema comune è:  che cosa è l’indeterminazione giuridica? L’incertezza può avere uno statuto logico? Le verità di fatto possono essere sostituite da verità deboli, sfumate? L’etica e la scienza possono convivere sotto il tetto bucato di una scienza sociale incerta come il diritto?

4

Un approccio tipicamente oggettivistico alla realtà della legge è quello normativistico.

Il tratto caratteristico di una teoria normativistica è essenzialmente quello per cui essa si determina a considerare il diritto, e in particolare la legge, come un insieme di norme o regole di condotta, esterne, eteronome, coercitive, pertinenti (secondo una terminologia sociologica) alla c.d. socializzazione secondaria. I precedenti aggettivi consentono di sostenere che l’elemento contraddistinguente le norme giuridiche sarebbe la loro funzione di direzione delle azioni esterne e sociali dell’uomo. Lo stesso processo educativo dei giovani (c.d. socializzazione secondaria) si baserebbe, in larga misura, sulla trasmissione di regola di condotta esterne, cui essi devono imparare ad obbedire.[20]

Non tutto il comportamento sociale, naturalmente, è diretto da norme “giuridiche” (essendo presenti anche regole morali, di etichetta, di costume, di convenienza, autodeterminate dall’individuo, ecc.), ma nel complesso la storia umana potrebbe essere vista, sotto l’angolatura del diritto, come una successione di ordinamenti giuridici, la cui natura è quella di essere un complesso coerente di norme, la cui funzione essenziale è (diversamente da altri tipi di regole) quella di regolare l’uso della forza (sotto forma di minaccia di una sanzione fisica o sui beni o sulla libertà di espressione) per lo scopo generale di contenere entro limiti determinati quelle azioni umane che pongono a repentaglio, in modi violenti o minacciosi, la convivenza e la sicurezza delle relazioni umane.[21]

In generale la norma sarebbe uno strumento concettuale, con cui, in quasi tutti i casi, si esprime una relazione, logica o razionale, tra fini di comportamento sociale e mezzi adeguati per realizzare i predetti fini; in particolare, nel caso delle norme giuridiche, il modo in cui va intesa tale relazione è quello per cui, se si vuole evitare l’uso della forza da parte degli organi statali preposti a tale funzione, occorre tenere o consentire il comportamento “proibito, comandato, permesso” dalle norme medesime. Talune altre norme (spesso intese come frammenti di norme) presenteranno anche tale relazione nella forma per cui, se si intende realizzare un certo scopo sociale ammesso dall’ordinamento giuridico, occorrerà tenere il dato comportamento prescritto, ma questa forma logica apparentemente diversa, in realtà parziale ed ellittica, non dovrebbe infirmare lo schema generale di norma giuridica proposto.[22]

Non mi soffermerò sulle idee, di matrice neo-kantiana, di Hans Kelsen sulla costruzione a gradi del sistema normativo o sullo strano senso dei giuristi per la categoria a priori del nesso di imputazione e  validazione delle norme. Questa concezione è già luogo comune per i filosofi del diritto (ed è facilmente accessibile, senza necessità di molte mediazioni, p.e., in H. KELSEN, Lineamenti di dottrina pura del diritto, trad. it. di P. Rossi, Einaudi, 1982 oppure, dello stesso autore, in Teoria generale del diritto e dello Stato, trad. it. Cotta, Treves, Milano, 1978). Al contrario, mi soffermerò sulle debolezze della costruzione concettuale, il cui ingenuo realismo, nella misura in cui diffonde un modello di oggettività della legge, alimenta una ridda di attese verso le potenzialità del diritto nella risoluzione delle controversie, che ne falsa sia l’immagine reale che la sua più verosimile funzione.

Si parta dalle seguenti considerazioni. Si può ammettere che le norme possano essere un modello standardizzato degli atti e i fatti giuridici, vale a dire una “tipizzazione” di questi. Ebbene, senza entrare per ora nel dettaglio dello statuto reale di tale tipizzazione, vi è una larga esperienza di casi giurisprudenziali, vale a dire di concrete decisioni dei giudici di Common Law, secondo quanto ci riferisce l’opera di R. Dworkin[23], nei quali, – per usare i termini dei teorici neoistituzionalisti Maccormick e Weimberger[24], – la validità di un “campione istituzionale” (p.e. un singolo e concreto contratto, qui e ora) non dipende dalla semplice coerenza al “tipo istituzionale” (l’insieme delle norme che descrivono l’istituto giuridico del dato contratto).[25]

Detto altrimenti, le corti asseriscono la validità, p.e., di singoli contratti, anche se formalmente non rispettano neanche i più essenziali requisiti di validità ed esistenza, predeterminati dalle norme, o, all’inverso, affermano l’invalidità degli stessi anche se rispettano pienamente le richieste pre-condizioni. La prima conseguenza di questo comportamento, tutt’altro che paradossale, è che esso suona come una critica radicale ad una delle tesi di base del normativismo, come espressa da N. Maccormick nei seguenti termini: ogni concreto atto o rapporto o stato di cose rilevante per il diritto è perfettamente regolato da una o più norme “che risolvono con precisione ogni questione”.[26]

Il punto è che questa tesi “formalistica” del diritto condurrebbe ad alcune conseguenza irrealistiche, vale a dire, nell’ordine:

  • Dovrebbero esistere, almeno virtualmente (assunto della copiosità delle norme), tante norme quante (in numero infinito) sono le ipotesi di verificazione o le varianti di una data fattispecie (ma è naturale pensare che in giuristi in realtà utilizzino solo alcune poche norme ordinate in concetti istituzionali basilari: come contratto, trust, matrimonio, società, trasferimento di proprietà, ecc.);
  • Anche se esistessero, in concreto, dei sistemi di norme anche molto complessi, numerosi per componenti e con mezzi di adeguamento[27] capaci di colmare le possibili lacune normative, – tuttavia, vi sarebbe sempre uno o più casi (questioni di coscienza, di rapporti familiari, di rapporti commerciali sleali, di legali intrusioni nella sfera privata) non espressamente regolati di cui si potrebbe e dovrebbe escludere sia l’esistenza che la “rilevanza giuridica” e la capacità di produrre conseguenze giuridiche, anche quando ovvie considerazioni di equità farebbero supporre il contrario (assunto della delimitazione o chiusura del sistema delle norme).

Ma vi è una notevole esperienza di casi, specie nella giurisdizione di equity nei paesi di Common Law, in cui i giudici adottano una tale quantità di espedienti a-posteriori per validare atti e fatti, che non rispondono alla legge, o invalidarli quando vi corrispondono, – che si può, abbondantemente,  falsificare sia l’assunto 1), della copiosità delle norme, in quanto vi è un costante appello, da parte di tali giudici, anziché a norme precise ad un limitato numero di principi generali da cui si deduce la decisione ad hoc concreta, sia dell’assunto 2), relativo all’esistenza di una precisa chiusura dell’ordine normativo, in quanto le motivazioni delle decisioni attingono a piene mani a materiale non strettamente giuridico, a considerazioni di etica, buon senso, buon costume, correttezza, ecc.[28]

Ciò detto, i principi generali sono esemplificati da “caveat emptor”, “nemo plus juris trasferre potest quam ipse haberet”, “neminem laedere”, ecc. Si tratta con tutta evidenza di principi di buon senso, correttezza, ecc. il cui statuto è anche quello di regole generali, non necessariamente coincidenti con i c.d. principi generali dell’ordinamento giuridico. Essi consentono molteplici deduzioni e sono, perciò, premesse sufficientemente generiche e vaghe da poter supportare, anche combinatoriamente, argomentazioni molto flessibili da adattare al caso concreto e all’uditorio. Non sarà più necessario disporre di una congerie indefinita di norme per risolvere i casi concreti, sarà sufficiente considerare le norme positive come indicazione di standard o requisiti minimi, in forza dei quali  giudicare legittimi atti o fatti, ma dinanzi ad una loro insufficienza o eccessivo rigore, il “sistema” potrà essere completato dalle argomentazioni flessibili condotte a partire dai “principi”.[29]

Accedendo alla definizione neoistituzionalistica di Maccormick, i principi esprimono scopi sociali di quei complessi di norme che sono le istituzioni e sono espressione di valori sociali stabili o in lento cambiamento[30].

Anzi, i principi sono la ragione pratica delle istituzioni, rispetto alla quale le norme sono meri strumenti, la cui importanza pratica e teorica diminuisce a grado a grado che il comportamento reale, anche dei giudici di Civil Law, annette una maggiore importanza alle finalità pratiche e alle interpretazioni delle norme più che alle norme stesse, le quali sono flessibili al cospetto di argomentazioni di principio, vale a dire tutte quelle che ingigantiscono vieppiù i repertori di giurisprudenza, tendendo a soppiantare il dato positivo. Sicchè le norme appaiono meri strumenti di orientamento, flessibili e cangianti, del comportamento umano verso gli scopi istituzionali. Il che va a maggior conforto dell’importanza della sociologia giuridica come teoria dei valori sociali, dei principi e degli scopi istituzionali delle società.[31]

I principi possono essere intesi come ponti concettuali tra le norme ed i valori sociali, collocandosi in una posizione logicamente superiore rispetto ai complessi normativi, di cui esprimono lo scopo istituzionale, e di cui costituiscono un fattore di razionalizzazione secondo scopi desiderabili in un certo momento storico.[32]

Proprio l’ultima osservazione costituisce una seria critica al normativismo: i principi immettono il problema della storicità e della società nello studio dottrinale del diritto, ma includono anche tutto il campo della sociologia del diritto e della scienza sociale. Secondo Dworkin perché un principio possa dirsi valido in un dato ordinamento giuridico deve soddisfare due requisiti: a) il principio deve avere una formulazione normativa, b) il principio deve essere effettivo in quanto coerente con valori sociali extra-istituzionali. Ma se ciò accade, l’intera teoria generale del diritto deve evolvere in senso sociologico. La scienza giuridica non dovrà occuparsi solo di norme, il loro ruolo nel diritto in senso lato è importante ma relativo. E’ necessaria anche una sociologia dei valori dei giuristi, siano essi avvocati, giudici, accademici, filosofi della politica, filosofi del diritto.[33]

Un’altra osservazione critica al normativismo può essere mossa dall’angolatura filosofica dell’analisi del linguaggio. Vorrei, qui riassumere, a questo scopo, alcune forti critiche al normativismo che provengono dai due correlati temi della “scoperta” delle regole c.d. costitutive e del linguaggio c.d. performativo o illocutivo.

Per prima cosa, può essere anticipato che sia le prime che il secondo demoliscono il luogo comune per cui la validità delle norme dipende dal collegamento funzionale con norme penali, regolanti l’uso della forza per far rispettare i sistemi normativi, mentre la necessità della sanzione era un capisaldo del normativismo, utile anche per identificare la “giuridicità” positiva delle norme.

 Sotto altro profilo, come sarà mostrato più giù,  le regole costitutive ed il liguaggio performativo evocano l’esigenza logica di una pluralità di significati e di giochi linguistici con e per mezzo delle norme, che demolisce la pretesa univocità semantica delle norme (altra tesi normativista), cui non compete solo di prescrivere o comandare, bensì tutta una serie di usi, che rende estremamente accettabile la tesi della polivalenza delle norme e della conseguente vaghezza linguistica delle stesse.

Le regole costitutive, fanno la loro prima comparsa nella teoria di Hart sulle norme secondarie, c.d. “ascrittive” di poteri. Si tratterebbe di quelle norme attraverso cui le concrete autorità sono investite di un potere definito,  sennochè sono le stesse autorità concrete a porre tali norme, sicchè, in modo logicamente circolare, accade che le norme ascrittive divengano un “potere” obiettivo ed autocostituito, se sono in grado di limitare il potere che le ha poste; sono, altrimenti detto, regole “costitutive” dell’autorità.[34]

Esse si ritrovano in svariati settori delle prassi linguistiche dell’ordinamento giuridico: norme di elezione dei governanti, norme costituzionali, norme che permettono l’autonomia privata, ecc. ma, soprattutto, appartiene al genere l’insieme delle c.d. norme di riconoscimento, le quali rivestono capitale importanza per Hart, in quanto identificano le valide norme di un ordinamento giuridico, “ascrivendo” loro l’autorità di essere fonti di regolari obbligazioni di legge.[35]

Per il resto, carattere peculiare delle norme “ascrittivo-costitutive” di Hart è che la loro efficacia non dipenda minimamente dalla punizione, essendo la loro violazione equiparabile ad una “uscita dal gioco”, il mancato esercizio di un potere legittimo, il mancato esercizio di azioni permesse, che potrebbero produrre un vantaggio al suo titolare.[36]

Altro luogo filosofico di comparsa della categoria analitica delle regole costitutive, ma estesa e generalizzata a casi non giuridici, è il pensiero di John Searle. Egli propose la teoria, largamente influenzata dalle “Ricerche Filosofiche” di Wittgenstein, per cui p.e. un singolo e concreto contratto, qui e ora, è un “campione istituzionale”, o un token, di un “tipo istituzionale” o “istituzione” (che è l’insieme delle norme che regolano l’istituto giuridico del dato contratto).[37]

 Ebbene, nè il tipo nè il token sono fatti naturali, bensì sono, o sarebbero, fatti istituzionali. Tali sarebbero sia i campioni istituzionali sia le regole che li disciplinano. Ciò sarebbe giustificato dalle seguenti osservazioni. Nè gli uni nè gli altri possono essere considerati mere descrizioni di fatti naturali, nè fatti naturali, in quanto non vi sarebbe nessun “dato sensoriale” che possa essere associato riduttivamente e ad esclusione di ogni altro elemento, alle proposizioni, p.e., e anche più generalmente, estetiche, etiche, mistiche, giuridiche su p.e. opere d’arte, misfatti, promesse, matrimoni, credenze religiose, ecc.[38] D’altro lato, non può neanche dirsi che quelle proposizioni del linguaggio esprimano, soltanto,  stati d’animo o affermino stati psicologici, in quanto un’opera d’arte, un matrimonio, una vittoria sportiva, un contratto, un crimine sono fatti ed eventi dotati di un supporto fattuale accertabile empiricamente, e di una organizzazione piuttosto sofisticata – quindi campioni ed istituzioni non sono, soltanto, meri fatti privati o intimi.[39] Nè, infine però, quel complesso di movimenti fisici e  stati di cose complessi che compongono i predetti fatti esauriscono il campo semantico delle proposizioni giuridiche, estetiche, etiche, ecc. Vi è sempre un residuo che sfugge all’analisi.[40]

Ciò che Searle sostiene, per spiegare la nuova categoria dei fatti istituzionali, i quali includono le norme giuridiche e gli atti giuridici e non sarebbero nè solo fatti naturali (brute facts) nè solo fatti privati (expressive facts), è la presenza di un particolare gioco linguistico, quello delle regole costitutive, e di un particolare linguaggio, quello “illocutivo”, il linguaggio che non dice nulla su un qualcosa, ma “costituisce” quel qualcosa.[41]

Questo gioco e quel linguaggio spiegherebbero il residuo dei fatti istituzionali, non analizzato dai giochi dei “fatti naturali” e dei “fatti privati”: quel di più di matrimoni, promesse giuridiche ed opere d’arte è la realtà del valore di queste cose, costituito, costruito, creato,  all’interno di una forma di vita dei parlanti, dalle-regole-del-gioco. Esse creano o costituiscono, in modo tautologico, il valore istituzionale, convenzionale, nel dato contesto, che soddisfa ad uno scopo nè empirico nè espressivo, bensì “tradizionale”. Il valore di un opera d’arte o di una promessa sarebbe, in data misura, sia estraneo ai sentimenti che alla natura fisica, ma dipenderebbe quasi esclusivamente dalle regole che correlano una congerie di fatti empirici ad un valore organizzativo, sintetico  e “illocutivo” come:  “questo è bello”, “questo è giusto”, “questa promessa è impegnativa”, “questo matrimonio è riuscito”, “questo contratto è valido”, ecc.[42]

Questo valore è quel di più che sfuggiva all’analisi, tra l’altro dei fenomeni giuridici, e Searle lo designa come “effetto illocutivo” della comprensione, da parte dei parlanti, del gioco linguistico di una data istituzione (il tipo istituzionale di cui sopra). Quando le regole del gioco (e in particolare del dato tipo istituzionale) sono condivise da un gruppo sociale, esse producono eventi o fatti istituzionali la cui realtà dipende ad un tempo dal gruppo, dalla partecipazione al gioco e dalle regole, quasi come vigesse un contratto sociale ed una società artificiale che conviene tautologicamente e sinteticamente nuovi significati nè appartenenti puramente alla sfera dei sentimenti nè a quella dei fatti naturali. [43]

Ne è immediata conseguenza che le regole costitutive di tale comunità non possono essere violate, pena l’uscita dalla comunità, pena la mancata comprensione del senso istituzionale di fatti come un contratto, un’opera d’arte, un delitto, un matrimonio. Tale senso è logicamente tautologico, in  quanto dipende da regole costitutive, le quali non hanno incidenza né su fatti naturali né su fatti privati, bensì sulla forma di vita dei parlanti che è il gioco linguistico.[44]

Il che suona come una contestazione della tesi riduzionistica del normativismo per cui il diritto è semplice regolamentazione dell’uso della forza e controllo sociale sorretto totalmente nella sua stessa efficacia dalla minaccia di sanzioni penali.

Non solo, se le prassi linguistiche del diritto non possono ovviamente neanche esistere senza norme ascrittive di poteri, norme di riconoscimento di norme valide e, in senso lato , di regole costitutive di giochi linguistici, essenziali per la formazione di comunità linguistiche, pena l’incomprensione (si pensi ad uno Stato in cui nessuno sappia che cosa è lo Stato o gli organi dello Stato o quali sono le norme dello Stato, e così via)– allora la funzione delle norme non “può” essere ridotta al “prescrivere”, ma deve supporre una pluralità di funzioni semantiche, tutte quelle funzioni che dipendono, tra gli altri, dai giochi linguistici delle regole costitutive.

Posto, poi, che sembra francamente riduttivo ipotizzare che solo i giochi “costitutivi” esauriscano la spiegazione delle funzioni semantiche delle norme, è facile, per converso, immaginare che i giochi e le funzioni semantiche, cooperanti all’interno di una supposta unità di famiglia (quella dei giochi linguistici del diritto), per l’esistenza e la comprensione del linguaggio dei giuristi, – devono essere molteplici.

Perciò ne traggo, legittimamente, un argomento a favore della tesi della polivalenza delle norme (rectius delle funzioni semantiche che possono addebitarsi alle proposizioni di senso delle norme) e della conseguente vaghezza linguistica delle stesse. Mi spiego: se una data norma suppone un largo ventaglio di accordi linguistici per essere compresa, allora possiede anche la latenza di un pluralità di significati. Visto, d’altro lato,  che tali significati sono latenti, in quanto richiederebbero approfonditi studi e sforzi di rappresentazione cosciente dei giochi linguistici implicati, – allora le norme hanno tutta un’area di indeterminazione semantica addebitabile ai giochi non studiati, ma inconsciamente operanti, che può definirsi come vaghezza semantica, linguistica indeterminazione.

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Gli apporti, fin qui accumulati, dai presenti discorsi sui principi giuridici di Dworkin e sulle regole costitutive, possono dar luogo alle seguenti conclusioni.

La minima conclusione provvisoria, che si trae da questa sintetica espressione di argomentazioni contro il normativismo, è che il diritto positivo, se consta di norme, non può irrigidirsi in un sistema formale, intangibile di regolamentazione legale della vita sociale costituente valore in sè, ma deve piegarsi ed è, anche praticamente, piegato dalle istanze sociali che si esprimono nei principi del diritto o tramite essi (inopportunità di una teoria formalistica e oggettivistica del diritto).

Questo fatto supporta validamente l’idea che l’interazione tra soggetti e legge sia un processo reale che cambia continuamente i valori della legge. E se, come posto con le conclusioni del primo e precedente capitolo, il valore è una interazione processuale tra soggetto oggetto, che si pone come argomentazione ed uso delle cose da parte di esseri umani, – allora quel genere di processo reale, che è l’interazione tra soggetti e legge,  sarà un processo di argomentazione che, “teorizzando”, nel nostro caso, sul ricambio, la modifica e l’evoluzione dei significati che le norme “incorporano”, si manifesta, nel contempo, come ulteriore interazione produttiva di valore. Infatti, argomentando sulla legge, i soggetti producono ulteriori usi e argomentazioni della legge, che costituiscono, per l’accezione accolta nel primo capitolo, nuovo valore.

Posto poi, che le regole costitutive illustrano la molteplicità creativa degli usi del linguaggio delle norme, deve concludersi che ciò di cui esiste un molteplice uso, suppone una molteplicità di significati, che mostra e manifesta la polivalenza delle norme e l’inesauribilità della comprensione delle norme stesse. Ciò è un altro argomento in favore della vaghezza delle norme e della complessità del loro senso, che conforta un altro assunto da fondare, tra quelli elencati al principio di questo capitolo,  quello per cui i caratteri di quella attività ragionevole di argomentazione, che è campo di studio per il diritto,  saranno i caratteri di una relazione complessa, quasi indeterminata e vaga, la cui indagine non è oggetto di una intuizione o deduzione analitica (critica dell’intuibilità e deducibilità analitica del significato delle norme).

5

Dopo aver discusso delle critiche che raggiungono il normativismo (attraverso la scoperta del ruolo dei principi, delle regole costitutive e dei performativi), è da notare, riassuntivamente, che emerge, da un lato, con le osservazioni sui principi, l’importanza della storia nella “sottodeterminazione”  dei complessi normativi, mentre, d’altro lato, mediante le osservazioni sulle regole costitutive, viene in primo piano l’irrefutabilità della complessa rete dei linguaggi che consentono l’esistenza e la comprensione delle norme.

La sottodeterminazione storica, ora, fa intravedere nella legge un “argomento” che deve trovare delle giustificazioni “argomentative” ulteriori nei luoghi comuni della tradizione o nella “storia” dei principi. Perciò, nel parlare di storia mi sembra subito opportuno soffermarmi sulla questione del metodo di quel particolare sforzo disciplinare, che riguarda la sottodeterminazione delle leggi storiche di una società, che va sotto il nome di storicismo, termine del quale si avvale spesso Popper.[45]

I performativi e le regole costitutive, invece, evocando una rete di collegamenti tra i diversi giochi linguistici, fanno risaltare l’inclusione di, o l’allusione a, una molteplicità di significati nel gioco linguistico del “prescrivere” e, visto che questi significati inclusi sono molteplici come molteplici sono i giochi linguistici, cui le singole norme rimandano, ciò significa che le norme sono polivalenti. Detto altrimenti, dato che quella molteplicità o complessità di inclusioni di senso non può essere pienamente compresa (nell’atto stesso dell’esecuzione linguistica, pur essendo presente e necessaria), allora il significato delle norme è sempre vago, mai discreto.[46]

Ma venendo al punto, della vaghezza delle norme e del loro conseguente bisogno di interpretazione e di persuasione all’interpretazione, di ciò si parlerà, più approfonditamente, non nel presente sottopar. 5., bensì nel Capitolo IV, in correlazione con il  tema del recupero della retorica e della dialettica del diritto. Per ora, valgano, e si considerino non più che introduttive, le considerazioni fin qui effettuate.

In questo paragrafo, al contrario, mi soffermerò, brevemente, sul metodo degli “storicismi delle scienze sociali”, allo scopo precipuo di verificare se sia possibile una scienza storica dei principi del diritto, intesi come regole deontologiche della storia sociale.

L’analisi non sarà filologica o dossografica o storiografica, bensì metodologica, vale a dire, sarà compiuta allo scopo di fare il punto sulla validità degli approcci metodologici delle “storie” alla tradizione dei “principi” del diritto. Per questo motivo, sottoporrò al vaglio degli strumenti concettuali dell’epistemologica popperiana, in tema di scienze sociali, il problema della possibilità di un sapere sui “principi” del diritto, intesi come espressione di tendenze generali di una società considerata come un tutto.[47]

Primariamente, secondo K. Popper, le scienze sociali, incluso il diritto, la sociologia giuridica e la storiografia non hanno un metodo affidabile e diversamente dalle scienze naturali hanno sempre mancato di un Galileo Galilei, di un teorico del metodo, capace di far compiere ad esse un balzo in avanti, un progresso, paragonabile a quello delle scienze naturali.[48]

Ma l’aspetto  interessante del suo discorso, come si vedrà,  è, – in modo del tutto prevedibile (data la matrice empirista del suo pensiero), – la negazione degli approcci “olistici” o organistici all’interpretazione dell’esperienza sociale, interpretazione che costituiva l’ossatura della critica istituzionalista e neoistituzionalista al formalismo normativistico, nella misura in cui riproponeva generali tendenze sociali, espresse dai principi.

Le scienze sociali hanno già applicato alcuni metodi scientifico-naturali nel passato. Popper ha coniato l’aggettivo “proto-naturalistiche” per diversificare queste (p.e. economia e psicologia quantitativa), da quelle che hanno rifiutato, fedeli agli approcci umanistici al campo di indagine, tali metodologie, e note come “anti-naturalistiche”.[49]

Tutte le divergenze tra il metodo protonaturalistico e quello antinaturalistico si basano sul diverso ruolo della prova, dell’osservazione e della previsione relative alle teorie storiche.  Per i primi esse riguardano fatti singolari, per i secondi complessi di tali fatti.[50]

Ma, purtroppo, le regolarità olistiche, che le leggi storiche degli antinaturalisti e dei protonaturalisti formulano, sono, in entrambi i casi, vaghe tendenze da cui pochissimo è possibile prevedere, sia perchè non hanno conseguenze particolari da sottoporre a falsificazione, sia perchè sono, di fondo, interpretazioni “empatiche” del mondo storico.[51]

Giunti a questo punto, è emerso il problema che intendevo sollevare. E può essere presentato nella forma seguente.

Se le critiche al metodo delle scienze sociali sono anche parzialmente valide, la stessa critica al normativismo per mezzo dei principi si indebolisce.

E’ inutile invocare la sottodeterminazione storica, tramite i principi, dei sistemi normativi, se poi non si costituisce un valido sapere sull’evoluzione (storico-sociale) dei principi, sia attraverso i metodi proto-naturalistici che quelli anti-naturalistici.

Come risolvere, allora, la questione?

Una delle soluzioni proposte al problema della “scientificità” delle scienze sociali è stata avanzata proprio da Popper. Mi riferisco al suo suggerimento intorno al metodo della c.d. “meccanica sociale a corto raggio”.[52]

Esso merita attenzione, in virtù del fatto che rivendica il superamento della mentalità olistica degli storicismi e in quanto promette un valido uso del metodo scientifico della prova empirica, della spiegazione causale e della descrizione e previsione discreta di fenomeni sociali. Nel contempo pone proprio quella forte obiezione all’olismo, che sorreggeva le critiche istituzionaliste al formalismo normativista, il che rende ancora più interessante il suo esame, perchè se Popper ha ragione e l’olismo è un errore, allora il normativismo è esatto, non solo, il diritto oggettivo esiste e la prassi dei principi è scorretta, il senso del giusto che fa correggere il tiro dei giudici un’illusione e l’argomentazione a favore della Giustizia deve arrestarsi davanti alla Lettera della Legge (gli stessi conflitti sociali sono illusori e i giuristi si sbagliano nel dare man forte alle proliferanti escrescenze della giurisprudenza pratica e processuale).[53]

Ma il normativismo non può essere esatto, perchè la teoria dei principi rende perfettamente conto dell’esperienza della costante rivolta dello Spirito della legge alla Lettera della Legge, quindi deve esistere un qualche “olismo” che si sottragga alle critiche popperiane. Mi sembra quindi mio compito andarne alla ricerca. Quindi esaminerò la Meccanica a Corto Raggio di Popper, per verificare se effettivamente sopprime la necessità logica di qualsiasi olismo.

Un esempio del modus procedendi della “meccanica a  corto raggio” può essere dato come segue.

La “meccanica sociale a corto raggio”, infatti, accede al metodo di famiglia delle scienze naturali, perciò si occupa:

1) di problemi determinati (“può accadere che il dato principio giuridico cominci ad essere disapplicato tra dieci anni oppure venti o trenta, ecc.?”),

2) formulando teorie ipotetiche di tipo causale su eventi determinati (il dato principio “x” sarà disapplicato a causa della sua incompatibilità con la nuova legislazione in materia “y”!) e

3) procedendo ad una falsificazione delle previsioni (un controllo confutatorio del tipo: si prevede che non sia possibile che il principio “x” sia ancora applicato dopo l’entrata in vigore della legislazione in materia “y”. Ebbene: se qualsiasi alternativa “z” a tale eventualità [“y implica non-x”] si verifica, ciò falsifica la teoria e la previsione!).

Dati questi esempi, ne deriva, per Popper, una sociologia, che evita sia la pretesa oscurantistica degli storicismi (protonaturalisti e antinaturalisti) di conoscere l’intero della società o dei suoi eventi singolari, sia  la violenza dogmatica della pianificazione centralizzata della meccanica sociale olistica.[54]

Questa immagine delle scienze sociali, a parte il suo evidente riduzionismo di tutti i campi di indagine della società e della storia alla sociologia, è chiaramente spiegata dall’ideologia democratica e liberale di Popper. Ideali da condividere, non c’è dubbio, ma il rifiuto della logica e dell’epistemologia del “tutto” sociale, dell’olismo, dell’organicismo è troppo repentino. Vi è una troppo recisa condanna dell’olismo, che mi pare debolmente giustificata dal fatto che i predetti “storicismi” non selezionano fenomeni discreti ma si inducono a descrivere tendenze generiche, vaghe, prive di risvolti previsionali.[55]

La critica popperiana è debole, perchè vi sono molte scienze naturali (geologia, etologia, paleontologia, ecc.) che non hanno mai perso il loro statuto di scienze, pur dando luogo a descrizioni di tendenze vaghe e generiche di fenomeni, dall’alto valore esplicativo, nonostante il ridotto apporto tecnologico e previsionale.[56]

Inoltre, precisando le posizioni popperiane su questo punto, emergono alcune falle ed eccessive semplificazioni. L’autore sostiene che l’olismo storicista ha, tra le sue pretese, la convizione che uno stato possa controllare e/o conoscere tutti i rapporti sociali, sino al limite della completa “statalizzazione” della società. Ma è ovvio che una tale pretesa sia logicamente impossibile! Se Popper sostiene che ogni controllo di un certo rapporto sociale (p.e. i controlli di un assistente sociale sul rapporto familiare tra una madre ed un figlio) costituisce un nuovo rapporto (quello tra assistente sociale e madre e figlio), che deve a sua volta essere controllato e/o conosciuto (quis custodiet ipsos custodies?), – sottoscrivo tale critica, in quanto mostra attraverso un regressus ad infinitum l’incompletabilità del controllo olistico (che è banalmente e ovviamente fallibile e oscurantistico).[57]

Ma la considero superflua. E’ ovviamente impossibile concepire, studiare e manipolare tecnologicamente l’intero organismo sociale, vale a dire tutti gli eventi sociali e storici di un’epoca. Nessuno storico o nessun pensatore marxista ha mai preteso di intuire o di concettualizzare la Storia dell’Umanità come un vasto fiume, fatto di molte correnti, tutte scorrenti nel senso della Legge di Sviluppo trovata. E’ ovvio che una tale storia non può essere scritta. Anche la storia dei marxisti è stata storia di un ristrettissimo aspetto dello sviluppo totale di una società (p.e. la lotta delle classi). E sarà facile supporre che lo stesso Marx considerasse la storia delle lotte di classe incompleta persino nel particolare aspetto scelto. Se queste storie sono una meccanica olistica, nel senso individuato da Popper, questa meccanica è un riduzionismo ad hoc e un esempio fallito.[58]

Poco vale che, d’altro lato, Popper assegni alla meccanica a corto raggio il potere di occuparsi di aspetti selezionati della storia sociale. Come può essere sicuro che tali aspetti non siano olistici, organici allo studioso (per empatia, embricamento o semplice condizionamento etnocentrico)?

Egli consente addirittura che questa studi realtà globali come le personalità storiche (i condottieri, gli eroi, gli statisti, i capi di stato, ecc.), i movimenti globali o gli eventi globali concreti, cioè istituzioni, posizioni chiave di potere e di cultura, che poi ridefinisce come “tutti gestalitici”, cioè “organizzazioni” centrali, di maggior rilievo, maggiormente rappresentative, ecc. Infatti, la “Gestalt” è un aspetto parziale. Ma cosa garantisce che la “Gestalt” sia sempre un aspetto parziale, e non una realtà complessamente e olisticamente organica allo studioso?[59]

Peraltro, gli storiografi o gli scienziati sociali, per quanto “antinaturalisti” o “protonaturalisti”, si sono occupati da sempre dei c.d. “tutti gestaltici”, senza dubitare che fossero aspetti parziali della storia. I “tutti gestaltici” o le organizzazioni o le istituzioni più eminenti sono state già dal principio note agli storici. La critica popperiana è riduzionista e banale anche sotto questo profilo.[60]

Tanto più banale in quanto disconosce il fatto che, – come impercettibilmente è emerso dalle ultime righe, – sia le “Gestalt”, che i fatti singolari, che l’intera Storia dell’Umanità potrebbero condividere sia uno statuto logico “olistico” che uno “discreto”, parziale, selettivo. Potrebbero essere sia fatti oggettivi che realtà organiche con l’osservatore. Perciò occorre ripensare la “logica” dei “tutti”, degli “oloi” (per usare un termine greco), che tenga conto dei due statuti logici opposti ma conviventi, e che salvi la metodologia delle “vecchie” storie sui “principi” del diritto dalla condanna popperiana all’insignificanza.

Mi pare, intanto, che il nostro autore, per esser sintetici, ponga in rilievo almeno due “tutti”: 1) un “olos organicista” (che assorbe tutti i dati fatto, i pensieri, le azioni sociali ed ogni onnicomprensivo sistema di vita di ogni uomo passato sulla terra da Adamo ad oggi, inclusa la sua storia personale e quanto altro esaurisce l’umanità), di cui nessuno storico può occuparsi e 2) un “olos gestaltico” (che è un particolare aspetto del vasto fiume che è il precedente olos, le organizzazioni), di cui le scienze sociali possono scrivere leggi, far previsioni e condurre prove.

Ebbene, non è detto che del primo non possa occuparsi lo storico. Popper sostiene che ciò va escluso, perchè le “vaghe tendenze” della Storia Universale non producono conseguenze falsificabili. Ma questo ragionamento, basato sull’incondizionata validità del fallibilismo popperiano, è falso, perchè contiene una “inaggirabilità pragmatica” (nel senso che eludere questa inaggirabilità espone alle contraddizioni pragmatiche esemplificate da Apel). Il fallibilismo, infatti, deve essere fallibile. E’ ineludibile, perciò, che debba essere attenuato sino al punto di consentire che le predette “vaghe tendenze” possano produrre inferenze confermabili, verosimili e omologhe al tutto che descrivono.

Non solo, se le “vaghe tendenze” sono semplici aspetti parziali, vi è anche una via logica per considerarle “simili” o “analoghe” al tutto che descrivono. Si può qui ripetere un teorema logico già usato nel precedente capitolo, noto come “l’intero nella parte” (altresì connotato come teorema della sottoinsiemità sfumata o fuzzy), – per cui mezzo è possibile asserire che la parte (nel nostro caso le “vaghe tendenze”) può contenere l’intero e avere la struttura logica del tutto in modo parziale. Ne segue che il tutto ha anche la struttura logica della parte, giacchè contiene la parte e ne è contenuto.[61]

D’altro lato, non si può escludere che gli “oloi” gestaltici (le organizzazioni o le istituzioni umane) non siano dei tutti organicisti. Si può usare lo stratagemma di Quine per evidenziare questa loro caratteristica. Ci si chieda che cosa è la selettività delle selezioni degli aspetti (selezionati) che le gestalt rappresentano (il che è “quinare” le selezioni). Ebbene, occorrerà, sostenere che sono necessari tutti i giochi linguistici che “ci” spiegano che cosa è una selezione, una descrizione, un aspetto, una conseguenza verificabile o falsificabile, cosa è una previsione, una legge scientifica, ecc. E se tali giochi sono necessari, apparirà, in men che non si dica, che i tutti gestaltici sono produzioni dello studioso, organiche ai giochi linguistici che egli produce per “selezionarli”. Che sono dei tutti organicisti e che sono verosimili come quelli.

Questo è quanto basta per sostenere che la storiografia e le scienze sociali che si occupano dei principi del diritto sono valide, perchè l’olismo è valido, verosimile, omologo alla struttura del reale, a dispetto di Popper. Non solo, ne segue che il normativismo è inesatto e che la minima conclusione provvisoria, che si trae da questo quadro impressionistico sugli storicismi è che il diritto positivo perda di isolata “oggettività”, se possono immaginarsi le sue interrelazioni con una totalità organica  come i principi di una società (criticabilità per mezzo dell’olismo storicista dell’oggettività della legge). Con che vi è qualche argomento a favore dell’idea che  il diritto sia una attività ragionevole di argomentazione su tali dati, intesi come aventi natura di “argomenti” condotta da una comunità di uomini.

Non solo, – come promesso al principio del capitolo, – su questo vago processo reale di argomentazione (soggetti-legge), sarà possibile fondare argomenti razionali c.d. sulla struttura del reale, perchè le teorie sui valori saranno reali processi di interazione, non solo logico-linguistica, bensì anche pragmatica (vale a dire per le necessità della vita e dell’azione, espresse dai principi).

Inoltre, la natura dell’interazione di valore tra soggetti e legge sarà tale che: a) il soggetto dia valore agli argomenti della legge (scritta o meno), adoperandoli ed impiegando tutti i propri giochi di lingua, interagendo con essi per adattarsi ad essi ed adattarli secondo gli scopi storici dei principi; b) gli argomenti di legge (possiamo chiamarli per semplicità “norme giuridiche”) interagiscano attivamente con i soggetti, li condizionino e li leghino a sè stessi in una interazione di valore, perchè tutti i processi reali di argomentazione, che essi costituiscono, suscitano costante significato sotto forma di limite agli scopi istituzionali espressi dai principi.

LA CRISI DELLA LEGGE

1

Per quanto detto, se esiste un’evoluzione storica dei sistemi normativi, – allora il divenire giurisprudenziale, che pone a repentaglio il primato della legge, e che appare guidato dall’obbedienza delle corti ai “principi storici” del diritto, deve  ricevere una catalogazione concettuale.

Supponiamo di poter definire questo attacco al primato delle norme e della legge, sostenuto dal citato normativismo, con la cifra della “crisi della legge”.

Ebbene, ricaviamo da tale cifra alcune conseguenze di ordine semantico.

In primo luogo, se tale crisi può essere evidenziata, allora una certa immagine normativista e giuspositivistica del diritto, difficilmente può essere ragionevolmente sostenuta.

Detto altrimenti, deve venir meno l’idea stessa di ordine giuridico come “ordine positivo” frutto di una ragione strumentale e immune da interpretazioni etiche o preferenziali dei fatti[62] e di un potere desacralizzato, quantificabile e fenomenico[63]. Deve, altresì, essere accantonata la concezione che l’ordine del diritto sia un equilibrio fenomenico e apparente di forze[64] e che la legge sia, anche in via solo ideale, algoritmo “oggettivo” o strumento di calcolo “reale”, di controllo e di mantenimento di un equilibrio fenomenico di forze nella società[65].

Se questo è uno dei possibili significati della “crisi della legge”, si richiede un modello alternativo.

Ebbene, una delle possibili codificazioni concettuali di una “legge in perpetua crisi” è la seguente ipotesi.

Supponiamo che la legge, anche per le considerazioni critiche, compiute nel paragrafo precedente, non sia un fenomeno chiuso in una sua oggettiva indipendenza logica e ontologica, ma possa essere assorbita da un processo reale di argomentazione tra agenti sociali e legge.

Supponendo che la legge e gli agenti sociali interagiscano con gli argomenti legislativi, in quanto essi esprimono un costante limite agli scopi storici degli agenti sociali, scopi, p.e. espressi dai principi istituzionali, allora sarà opportuna una logica dell’argomentazione.

Si può supporre, allora che una tale logica sia lo sviluppo di alcune arti tradizionali: la retorica e la dialettica, che da tempo postulano processi di argomentazione sul diritto (e su altri campi contigui come l’etica e la politica), che siano inesauribili sia semanticamente che sintatticamente.

Fatte queste ipotesi, il problema può essere posto: si può codificare la cifra della “crisi della legge” come vaghezza, inesauribilità e complessità dell’argomentazione degli agenti sociali sulla legge?

Credo di sì: i concetti di “vago”, “inesauribile” e “complesso” richiamano alla mente, collettivamente e associativamente, quelli di confusione, caos, ordine tendenziale, ricorsività e verosimiglianza nell’argomentazione.

D’altro lato, il concetto di “Crisi”, di per sé,  è termine che ha un retaggio semantico che coglie molti aspetti della dinamica generale di una umanità alle prese con fatti imprevedibili, soverchianti, disarmonici, incontrollabili e “da argomentare”, ma richiama, altrettanto bene, l’idea di una forma in disgregazione, dissipazione, frantumazione, nonché allude, in senso ontologico, ad una unità originaria che si frammenta in una molteplicità di elementi, destinati a separazione e dispersione[66].

Non solo, mi si consenta, a questo punto, una breve digressione su un fatto sorprendente.

E’ da notare che la “crisi” è, nella Grecia antica, termine e concetto strettamente caratteristico e relativo alla legge e al diritto. Proprio la cifra della crisi evoca una unità originaria della società umana costantemente esposta al rischio ineludibile del conflitto e della dispersione che ne dipende, da sconfiggere con ripetuti e inesauribili tentativi di “argomentazione”.

Infatti questa cifra di pensiero deriva dal greco “Krìsis”, che indica il concetto di forza che disperde”, ma anche anfibologicamente “lite giudiziaria” e “sentenza”, e la parola dirama anche dal verbo greco “Krìnein”, che significa “dire giustizia”, ma esprime anche “separare distinguendo[67]. Non si può, pertanto, non notare come sia particolarmente adeguata, etimologicamente, la scelta del termine “crisi” per parlare dell’inarrestabile e non perfettamente armonico evolversi del diritto. La parola “crisi” nasce nella Grecia antica proprio per scolpire in modo poetico-retorico il fluire, angoscioso nella sua imprevedibilità, dei conflitti giuridici e sociali, ma anche per esprimere il costante atto di “riparazione” per mezzo di “sentenze” e per mezzo di “giudici” che “dicono giustizia”.

La parola crisi porta in sé questa ambiguità, riassumendo sia l’imprevedibilità angosciosa della “direzione”, e più spesso della “deviazione”, in un divenire ingovernabile sia il costante e rinnovato tentativo di rimediare agli eventi e di riportarli alla misura più armonica e governabile.

Date queste suggestioni, occorre rispondere al problema di cui sopra (la “crisi della legge” coincide con l’esistenza di processi di argomentazione inesauribile e vaga  degli agenti sociali sulla legge?).

Se la risposta è sì, occorre almeno verificare l’accettabilità di tre distinte tesi onto-logiche su cui si baserebbe, a mio avviso, la proposta di considerare che: la crisi della legge allude all’esistenza di processi di argomentazione inesauribile e vaga  degli agenti sociali sulla legge.

Tale tesi ontologiche, o sulla struttura del reale, sono le seguenti tre e di esse non è possibile non più che una difesa “retorica”:

1. L’ontologia di un ordine oggettivo (naturale o sociale o giuridico, ecc.) va sostituita da una ontologia che rappresenti gli enti come processi  di interazione (paragonabili metaforicamente ad argomentazioni)  tra soggetto e oggetto, laddove soggetto e oggetto, tuttavia, sono termini non originari ma derivati rispetto al processo. E ciò a causa della circostanza che l’oggettività dei fatti naturali, ma anche del soggetto, come realtà isolata e conchiusa  quasi come fatto oggettivo, è in crisi, il che implica anche la crisi dei paradigmi della descrizione dei fenomeni, del loro carattere discreto e della logica, sia matematica che discorsiva, che supportava la dicotomia oggetto-soggetto.

2.  Se gli enti sono un complesso di processi, di interazioni, di relazioni circolari (paragonabili ad argomentazioni) e non di fatti discreti, descrittibili, isolati, allora nè il soggetto nè l’oggetto sono discreti e determinati, ma, genericamente parlando, sono sia aperti all’interazione (e quindi parzialmente indeterminati) sia chiusi ad essa (pena la perdita di una determinata identità). La caratteristica di enti sia determinati che indeterminati inizia, appena nei nostri tempi, ad essere concepita come “complessità” degli enti. E tale complessità, p.e. nel ristretto campo dell’ordine giuridico, può essere intesa come flessibilità logica e semantica (che designo come apertura alla relazione e vaghezza) di quegli enti che sono le norme giuridiche, le quali, nella loro qualità di significati delle disposizioni di legge, avranno, allora, confini sfumati e naturali aree di indeterminazione, tali da spiegare il fenomeno di argomentazioni umane che flettono e piegano la naturale e tendenziale indeterminazione (vaghezza) delle norme.

3. L’ordine giuridico è un complesso, labirintico, di processi argomentativi di-soggetti-sulla-legge, il cui orientamento generale potrebbe essere fissato da una topica generale, i cui “luoghi comuni” o topoi possono essere identificati, chiaramente non in modo esaustivo, ma in modo esemplificativo, nei principi giuridici. Le relative argomentazioni (o processi di argomentazione) orientati da tale topica,  saranno attività retoriche e dialettiche, che piegano, flettono e ricombinano i confini sfumati delle norme e la loro topologia semantica.

I prossimi sub-paragrafi tenteranno di produrre una qualche persuasione retorica alle tre suddette tesi, il cui statuto rimane comunque, e necessariamente, generico e metaforico.

 

2

La crisi dell’oggettività dei fatti naturali può validamente supportare l’idea che gli enti siano dei processi, anzichè delle sostanze soggette ad interazione, che siano delle interazioni o attività di relazione, anzichè dei termini passivi di processi a loro esterni, che siano, insomma, processi autonomi, attivi e interagenti con altri processi.

Il mio linguaggio rischia di diventare eccessivamente metaforico e minormente allusivo. Ma è da tenere presente, che se la tesi ontologica per cui gli enti sono processi è valida, per tale via è possibile supportare l’idea che la “crisi della legge”, intesa come inarrestabile fluttuazione dei sistemi positivi del diritto, più che il fallimento degli ideali “gius-positivi” di certezza della legge (tipici del più autentico giusnaturalismo), significa il sincero riconoscimento del fatto che il diritto è naturalmente incerto, perchè se la legislazione è un processo, più che un insieme di disposizioni, non sembrerà più assurdo concepire il vecchio disordine delle fonti come un nuovo tipo, e meraviglioso, di ordine attivo e vivente di processi argomentativi sulle fonti che interagiscono con altri processi argomentativi sulle fonti del diritto, interazione che è, a sua volta, una fonte del diritto.

E’ quindi opportuno mostrare come gli stessi “fatti oggettivi” della scienza, i fatti naturali, abbiano rivelato la loro ribellione sia alla inalterabilità e passività ascritta loro dalle visioni convenzionaliste della scienza sia alla produttività formale che fu loro riconosciuta dalle visioni induttivistiche, in entrambi i casi (convenzionaliste e induttiviste) servite da modello alla teoria-luogo comune per cui la legislazione è un discreto, descrittibile (matematizzabile  e geometrizzabile) insieme oggettivo di disposizioni da collezionare in un “codice”.

La seguente è, perciò, una critica retorica e filosofica (e non storico-filosofica o filologica) al luogo comune che il diritto sia simile ai fatti naturali della scienza cartesiana, attraverso l’esibizione del modo in cui la filosofia della scienza abbia progressivamente riconosciuto che il “fatto non è bruto”, parafrasando un detto niciano, ma che esso sia un processo.

La seguente è una collezione incompleta, ma intenzionale, di alcune opinioni notevoli sul tema della problematicità dei fatti.

Infatti, la teoria del “fatto bruto”, a partire dall’empirismo baconiano, conosce oscillazioni rivelatrici della sua ambiguità. Se la mente è una tabula rasa per Bacon, cui fa da contrappunto la realtà attiva delle impressioni dei fatti (tutt’altro che bruti), i fenomeni per Kant, invece, precipitano nella più completa passività innanzi alle forme strutturanti dell’io-penso (categoria della causalità e forme a-priori di spazio e tempo) e della sua sintesi a-priori.[68]

L’oscillazione prosegue con il convenzionalismo di Poincarè, che annette ai fatti una inalterata passività, che gli è invece disconosciuta dal vetero-positivismo ottocentesco.[69] D’altro lato, mentre Ernst Mach ripropone l’evoluzione biologica del ruolo attivo del soggetto umano, che perviene non solo all’aggregazione sinestetica di sensazioni elementari, ma anche alla sintesi simbolica ed “economica” delle esperienze nelle leggi delle scienze[70], – il neopositivismo degli anni ‘30 di questo secolo si arroccò di nuovo sull’esigenza logica dell’alterità passiva o degli stati elementari di cose o dei protocolli o del linguaggio fisicalista. Poco importa se, talora, come nel caso del primo Wittgenstein o di Russell, tale passività trascinasse con sè anche il soggetto, il cui linguaggio veniva ridotto all’uniforme rispecchiamento della forma logica dei dati di fatto.[71]

Il primo tentativo degno di nota di superare la periodica oscillazione tra la passiva alterità dei fatti (cui fa da contrappunto un soggetto dotato di poteri demiurgici su di essi) e l’attiva intrusione di questi (cui corrisponde una mente “vittima” della geometria formale del mondo esterno), – è ascrivibile a Richard Avenarius (1843-1896) e al suo empirio-criticismo.[72]

Egli riconobbe che questa oscillazione ripete la sua origine dallo schema interpretativo generale della  demarcazione soggetto-oggetto. La sua proposta, di fatto speculativa e metafisica, si può condensare nel soppiantare tale divisione con un processo di adattamento reciproco dei fatti al soggetto (al suo linguaggio e alla sua mente) e di questo a quelli, e nel concepire come originario un tale interscambio. Tale relazione suppone l’inesistenza di confini precisi tra ambiente ed individuo e una reciproca apertura, che si svolge come adattamento attivo e continuo dei fatti all’individuo e dell’individuo ai fatti, che può definirsi come azione e reazione continua e circolare, processo circolare di azione e retro-azione (in ciò anticipando, Avenarius, alcune asserzioni della cibernetica).[73]

Questa concezione “procedurale” suppone che il fatto oggettivo non sia nè passivo nè originario, bensì sia attivo, nel suscitare adattamenti nell’individuo, e contemporaneamente passivo nel tollerare la sovrapposizione di “simboli sensori” con cui la mente individuale si adatta ai fatti e li ordina. Rimane, invece, impregiudicata e sospesa in una “epochè” l’autentica natura di fatti e individuo, prima di tale processo.

Presenta analogia con tale schema di interpretazione, l’empirismo radicale di William James, il filosofo pragmatico  dei primi del ‘900 che concepì l’originarietà a-dualistica dello “stream of thought”. Anche per James vi è una relazione originaria tra un ambiente ed un individuo aperti o senza confini chiusi, quali corni metaforici e puramente allusivi di una “esperienza pura” onnicomprensiva. Tale relazione è un “processo” di interscambio in cui non esistono discontinuità, differenze, superfici chiuse, una coscienza separata dalla materia, ma solo una immediata, irriflessa e non selettiva “folla di pensieri”.[74]

 La teoria di James è ovviamente allusiva e rischia il paradosso, nel concettualizzare ciò che non tollera concettualizzazione, essendo, infatti, per James sempre derivate, riflesse, schematiche, pragmaticamente utili ed economiche le divisioni concettuali tipiche della “teoria”. Ma la dottrina empirico-pragmatica di James, in ciò affine a quella di Avenarius, supporta l’idea che i fatti non siano nè originari nè bruti, ma siano dei processi o porzioni non esaustive di un processo. E asserire tutto ciò è di estremo interesse, perchè, – come era mia intenzione mostrare -, a sua volta, demolisce una certa idea dei fatti naturali, che è servita da modello al “codice” giuspositivistico dei fatti inalterabili della legge o al “sistema oggettivo” delle norme dei normativisti.

Perciò, occorre citare anche le idee di Charles Peirce, scienziato e filosofo pragmatista, il quale cercò di superare il deficit di concettualizzazione dell’esperienza a-duale di James. Egli sostenne che l’ “esperienza pura” sia originariamente strutturata, sebbene in modo a-duale. Egli concepì, infatti, la relazione individuo-ambiente come ordinata in “segni” (sulla base dell’intuizione per cui “non è possibile pensare senza segni”), ed il segno è primitivo, non ammette divisione tra significato e significante, tra coscienza e materia, tra fatto e mente, – ma è l’esito della consueta relazione di interazione originaria, adattiva e processuale dell’individuo con l’ambiente, che è notata, nella semiotica di Peirce come simile all’ “esperienza pura” di James o Avenarius.[75]

La futura immagine dei fatti bruti deviò, invece, recisamente da queste idee.

Da un lato, è da ascrivere ad alcuni neo-positivisti, al primo Wittgestein e a Russell, una decisa oscillazione  a favore del ruolo passivo della mente nel rispecchiare la forma logica dei dati di fatto o degli stati di cose elementari attraverso proposizioni atomiche o protocolli osservativi.[76]

Di seguito, invece, le future epistemologie, quanto ai fatti, sono quasi del tutto impantanate in una opposta oscillazione verso una concezione costruttivista dei fatti, che pone un deciso accento sul ruolo attivo del soggetto nell’edificare la forma logica dei fatti bruti.

Questa seconda tendenza è più interessante da analizzare, in quanto presenta marcate indecisioni, specie per quanto dirò più giù sulle concezioni della cibernetica.

Per il resto sembra, invece, ingabbiata nella dicotomia soggetto-oggetto tutta la posteriore concezione dei fatti legata al “principio d’uso” delle “Ricerche Filosofiche” del “Secondo Wittgenstein”.  Il celebre filosofo suppose, infatti, un linguaggio liberato dal compito di rispecchiare nelle sue contingenti apparenze i fatti, rivendicando un legame tra “patrimonio”, “istituzioni” (nel senso più generico possibile di “forme di vita” dei parlanti) e fatti, che fa sì che questi ultimi siano “reali” solo attraverso la sottodeterminazione dei “giochi di lingua”, le cui regole definiscono gli usi di considerare questa o quella espressione come attinente a un fatto reale.[77]

 L’istituzione di un uso della lingua è, perciò, responsabile delle nostre reazioni verso significati di espressioni, come se il significato alludesse a qualcosa di “reale”. Così, per esempio, “si deve” ritenere “realmente” esistente come “alfiere” un comunissimo pezzo di legno intagliato, nel gioco degli scacchi, o ritenere che l’espressione “elettrone” rimandi ad un ente reale, anche se non siamo assolutamente in grado di vederne uno. L’uso del linguaggio, insomma, è capace di svincolarci dalla descrizione del mondo fisico e rende capaci di “costruire” un mondo verbale umano, nel quale si danno tante realtà quante i giochi di lingua e i fatti non hanno alcuna alterità positiva (e propositiva).

Di qui in poi, il passo verso i paradigmi costruzionisti dell’epistemologia contemporanea è breve.

Gadamer, Popper, Ernst Cassirer, la Psicologia della forma, Norbert Wiener e altri, hanno in vario modo riproposto lo schema convenzionalista della passiva alterità dei fatti, cui fa da contrappunto un soggetto dotato di poteri demiurgici su di essi.

Per Cassirer il fatto bruto è l’oggettività mentale di una qualche convenzione simbolica sui nessi funzionali dei fenomeni.[78] D’altro alto, la Gestaltpsychologie, gravitante intorno alla figura di Alexius Meinong, corresse questo schema “convenzionalista” soltanto quanto al ritenere la convenzione indefettibile, in quanto collegata all’evoluzione delle strutture psicologiche e cognitive a contatto con l’ambiente. Inconscia ma convenzionale, infatti, è la forma gestaltica degli “oggetti di ordine superiore” (cioè, p.e., la connessione unificata di più suoni in un “ritmo”, il quale rivela la sua additività soggettiva rispetto agli “oggetti elementari”, cioè i dati sensoriali, per il fatto di essere il ritmo più della somma dei singoli suoni).[79]

Non solo, ad un livello, per così dire, di osservazione macroscopica, allargata al rapporto tra immagine dei fatti e influenze dei gruppi sociali,  la “sociologia della conoscenza” di Mannheim rinforzò l’ipotesi convenzionalista, suggerendo la sottoderminazione delle teorie scientifico-naturali da parte dello status sociologico dei ricercatori,[80] in ciò allineato al circolista Neurath, anche il quale pose l’accento sull’influenza di criteri valutativi, mutuati dall’identità sociale dello scienziato, nella selezione dei fatti.[81]

In altro modo, un altra proposta “convenzionalista” è facile rinvenire nel pensiero di Neurath, in particolare nella tesi fisicalista, per cui il fatto della Fisica è, – lungi dal poter essere assimilato simpliciter ad un fatto naturale, – una proposizione valida, solo perchè coerente con l’intero sistema delle proposizioni della scienza, concepito come insieme di segni e simboli dotati di realtà fisica (il c.d. linguaggio fisicalista).[82]

Non può, poi, essere dimenticata la teoria operazionista di William Bridgman, per cui le proprietà fisiche dei fatti naturali (lunghezza, energia, campo, tempo, ecc.) dipendono induttivamente dalle operazioni mentali, materiali compiute per mezzo degli strumenti e dagli strumenti adoperati per compiere le misure, giungendo addirittura ad identificare la convenzione concettuale scientifica con quella tecnologica.[83] E in ciò tale teoria non differisce dalle vedute della cibernetica di Norbert Wiener, per cui i fatti sono segmenti di realtà, la cui entità e rilevanza è decisa dall’osservatore, e la cui descrizione è un sistema di equazioni che accoppiano le quantità di azioni tecnologiche, di sollecitazione (i c.d. “input”) sull’oggetto misterioso (la c.d. Black Box) che è il fatto, con le risposte ricevute, di ritorno dal fatto medesimo.[84]

Ma è vero che la cibernetica assume, in qualche misura, una consapevolezza anti-costruttivista, quando immagina che la Black Box è per postulato un sistema dalle equazioni potenzialmente infinite, di cui solo una piccola parte può essere osservata, il che rimanda ad una latenza o ad una attività latente dei fatti, non meramente ridotti alla passività delle correlazioni input-output. Non solo, le descrizioni “operative” sono del tutto all’oscuro dei circuiti interni che producono il dato output, il relativo campo di avvenimenti interni alla Black Box è sconosciuto in linea di principio.[85] Non da poco è, poi l’ammissione, che l’osservatore (il soggetto) nel descrivere le traiettorie di comportamento della Black Box è sia in grado di influenzare che di essere influenzato dall’oggetto misterioso, i cui output divengono input (osservazioni) per l’osservatore, il quale a sua volta trasforma tali input in quell’output che sono le sollecitazioni tecnologiche sul sistema dell’oggetto.

Proprio in questo ultimo caso, è impossibile non vedere in ciò un ritorno agli schemi metafisici di Avenarius e all’idea che la realtà sia un complesso di processi di interazione tra ambiente ed individuo. La cibernetica ha anche coniato un termine per tali processi di interazione reciproca tra soggetto e oggetto, tra osservatore e black-box, tra teorie e fatti: retroazione o feed-back.[86]

Ma proseguiamo.

D’altro canto, non sembra, infatti, recedere dal costruttivismo l’idea popperiana per cui il fatto è una ricostruzione ipotetica, dedotta da una teoria, di tipo universale, sulle leggi naturali. Tale ricostruzione, sotto forma di ipotesi protocollare, viene messa alla prova della confutazione da parte di osservazioni particolari. Ma la conoscenza dei fatti è sempre frutto dell’attività del soggetto, che escogita aspettative (o “aspettazioni”) da confutare per mezzo di un’esperienza passiva di fatti bruti. Poi poco importa che la fonte delle ipotesi sia una serie di “processi evolutivi”  di interazione del soggetto conoscente con il mondo esterno per mezzo della sua memoria biologica (correlata al c.d. “mondo 1”), di quella psichica (correlata al “mondo 2”) o di quella culturale (“mondo  3”), Popper, difatti, pur parlando di precisi paralleli tra evoluzione e conoscenza, ha sempre negato quella “attiva” capacità dei fatti di produrre impressioni formali nella mente del soggetto, che è tipica dell’induzione. Al contrario, partendo da posizioni humiane, è sempre stato un fiero avversario dell’induzione baconiana.[87]

Compiuto il precedente excursus ideo-grafico su quella sorta di periodica oscillazione tra teorie sulla passività ora del soggetto ora dell’oggetto, che appare in qualche misura innescata da una rigida dicotomia tra soggetto e oggetto, mi pare che le impostazioni di Peirce, James e Avenarius sembrino, invece, le uniche alternative al suddetto schema binario.

Tale dicotomia soggetto-oggetto non è accettabile, in quanto porta con sè una alternativa dilemmatica e oscillante tra la necessità di un linguaggio descrittivo, riferito a fenomeni discreti e attivamente produttivi di impressioni (sensazioni), o all’inverso, la concezione di un linguaggio convenzionale arbitrario, ma intersoggettivo, riferito a fenomeni costruiti. Ma nessuno dei due corni del dilemma resiste alla possibilità critica della tesi opposta, mentre le impostazioni di Peirce, James e Avenarius spiegano sia l’oscillazione sia producono una feconda ipotesi sul valore comune delle due tesi. In senso speculativo, l’importanza di quelle impostazioni risiede in un maggiore potenziale esplicativo e sintetico.

I predetti approcci spiegano l’oscillazione, dal momento che ammettono la contemporanea passività e attività sia dei fatti sia del soggetto, avendo presupposto il reciproco adattamento dei fatti e del soggetto, il che significa, p.e., passività dei fatti nell’essere adattati ai simboli sensori del soggetto conoscente (vedi Avenarius e Peirce) sia attività nel suscitare la necessità dell’adattamento.

Producono una feconda ipotesi, invece, in quanto il concetto di interazione evolutiva tra ambiente ed individuo supporta l’idea (metafisica) che gli enti siano processi, sia aperti all’interazione (e quindi parzialmente indeterminati e attivi) sia chiusi ad essa (pena la perdita di una determinata identità e passivi). Se possiamo definire “complessità” questa peculiarità degli enti, allora tale complessità, p.e. nel ristretto campo dell’ordine giuridico, può essere intesa come “tendenziale, ma non completa” flessibilità logica e semantica (che designo come parziale apertura alla relazione e vaghezza) di quegli enti che sono le norme giuridiche, le quali saranno, porzioni di processi, con una qualche apertura indeterminata all’interazione, tale da spiegare il fenomeno di argomentazioni umane che flettono e piegano la naturale e tendenziale indeterminazione (vaghezza) delle norme medesime.

 

3

E’ solo in tempi piuttosto recenti che si è affermata  l’idea che i fatti naturali siano dei processi caotico-deterministici o, detto altrimenti, supponenti una interazione parzialmente-indeterminata e complessa con l’ambiente fisico circostante, il che può, anche, dirsi nel senso che essi sono sia aperti all’interazione (e quindi parzialmente indeterminati e attivi) sia chiusi ad essa (pena la perdita di una determinata identità, e passivi).

Se può scusarsi la genericità di questa introduzione al tema, può e deve essere riferita l’esistenza di una nuova epistemologia, – sorta dal contributo di disparati campi della scienza, dalla termodinamica alla meteorologia, alla paleontologia evoluzionistica, solo per citarne alcuni, – che è pervenuta ad alcune definizioni molto generali di “complessità”, talmente generali che esse possono estendersi anche ai sistemi sociali.[88]

 Sicchè, suggerire la presenza di queste definizioni, può avere il preciso senso di sconfessare il pregiudizio che la visione seicentesca, settecentesca e ottocentesca della fisica, o della dinamica dei fatti naturali, possa concorrere a fondare ancora, non essendo rimasta immutata, alcun idea sull’ordine politico-sociale-giuridico. La nuova fisica dei sistemi è così mutata che si può adoperare il semplice elenco delle sue “parole d’ordine” per provocare un effetto di “straniamento” rispetto alle concezioni etico-politiche ancora ancorate alle cifre del fatto positivo, inalterabile, oggettivo.

Detto altrimenti, lo straniamento  rispetto alla fisica del passato può essere così demolitore e forte da far decedere l’idea stessa di ordine etico- politico come “ordine positivo”, scaturito da una ragione strumentale e immune da interpretazioni etiche o preferenziali dei fatti[89] e di un potere desacralizzato, esattamente quantificabile e fenomenico[90]. Potrebbe e dovrebbe, altresì, essere accantonata la concezione che l’ordine del diritto sia un equilibrio fenomenico e apparente di forze[91] e che la legge sia, anche in via solo ideale, algoritmo “oggettivo” o strumento di calcolo “reale”, di controllo e di mantenimento di un equilibrio fenomenico di forze nella società[92].

Uno dei più autorevoli esperti sul tema della complessità fisica, Edgar Morin ha suggerito oltre una decina di definizioni (di complessità), che vado brevissimamente a ripetere[93]. E la domanda che immediatamente pongo è: quale premessa trarre da tali definizioni per definire l’immagine di un ordine giuridico, politico, sociale?

Complesso è un oggetto “incompressibile in senso algoritimico” (tesi mutuata dal matematico Chaitin), oggetto su cui, in altre parole, si registra una quasi assoluta incapacità di elaborare algoritmi previsionali del suo comportamento né si è in grado di dimostrare l’inesistenza di tali algoritmi (una sorta di incertezza sull’incertezza).[94] La politica abbonda di tali sistemi: come trattare p.e., in senso matematico, la previsione del numero dei voti che il dato partito riceverà alle prossime elezioni?

Complesso è un oggetto che consista in un evento singolare, locale, individuale, che possegga una storia causale ma irripetibile, non semplice, non universale, esposta a svolte contingenti (complessità come “singolarità storica”).[95] Ebbene, qualsiasi istituzione sociale ha avuto una tale storia, non lineare ma, plausibilmente, causale, secondo la Scuola Austriaca di Economia, in quanto miriadi di agenti sociali hanno cooperato e cooperano in modo causalmente efficiente a generare istituzioni di ogni genere (danaro, banche, chiese, stato, scienze, mercato,ecc.). Anche le istituzioni  giuridiche, sono il risultato inatteso dell’auto-organizzazione di molteplici azioni dirette a fini diversi da quelli intenzionali degli agenti sociali. E, se le istituzioni sono stratificazioni storiche di effetti inintenzionali di azioni sociali dirette ad altri fini[96], allora le istituzioni (sistemi legali inclusi), ben più che fatti, dati una volta per sempre e pacificamente descrittibili, sarebbero organizzazioni sociali di enorme complessità che si autoregolano in modo sottratto al pensiero dello scienziato o del tecnico sociale e che non tollerano pertanto indagini descrittive, discrete e certe (comprensione analitica, chiara ed evidente dell’intero che esse rappresentano). Si consideri, tra l’altro, come questa visione, lungi dall’essere originale o debitrice dei suoi caratteri alla predetta definizione scientifica di “complessità”, ha una lunga tradizione dietro di sè.[97]

Si definisce, poi, complesso un oggetto che si presenti come un sistema di relazioni aggrovigliate, in cui una relazione causale produce il proprio effetto, il quale ridetermina la causa (coimplicazione tra causa ed effetto, anche nota in cibernetica come feedback), o in cui una moltitudine di cause determina un unico effetto o una pluralità di effetti dipende da un’unica causa. Tale groviglio di interazioni non è spesso computabile, in senso lato si definisce “coimplicazione” o anche “ricorsività”, specie nel caso sopra accennato dello scambio di ruolo tra causa ed effetto, prodotto e produttore.[98]

E’ complesso quell’ente il cui ordine emerge macroscopicamente da interazioni caotiche di livello inferiore o, in senso relativo, microscopico. La complessità è in tal caso una sorta di “complementarietà tra ordine e disordine” (order from noise, order from disorder), che allude sia alla compensazione statistica di eventi aleatori (p.e. le curve gaussiane della statistica delle popolazioni umane), sia alla spontanea autoproduzione di strutture persistenti (e non entropiche) in sistemi lontani dall’equilibrio termodinamico (quindi caotici) che vengano ulteriormente perturbati (fondamentali in materia i lavori di Prigogine).[99]

E’ complesso quell’oggetto che, preso come un tutto, presenti una organizzazione globale (Morin allude proprio alle società umane come organizzazioni), che è sia qualcosa di più che qualcosa di meno della somma delle sue parti. E’qualcosa di più nel senso che il sistema presenta qualità non deducibili dalla somma delle qualità delle parti o da una loro combinazione[100]. E’ qualcosa di meno della somma delle parti, nel senso che alcune delle proprietà delle parti vengono conculcate, inibite o soppresse[101]. Ciò fa sì, nel primo caso, che non possa facilmente ridursi l’unità globale dell’organizzazione data alla molteplicità della parti, e, nel secondo caso, che sia molto difficile risolvere la molteplicità delle parti (ben più espressive di potenzialità) all’unità. Ciò fa dei detti enti delle “unitas multiplex” (oggetti che possiedono complessamente sia una vaga unità che una vaga tendenza alla disseminazione in molteplici componenti autonome)  e che possiedono, anche a livello empirico, qualità gerarchiche  particolari: sono sia accentrate che policentriche che non-accentrate. Non solo, talora (è il caso delle società e delle cellule viventi) godono, della proprietà di incorporare in ogni singola parte una vaga informazione sull’organizzazione del tutto, caratteristica nota come ologrammaticità. Non da trascurare, infine, che talora nelle unitas multiplex, il molteplice delle parti determina l’unità del tutto e ne è rideterminata, dando luogo ad un caso di “ricorsività” peculiare agli oggetti consistenti in organizzazioni, anche sociali.[102]

Una definizione di complessità riguarda, ancora, quegli oggetti, sui quali si smette di applicare la metodologia scientifica dello “sradicamento” dal loro ambiente, per il fine di osservarli in laboratorio o in circostanze fortemente limitanti e condizionanti. Questa definizione riguarda le proprietà che emergono quando i sistemi biologici non sono più osservati in “vitro” (esempio classico è quello degli animali osservati nel loro habitat naturale, talchè gli etologi hanno, persino, rifondato la descrizione scientifica del comportamento animale sul principio dell’osservazione in natura), sia anche quelle che si rivelano in qualsiasi sistema, quando si smette di troncare il collegamento che sussiste tra il dato sistema ed il suo ambiente ordinario. Lo sradicamento di cui sopra farebbe trascurare quel genere di complessità che risiederebbe nella libera auto-organizzazione in un dato ambiente del dato sistema, la sua autonomia e il groviglio finissimo di interrelazioni del dato sistema con l’ambiente, che fa di quest’ultimo un sistema sia aperto che chiuso. L’ultima osservazione, in particolare, evoca anche la complessità concettuale del dover pensare contraddittoriamente il dato sistema sia chiuso nella sua individualità oppostamente all’ambiente (pena il dissolvimento) sia aperto e quasi confuso con l’ambiente attraverso una finissima serie di interscambi (pena il dis-adattamento e l’assenza di governo sulle perturbazioni esterne). Tutto ciò, per inciso, evoca già l’esigenza di una tipologia di concetti capaci di esprimere la vaghezza dei confini tra gli enti, le proprietà generative e auto-organizzative dei sistemi, la contraddizione apparente di un sistema che è sia chiuso che aperto. [103]

Un particolare caso di complessità è molto interessante proprio perché concernente quegli oggetti che sono i sistemi teorici o concettuali, complessità di cui le neo-retoriche hanno avuto sentore, considerandola anzi, con termini diversi, uno dei presupposti teorici della possibilità stessa di un rivalutazione della retorica. Alludo alla “reintegrabilità del teorizzatore nella teoria e viceversa”. [104]  Mi spiego: le osservazioni e le teorie sulle osservazioni sono “complesse” in quanto si suppone che i condizionamenti dell’osservatore o teorizzatore si integrino in esse e, mutuamente, i condizionamenti dell’osservatore (e teorizzatore) siano modificati, perturbati e “condizionati” dalle stesse osservazioni e teorie. Questo circolo retroattivo tra condizionamenti e osservazioni è “complessità concettuale” e rende necessario pensare lo scarto reale tra condizionamento soggettivo ed osservazioni di un ipotetico mondo, senza richiedere che la realtà esterna di tale mondo sia concretamente data ed esistente (realismo ingenuo). D’altra parte, una tale epistemologia non richiede ( come nel caso di Popper) la natura ipotetica delle osservazioni-teorie o (come per il razionalismo moderno) la possibilità di una corrispondenza riflessiva tra soggetto e oggetto. Infatti, la “complessità concettuale” suggerisce che le teorie e le osservazioni saranno opinioni  interagenti in modo argomentativo con i contenuti logico-rappresentativi meno motivati o immotivati del soggetto conoscente (i pregiudizi o i condizionamenti o le nozioni primitive o gli affetti, ecc.) e,  qualsiasi sia il grado di verità o informazione sulla realtà extrasoggettiva insito in quelle opinioni che sono teorie ed osservazioni, il massimo di “trasparenza” nella trasmissione dell’informazione si coglierà attraverso l’esplicito tentativo di operare una sintesi (simile ad una sintesi dialettica) tra condizionamenti, espressamente denunciati, e opinioni maturate per mezzo di teorie o osservazioni, e tentando di elidere quelle opinioni o quei condizionamenti che non si integrano o si conciliano tra di loro (secondo un processo simile all’espulsione delle contraddizioni dialettiche dal discorso).[105]

Ma molto più interessante è quel genere di “complessità dei sistemi di pensiero” che scaturisce da una generalizzazione di alcune definizioni di complessità. Anche i saperi hanno confini labili e sono sistemi sia aperti  che chiusi: la scienza empirica si oppone alla non-scienza, ma nello stesso tempo si nutre di materiale non scientifico. Non solo integra il pregiudizio soggettivo e tenta di sottrarlo se contraddittorio alla discussione scientifica (come nella definizione generalizzata di complessità concettuale), ma si integra in modo finissimo e aggrovigliato e vago, come un essere vivente nel suo ambiente, con presupposti metafisici (Popper), “themata ossessivi” (Holton), paradigmi preconcetti (Kuhn), nuclei duri di credenze infondate (Lakatos), nuclei di pensiero non scientifico (Feyerabend).[106]

Complesso è, infine, quell’oggetto che empiricamente fa esigere per la sua rappresentazione una logica o una matematica in grado di incorporare la contraddizione. Tale è il caso della dualità onda-particella, delle evidenze empiriche a favore delle teorie che suppongo che il tempo nasca dal non-tempo, lo spazio da un vuoto inflazionato, l’energia da un salto quantico del nulla. La “complessità della contraddizione logica” è stata quasi richiesta dagli sforzi concettualizzare esperienze sfuggenti alla maglie della matematica delle quantità discrete e della logica classica. Tanto più che la “complessità logica” può essere intesa anche come la nascita di una costellazione di logiche della complessità, tra di esse le logiche polivalenti e della vaghezza, le quali hanno tentato di supplire, forse ancora senza successo, alle contraddizioni della logica classica.[107]

Le definizioni di complessità non sono esaurite ovviamente dall’elenco di cui sopra. Ma intanto, è facile anche intuire quante definizioni di complessità, tra quelle su esposte, possano applicarsi proprio ai sistemi sociali e agli ordinamenti umani. Anch’essi (gli ordinamenti umani) esibiscono caratteri di singolarità storica, coimplicazione, ricorsività, complementarietà tra ordine e disordine, unitas multiplex, ologrammaticità, auto-organizzazione, ecc. – ed anche la relativa crisi della descrizione li riguarda, dacchè tutti i sistemi complessi richiedono interpretazione non descrizione o giudizi discreti.

Ma quel che, maggiormente, importa dire è che la logica di queste definizioni rimanda ad un concetto di enti e fatti intesi come interazioni o processi e non più fatti inalterabili e “oggettivi”.

 

L’idea di ordine giuridico non può dunque, oggi, più essere affidata all’analogia con un ordine naturale come quello mutuato dalla fisica o dalle scienze naturali, anteriori al paradigma della complessità.

Se poi si accosta, alla demolizione di questa analogia, il fatto irrefutabile della “crisi della legge” e si considera che l’odierna concezione dei fatti naturali rimanda in vari modi ai concetti di vaghezza, inesauribilità, incertezza parziale, verosimiglianza, tendenziale impredicibilità e complessità, – subito ci si rende conto della situazione per cui, come i fatti naturali, invocano un crescente ricorso all’interpretazione morbida, verosimile, e a concetti di naturale incertezza fisica,   così appare più che mai legittimo  il ricorso all’argomentazione per interpretare la legge, e legittima  l’accettazione di una evidente incertezza etica,  giuridica e politica da argomentare. Giusta la facile applicabilità delle categorie della complessità anche ai sistemi sociali!

L’analogia con i fatti naturali, che richiedono interpretazione, in quanto non più passibili di semplice descrizione, fa supporre con più forza che la legge e gli agenti sociali possano interagire  con gli argomenti legislativi, in quanto essi esprimono un costante limite agli scopi storici degli agenti sociali, scopi, p.e. espressi dai principi istituzionali. Allora sarà opportuna una logica dell’argomentazione.

E si può, più fondatamente di prima, supporre, allora che una tale logica sia lo sviluppo di alcune arti tradizionali: la retorica e la dialettica, che da tempo postulano processi di argomentazione sul diritto (e su altri campi contigui come l’etica e la politica), che siano inesauribili sia semanticamente che sintatticamente.

Credo, infatti, che date le precedenti pezze d’appoggio sull’odierna epistemologia dei fatti, i concetti di “vago”, “inesauribile” e “complesso”, associati ai fatti naturali, richiamino alla mente, collettivamente e associativamente, quelli di confusione, caos, ordine tendenziale, ricorsività e verosimiglianza nell’argomentazione.

Ebbene, quel che vorrò sostenere, specie nei prossimi capitoli, è che la logica della complessità, o il campo delle “logiche” che evoca, ha diverse analogie con una logica dell’argomentazione, vale a dire la struttura della retorica e della dialettica tradizionali.

Per il resto, nel presente prologo, si intendeva soltanto mostrare come il normativismo, il giuspositivismo e il giusnaturalismo e il loro riduzionismi fenomenici fossero fragili, mentre è da credere sufficientemente supportata l’idea che l’ordine giuridico, sulla scorta dell’analogia con le correnti idee sui fatti (estensibili anche ai sistemi sociali),  sia un complesso, labirintico, di processi argomentativi di-soggetti-sulla-legge, il cui orientamento generale potrebbe essere fissato da una topica speciale, i cui “luoghi comuni” o topoi possono essere identificati, chiaramente non in modo esaustivo, ma in modo esemplificativo, nei principi giuridici.

 Le relative argomentazioni (o processi di argomentazione) orientati da tale topica,  saranno attività retoriche e dialettiche, che piegano, flettono e ricombinano i confini sfumati delle norme e la loro topologia semantica.

Una tale logica potrebbe anche, tra le altre opzioni disponibili, servirsi del concetto di vaghezza per descrivere le relazioni logiche complesse, quasi-indeterminate e inesauribili degli argomenti giuridici, del loro significato e delle loro premesse.

CONCLUSIONI: PARADIGMA DELLA COMPLESSITA’ DELLE SCIENZE SOCIALI

 

La presente esposizione vuole presentare una possibile sintesi, si spera originale e non elenchica, della “complessità” come modello di pensiero sui sistemi sociali, ed in particolare della complessità di quel ramo della realtà sociale che è il diritto.

Nel farlo ci si occuperà del già teorizzato fenomeno delle conseguenze inintenzionali degli atti sociali, quale punto di fuga verso la soluzione della crisi dell’idea di ordine nelle riflessioni sui sistemi sociali, in particolare di tratterà della complessità come risultante del gioco di effetti imprevedibili delle predette azioni sociali.

Allo scopo si evidenzierà la necessità argomentativa, e non dimostrativa, di nuove logiche, come formalizzazioni dei linguaggi dei sistemi sociali, logiche che siano in grado di trattare la complessità di tali sistemi con lo stesso successo che viene riscosso in molteplici discipline scientifiche impegnate in campi disparati. E tra tali logiche il presente blog non mancherà di presentare uno dei più promettenti “nuovi venuti”: la logica fuzzy (o vaga o sfumata), quale esempio paradigmatico di approccio alla caoticità- deterministica della realtà sociale.

La blog si riserva il compito di dare tutte le possibili delucidazioni sul senso di questa premessa, nei limiti di un lavoro che ha necessariamente proporzioni finite.

 


[1] La crisi dei sistemi legali è ben diagnosticata in Italia da un classico nel suo genere come NATALINO IRTI, L’età della decodificazione, Giuffrè, Milano 1979 oppure da DAMIANO NOCILLA e FRANCO MODUGNO, Crisi della legge e sistema delle fonti, in Legislazione, profili giuridici e politici, Atti del XVII Congresso Nazionale della Società di Filosofia Giuridica e Politica, a cura di Maurizio Busciu, Giuffrè, Milano, 1992, pp. 125 e ss.

Tuttavia, il tunnel della decodificazione non sembra per molti poter condurre ad una alternativa al primato della legge, vedasi sul punto GIACOMO GAVAZZI, Elementi di teoria del diritto, Giappichelli, Torino 1984, p.100

[2] v. sul punto della perpetuità del conflitto sociale GIUSEPPE CAPOGRASSI, L’ambiguità del diritto contemporaneo, in Opere, V, Giuffrè, Milano, 1959, p.425

[3] Per una rappresentazione più ampiamente discorsiva delle origini e dell’evoluzione del pensiero giusnaturalistico attraverso la lente della “Secolarizzazione”, specie in riferimento ai tratti razionalistici e utilitaristi, vedasi  FRANCESCO TODESCAN, La legge, in Itinerari critici dell’esperienza giuridica, Giappichelli, Torino, 1991; per una analisi discorsiva delle principali concezioni antropologiche e ideologiche del giusnaturalismo, cfr. FRANCESCA ZANUSO, Conflitto e controllo sociale nel pensiero giuridico-politico moderno, CLEUP, Padova, 1993. Per la conferma critica della scarsa originalità rispetto al pensiero classico delle concezioni politico-sociali del potere, si considerino le opinioni di Callicle, Trasimaco, Crizia, Antifonte, Ippia, sofisti che con diversi accenti proporranno teorie utilitaristiche, edonistiche, fenomenizzanti, esteriori del potere e della legalità (v. ENRICO OPOCHER, Lezioni di filosofia del diritto, 2a edizione, CEDAM, Padova., 1993, p.39), cfr. G. SAITTA, L’illuminismo della sofistica greca, Milano 1938; M. UNTERSTEINER, I Sofisti, Torino 1949; H. DIELS – W. KRANZ, Die Fragmente der Vorsokratiker, 3 voll., Berlin 1956.

[4] E’ particolarmente significativo, in proposito, il seguente brano tratto da T. HOBBES, De cive, I, 5 e ss., trad. it., Torino, 1972 :

 “…In qualsiasi materia, in cui c’è posto per l’addizione e per la sottrazione, c’è pure posto per la ragione(…). La ragione non è che il calcolo (addizione e sottrazione) delle conseguenze dei nomi generali su cui c’è accordo per contrassegnare e significare i nostri pensieri.

Se conosciamo(…) gli elementi che compongono l’oggetto, allora conosciamo perfettamente l’oggetto stesso.”

[5] Vedi, sul punto la parabola discendente della de-sacralizzazione del potere dal tomismo al francescanesimo ad Ockham e Hobbes, FRANCESCO TODESCAN, Il problema del volontarismo in Hobbes, in  AA.VV., Cultura moderna e interpretazione classica, Cedam, Padova, 1997, pp. 169 ss

[6] v. sul tema della natura governata  dalla causalità e su quello parallelo del dominio della tecnica nell’età moderna, MAURIZIO MANZIN, La natura del potere ama nascondersi, in AA.VV., Cultura moderna e interpretazione classica, cit., pp.97 e ss.

[7] Al riguardo è illuminante ed esemplare la posizione di Cesare Beccaria, il quale auspicò una vera e propria estensione dei metodi della meccanica newtoniana, allo studio dei comportamenti sociali, vedasi sul tema FRANCESCA ZANUSO in Utilitarismo ed Umanitarismo nella concezione penale di Cesare Beccaria, in AA.VV., Cultura moderna e interpretazione classica, cit., pp. 180-185; l’autrice espone una panoramica sul pensiero dell’autore illuminista del ‘700, che si sofferma in particolar modo sulla tema della simmetria o, se si vuole, dell’isomorfismo tra i consociati e i fluidi di un sistema di meccanica razionale governato dalla forza di gravità: il piacere sarebbe la forza, in modo analogo alla gravità, che attrae fenomenicamente i cittadini verso la norma o la devianza, di tale attrazione sarà possibile un calcolo matematico, come lo sarà di una cascata d’acqua verso il baricentro ribassato di una valle.

[8] Assumo questo assioma sulla base della mia esperienza professionale.

[9] E’ fermo che l’identificazione tra norme e legge è tutt’altro che pacifica. Cito a memoria la distinzione tipica del normativismo tra disposizione e norma, cioè tra enunciato legislativo e senso normativo. La disposizione può essere oggettiva, l’interpretazione del senso è chiaramente più labile e varia nel tempo, come ammesso da qualsiasi normativista senza timore di contraddizione.

[10] E al riguardo, non voglio civettare con una delle leggi di Murphy, per cui “A volte l’uomo inciampa nella verità, ma nella maggior parte dei casi si rialzerà e continuerà per la sua strada” (Commento di Churchill sull’uomo, ne La legge di Murphy, ARTHUR BLOCH, 1988), anche se ne sono tentato.

[11] Si può aggiungere che il concetto di diritto deve, secondo le posizioni istituzionalistiche, contenere l’idea di ordine sociale, nel senso che ogni manifestazione sociale, per il solo fatto che è sociale, è ordinata nei riguardi  dei consociati. Ora, l’ordine sociale dipendente dal diritto non è quello dipendente dall’esistenza di norme positive che disciplinano i rapporti sociali; secondo il commento di N. Bobbio, l’ordine sociale non esclude tali norme “anzi se ne serve e le comprende nella sua orbita, ma nel medesimo tempo le supera e le avanza. In altro senso prima di essere norma, prima di concernere un semplice rapporto o una serie di rapporti sociali è organizzazione, struttura, posizione della stessa società in cui si svolge, e che esso costituisce come unità, come ente a sé stante” (NORBERTO BOBBIO, Teoria della norma giuridica, Torino 1958, p.10).

Questa concezione risale a SANTI ROMANO, oltre che ad altri noti esponenti dell’istituzionalismo, come HAURIOU e SCHMITT (autore, quest’ultimo, del celebre “Le categorie del politico”, a cura di G. Miglio e Paolo Schiera, Bologna, 1972). Per lo studioso istituzionalista gli elementi fondamentali del concetto di diritto sono tre: la società come sostrato dal quale origina il diritto, l’ordine come fine cui il diritto tende, l’organizzazione come mezzo per realizzare l’ordine. Si può dire, perciò in sintesi, che esiste “diritto” quando esiste “ordine sociale organizzato” (v. NORBERTO BOBBIO, Teoria della norma giuridica, Torino 1958, pp.10 e ss). Quest’ultimo è ciò che lo studioso istituzionalista chiama “Istituzione”.

Dei tre elementi citati (società, ordine, organizzazione) quello fondamentale è senz’altro il terzo, nella costruzione istituzionalistica. Società ed ordine sono elementi necessari, ma non sufficienti, senza organizzazione non si darebbe diritto. Prima è possibile che esista un gruppo non organico; ed un gruppo inorganico non è un’istituzione, la quale è un’organizzazione concreta, e non necessariamente provvista di norme positive (v. passatim, SANTI ROMANO, L’ordinamento giuridico, Pisa 1918).

[12] Per la definizione del principio istituzionalistico e sua presentazione rimando a NORBERTO BOBBIO, Teoria della norma giuridica, Torino, 1958, cit. Secondo le tesi di Santi Romano sul punto, il principio istituzionalistico può trovare specificazione in un modello di “società umana organizzata”, le cui apparenze sono piuttosto lontane dai modelli giusnaturalisti e positivistici di una società biologicamente determinata o basata su una meccanica aggregazione di uomini. Il principio trova sua espressione in una società, basata sull’associazione libera, volontaria e progettata, che non esclude l’appartenenza del dato consociato ad una pluralità di istituzioni e che tende a consolidarsi in una organizzazione consuetudinaria, in cui alla meccanica ripetizione dei comportamenti non è estraneo uno spontaneo sentimento di obbligatorietà giuridica e morale. Le consuetudini disegnano, altresì, una organizzazione concreta, in cui vi è assegnazione di ruoli e doveri e sanzioni per i consociati, e che si manifesta come una essenza (l’ordine) della società giuridica stessa (essenzialismo istituzionalista). Una tale concezione, cioè, porta a considerare come enti reali, singolari e individuali le istituzioni come organizzazioni concrete di condotte umane, determinate dal diritto consuetudinario. Non è strano perciò che Santi Romano consideri tali enti, altresì,  distinti dalle singole persone dei consociati e poi includa tra di essi gli aggregati di cose (p.e. un fondo patrimoniale) o persino le associazioni criminali (perchè la qualità morale concreta dei consociati o i loro fini particolari non può essere confusa con i  caratteri, formalmente giuridici, delle regole consuetudinarie dell’ordine “di diritto” dell’istituzione criminale). Da tale punto di vista, l’Autore propone una teoria formalistica del diritto (come istituzione), la cui naturale implicazione concettuale è il “pluralismo” (o indifferentismo) delle istituzioni, la rinuncia ad una ideologia statualistica e il conformismo o indifferentismo etico. In particolare, il conformismo etico dell’istituzionalismo si precisa come la concezione per cui ciò che è eticamente riprovevole, e derivatamente illecito in senso giuridico, è tale solo perchè chi emette un tale giudizio “si conforma” alle regole dell’istituzione, cui aderisce, e condanna la condotta di chi non si adegua alle medesime regole (o perchè alieno da ogni istituzione o perchè fedele alle regole di una diversa istituzione, in conflitto con la prima), ma un osservatore imparziale (cioè alieno da ogni regola ed istituzione, posto che esista), in funzione di arbitro tra i due opposti punti di vista (opposti p.e. come criminalità e Stato), non potrebbe non ritenere le due scelte “indifferenti” o “equivalenti”. V. passatim SANTI ROMANO, L’ordinamento giuridico, Pisa 1918, pp. 14 e ss

[13] Il ridimensionamento dell’importanza del concetto di norma, per la ricostruzione della genesi e della struttura dell’ordine giuridico,  è particolarmente evidente in M. Hauriou. Per tale autore sono le élites a progettare volontariamente, propagare e mettere alla prova del rifiuto o della accettazione popolare talune idee intorno alle   istituzioni sociali. Se, di seguito,  la prova ha buon esito, la vita sociale di una istituzione prende il suo avvio quando la sua idea direttiva, i suoi principi ideologici e strutturali si depositano nel subconscio dei consociati. Detto altrimenti, le istituzioni, implicite nei principi (idee direttive) promulgati dalle élites prendono vita in una società sotto forma di idee subcoscienti e si manifestano sotto forma di fattori subconsci di determinazione del pensiero e dell’azione cosciente. Delle “idee direttive” il concetto è mutuato dalla biologia di Claude Bernard e da altre costruzioni della psicologia positivista. Ne deriva, in particolare, la teoria per cui le organizzazioni sociali non sono necessariamente normative (giacchè le norme sarebbero idee coscienti e pubbliche, al confronto del carattere subcosciente delle idee direttive) e non sono necessariamente giuridiche (il diritto sarebbe una tra le tante possibili forme di organizzazione istituzionale). Pertanto, il “diritto oggettivo”, che include in sè l’ordine pubblico e la legge effettivamente obbedita ed efficace, è una somma di idee subcoscienti che condiziona deterministicamente le idee ed i giudizi coscienti dei consociati intorno all’esistenza e struttura di enti come un contratto, un testamento, una banca, la moneta, ecc. La serie dei giudizi coscienti dei consociati sull’ordine giuridico, invece, è ciò che Hauriou considera “diritto soggettivo” (v. M. HAURIOU, Teoria dell’istituzione e della fondazione, a cura di W. Cesarini Sforza, Milano, 1967, Giuffrè, pp. 26 e ss).

[14] v. la nota precedente su M. Hauriou per un modello “ricorsivo” di determinazione deliberativa e cosciente di un ordine giuridico che diviene subconscia e di seguito di nuovo conscia, sotto forma di diritto soggettivo. Vi è la stessa dialettica tra innovazione e tradizione, tra oggettivo e soggettivo, tra fatto e regola, che dissolve il primato oggettivistico e sostanzialistico della legge, in favore di una rete di relazioni dinamiche e fluide tra contesto sociale e ordine. Paradigmatica è la posizione che, con nuove termine oggi definiremmo “ricorsiva”, di Karl Schmitt, la cui teoria istituzionalista usa o autorizza questa dialettica circolare sia nel momento in cui teorizzò il Nòmos originario, quale chiave di lettura dell’ordine giuridico, che in quello in cui aderì al decisionismo estremo. Dal punto di vista espositivo, la teoria di K. Schmitt ha un movimento evolutivo che solo nella sua ultima fase perviene a posizioni completamente istituzionalistiche. Si partirà, in questa nota, dalla considerazione della sua prima fase, il decisionismo.

Il decisionismo fu una filosofia giuridica di stampo formalistico che Schmitt elaborò, in antitesi polemica con il campo ed i metodi della sociologia giuridica. Per essa, l’ordine giuridico dipende da un atto personale del potere, imputabile ad un soggetto materialmente capace di instaurare l’ordine medesimo, ponendo fine ad uno stato di disordine sociale o insicurezza (c.d. “stato di eccezione”). Di tale decisione è irrilevante il contenuto, il contenuto come anche le modalità con cui è adottata, ciò che conta è che essa si risolva in un atto di “forza” sovrana, e di natura originaria, rispetto al quale sono derivati (e non originari) le norme ed il loro ordinamento. Di qui la critica indirizzata al normativismo, di cui si contesta il carattere originario, depsicologizzato, astratto, la durevolezza nel tempo indipendentemente da esseri umani, l’indipendenza semantica dalle istanze personali che ne avevano giustificato l’emanazione (v. su K.SCHMITT: La crisi dello jus publicum europeo. Saggio su Karl Schmitt, P. Jovene, Ed. Sansoni, 1984, pp. 42 e ss). La ricorsività circolare di questa tesi la si riscontra, p.e. nel fatto che la decisione sovrana è implicata dalle norme, come loro presupposto, e che la decisione sovrana richieda a suo presupposto un ordinamento che garantisce la vita del sovrano.

Nella seconda fase del suo pensiero, l’originario del diritto è riconosciuto nell’istituzione come organizzazione materiale e reale della società. Questa realtà originaria prescinde dalla dicotomia concettuale essere-dover essere (sein-sollen); essa è la divisione o delimitazione originaria, la prima occupazione e divisione della terra, dalla quale scaturisce un ordine economico, sociale e politico (v. ALFONSO CATANIA, Schmitt e Romano, nel volume “Diritto tra forza e consenso”, Einaudi, 1984, pp. 142 e ss). Nell’opera “Il diritto della terra nella crisi dello jus publicum europeo”, Schmitt espone, pertanto, la sua teoria dell’ “ordinamento concreto”; quest’ultimo è la relazione tra un popolo e la terra che abita, sicchè, in modo particolare, l’istituzione originaria non è nè una semplice idea subconscia (Hauriou) o una organizzazione consuetudinaria (Romano), è bensì, in modo più ampio, l’olistica divisione, distribuzione e appropriazione della terra, cioè lo statuto reale di conformazione della presenza su un territorio di un popolo, statuto fenomenico ed empirico di spartizione, conquista e coltivazione del mondo (esiti, questi, di azioni che si ritrovano tutte nel verbo greco  “nemein”, da cui deriva il sostantivo “Nomos”). Degno di considerazione, infine, è il fatto che anche in questo caso, il ruolo delle norme è ridotto a quello di derivato eventuale dell’atto popolare di stanziamento sul territorio. Ma anche questa tesi presenta elementi di ricorsività: lo stanziamento suppone un popolo che dipende dalle norme per condurre la conquista, la spartizione, la coltivazione, e nulla impedisce che dal Nomos originario continuino a proliferare altre norme, che costituirano l’ordinamento di un altro popolo, che si stanzierà altrove, che delimiterà in modo originario un altro mondo.

[15] v. al riguardo EDGAR MORIN, Le vie della complessità, in AA.VV., La sfida della complessità, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, ed. Feltrinelli, Milano, 1997, pp.53 e ss

[16] Mi dolgo del fatto che il chiarimento compiuto con le battute di cui sopra non sia perfetto, ma si provi ad immaginare una sola legge della Repubblica come debitrice della sua vita ad un molteplice e variopinto complicarsi di credenze sulla sua esistenza, alla quasi meccanica ripetizione di azioni sociali conformi a quelle credenze e poi si immagini che la legge crei quelle credenze, insinuandosi nella mente di ogni cittadino come una visione, sia pure imperfetta, dell’intero ordine sociale. Si fantastichi anche sul fatto che  una legge è l’effetto inintenzionale di ogni singola azione sociale, le quali compongono intricati sistemi di interazione, interferenza, sovrapposizione fino a formare l’educazione civica dei nostri legislatori, sicchè ogni prescrizione risenta della eco di cento o mille anni di storia.

[17] Per la panoramica generale sulla teoria istituzionalistica rinvio ancora a NORBERTO BOBBIO, Teoria della norma giuridica, cit.

[18] Il tutto degli istituzionalisti è, nella mia opinione, forse speculativa, la proposta di un circolo retro-attivo, ricorsivo, ologrammatico tra società, organizzazione, diritto, ordine e poi di nuovo società, organizzazione e diritto.

Cioè nulla di riducibile ad un perpetuo superamento in evoluzione dialettica, verso tappe superiori di raffinatezza spirituale di uno spirito assoluto, perchè l’istituzione è, mi si passi la metafora, piuttosto “materia” organica in perpetuo moto circolare.

Nè d’altra parte le relazioni dell’istituzione sono un diamantino sistema di relazioni lineari tra strutture e sovrastrutture, nè vi è nell’istituzione una ferrea coscienza di classe, bensì consuetudini; nè vi è una sistematica alienazione di forze o una negazione di forze vive.

Infatti, nulla nell’istituzione è meccanicamente represso, ma al contrario tutto nelle classi è inintenzionale e nulla è mai cosciente, bensì ogni atto si avvolge in una complessa rete di “spiegazioni” tutte circolari, tutte auto-riflessive, autoreferenziali, canoniche come un concerto barocco attorcigliato su sè stesso.

[19] v. passatim N.MACCORMICK e O. WEIMBERGER, Il diritto come istituzione, Giuffrè, Milano, 1990

[20] v. NORBERTO BOBBIO, Teoria della norma giuridica, Giappichelli, torino, 1958, pp. 3 e ss

[21] v. NORBERTO BOBBIO, Teoria della norma giuridica, cit.

[22] v. NORBERTO BOBBIO, Teoria della norma giuridica, cit.

[23] Si considerino i repertori di esempi prodotti da Richard Dworkin in V.R.DWORKIN, Taking Right Seriously, Duckworth, London, 1978 oppure V.R.DWORKIN, Legal Theory and the Problem of Sense, Duckworth, London, 1978

[24] Alludo agli autori della revisione dell’istituzionalismo di cui si parlerà meglio in seguito, come compiutamente espressa in N.MACCORMICK e O. WEIMBERGER, Il diritto come istituzione, Giuffrè, Milano, 1990

[25] N.MACCORMICK e O. WEIMBERGER, Il diritto come istituzione, cit., pp. 85 e ss

[26] N.MACCORMICK e O. WEIMBERGER, Il diritto come istituzione, cit., p. 83

[27] p.e. analogia  juris, analogia legis o riferimento a principi dell’ordinamento, interpretazione restrittiva, estensiva, evolutiva, conforme al testo costituzionale, ecc.

[28] N.MACCORMICK e O. WEIMBERGER, Il diritto come istituzione, cit., p. 85; in Italia, d’altro lato, il principale esperto in tema di teoria della intepretazione, in stretto riferimento alla problematica dei principi, E. BETTI, parla esplicitamente di “etero-integrazione” del sistema legale delle norme positive, in forza dei c.d. “principi generali del diritto” e di effettivo superamento dei ristretti confini logici , convenzionali e autoritativi del diritto oggettivo (uniamente al caso del c.d. “giudizio di equità”). “L’uno di tali strumenti (di eterointegrazione) è costituito dai principi generali del diritto, se ed in quanto possa essere loro riconosciuta una forza di espansione, non meramente logica, ma assiologica, tale da andare ben oltre le soluzioni legislative determinate dalle loro valutazioni e quindi tale da trascendere il mero diritto positivo” (v. E. BETTI, Interpretazione della legge e degli atti giuridici, Milano, 1949, p.52).

[29] v., sul punto dei rapporti tra principi e norme, N.MACCORMICK e O. WEIMBERGER, Il diritto come istituzione, cit., pp. 86 e 89

[30] N.MACCORMICK e O. WEIMBERGER, Il diritto come istituzione, cit., p. 89

[31] N.MACCORMICK e O. WEIMBERGER, Il diritto come istituzione, cit., ibidem; la flessibilità delle norme può essere intesa sia come il fatto che è costitutivamente incompleto il numero dei requisiti di legalità che ogni singola norma fissa per la fattispecie che regola, sia nel senso il giudice può escogitare, richiamandosi a principi generali, condizioni di validità ulteriori (flessibilità in senso espansivo delle norme) o anche incompatibili rispetto a quelle determinate dalle norme (flessibilità in senso restrittivo).

[32] N.MACCORMICK e O. WEIMBERGER, Il diritto come istituzione, cit.,p.91

[33] N.MACCORMICK e O. WEIMBERGER, Il diritto come istituzione, cit., ibidem

[34] v. H.L.A. HART, The Concept of  Law, Clarendon Law series, 1961, pp. 60 ss

[35] H.L.A. HART, The Concept of  Law, cit., pp. 77 ss

[36] H.L.A. HART, The Concept of  Law, cit., pp. 50 ss

[37] v. JOHN SEARLE, Atti Linguistici, trad. it. di Raimondo Cardona, Boringhieri, Torino, 1969, pp.82 ss

[38] JOHN SEARLE, Atti Linguistici, cit., p. 82

[39] JOHN SEARLE, ibidem

[40] JOHN SEARLE, ibidem

[41] JOHN SEARLE, Atti Linguistici, cit., p. 65-66

[42] JOHN SEARLE, Atti Linguistici, cit., p. 65-66-77-85

[43] JOHN SEARLE, Atti Linguistici, cit., p.77

[44] Un tale ordine di spiegazione è deducibile da GAETANO CARCATERRA, La forza costitutiva della norme, Ed. La Comunità, oltre che, più precisamente, dello stesso autore, da Metodologia Giuridica, in Corso di studi superiori legislativi, Padova, CEDAM, 1990, pp. 122 e ss. A G. Carcaterra va anche riconosciuta una ricca elaborazione dei tipi di linguaggio illocutivo o performativo del diritto, ne La forza costitutiva delle norme. Nelle pagine citate di Metodologia Giuridica, invece, l’autore, facendo riferimento all’opera dell’AUSTIN (How doing things with words), identifica nei performativi verdittivi (io condanno, io assolvo, ecc.) il linguaggio d’elezione degli atti giudiziali, nei performativi esercitivi (io autorizzo, io nomino, ecc.) quello  degli atti amministrativi e legislativi e nei performativi impegnativi (io prometto di, mi obbligo a, ecc.) quello degli atti di autonomia negoziale.

[45] Il termine storicismo è usato nell’accezione con cui ne tratterò in K.R. POPPER, Il pensiero essenziale, a cura di D. Miller, Armando, Roma,  1998, pp. 323 e ss, si tratta dei parr.12, 14-16 e 27 dell’Introduzione di Miseria dello storicismo, Milano, Feltrinelli, 1975.

[46] Se non si possono conoscere tutti gli usi (giochi) di un linguaggio prescrittivo, e se gli usi sono il significato delle prescrizioni, allora “Il Senso”, con la “s” maiuscola, di una norma non può essere discreto, deve essere molteplice, polivalente e quindi vago.

[47] Tutte le osservazioni che seguono si ispirano all’opera Miseria dello Storicismo di K.R.POPPER, trad. it., Milano, 1954, pp.7-107

[48] v. DARIO ANTISERI, K.R. Popper. Epistemologia e società aperta, Ed. Armando, Roma, 1972, pp.183-184. Personalmente intendo una affermazione del genere in diversi modi. In primo luogo, ho l’impressione che asserisca delle scienze sociali che abbiano troppi metodi, troppo rigidi, essenzialisti e poco problematici, nella misura in cui sono metodi che tendono a sopprimere il senso critico e ad intendere i confronti tra teorie rivali o come guerre dogmatiche o occasioni di eclettismo. In secondo luogo, l’inaffidabilità del metodo può riguardarsi anche come generale dispregio o incapacità delle scienze sociali a sottoporre a critica le proprie teorie per mezzo dell’esperienza.

[49] DARIO ANTISERI, K.R. Popper. Epistemologia e società aperta, cit., pp.184-187. Le scienze sociali, che, tra gli altri scopi,  potrebbero occuparsi delle leggi scientifiche esplicative del contesto sociale in cui maturano i principi del diritto, hanno già sperimentato l’applicazione di alcuni metodi. Nel passato, p.e., si tentò di estendere il metodo di una scienza naturale, la fisica, alla psicologia (Wundt), con qualche delusione, o all’economia (Mill), con un parziale fallimento (le borse valori di oggi sono esempio sufficiente di imprevedibilità matematica!). Tali tentativi rientrano nell’orbita di quella classe di scienze sociali che Popper ha definito “proto-naturalistiche”, sì da contrapporle alle scienze sociali che hanno sempre negato l’ammissibilità di tali esperimenti metodologici, e che il nostro autore designa con l’aggettivo “anti-naturalistiche” (e che associa più strettamente allo “storicismo” come studio delle leggi della storia, presa come un tutto organico.

[50] DARIO ANTISERI, K.R. Popper. Epistemologia e società aperta, cit., ibidem. Ma in entrambi i casi, dato che lo scienziato sociale o lo storico è parte della storia e della società, lo studio dei  relativi fenomeni è sempre “empatico”, sicchè le leggi storiche o sociali sono sempre regolarità di “tutti organici” tra fenomeni e “osservatore”. Peraltro, prova, osservazione e previsione sono più discrete e selettive per il protonaturalismo, vale a dire concernono fatti singolari (si occupano p.e. del “livello dei prezzi nel 1986”), ma tali fatti sono irripetibili e, visto che la previsione è impossibile, proprio perchè non possono elaborarsi per mezzo di fatti irripetibili leggi universali, – allora i protonaturalisti negano la possibilità di leggi universali della storia.  Previsione, prova e osservazione sono, invece, più olistiche, per gli antinaturalisti, in quanto riguardano non fatti singoli, bensì complessi di molteplici fatti (concernono, cioè, p.e. il “pensiero postmoderno delle società occidentali”). Ciò può essere meglio inteso, tra l’altro, dicendo che per gli antinaturalisti l’osservazione, in particolare, dei fenomeni sociali è olistica dal momento che l’osservatore è anche un “osservato”, sicchè l’empatia (o l’ “embricamento”) dello studioso nei riguardi della società studiata abbatte i confini discreti tra i fenomeni, i quali devono essere presi “come un tutto” e “con tutto” il sapere dello studioso e “secondo tutti gli aspetti” delle discipline di cui ha conoscenza. Perciò sia la prova delle leggi scientifiche elaborate, per mezzo dell’osservazione olistica, che la previsione, per mezzo delle leggi, deve esercitarsi, per lo storicista dell’antinaturalismo, solo su grandi epoche, età, grandi estensioni di Storia (p.e. l’economia capitalista, l’età feudale, l’età antica, la grecità, il moderno, il postmoderno, ecc.), divenendo uno studio in cui l’intera età sociale non è più una mera somma divisibile di eventi, ma un evento unico con l’osservatore, proprio perchè gli osservatori sono embricati con le osservazioni e il panorama delle condizioni iniziali, cui applicare le leggi per lo scopo di  formulare previsioni, è sempre quello di unità composte, complesse, organiche di popoli, istituzioni e studiosi individuali. Ciò è vero, però, in buona misura, anche per i protonaturalisti, i quali non escludono la predetta empatia tra osservatore ed osservato.

[51] DARIO ANTISERI, K.R. Popper. Epistemologia e società aperta, cit., ibidem. Per Popper, anche gli storicismi antinaturalisti sono stati, in qualche misura, “proto-naturalisti”, ed hanno dichiarato la possibilità di leggi storiche, nonostante questo assunto sia in contrasto con il fatto che lo storico possa solo vivere e non conoscere la storia e con il concetto di storia come sequenza di eventi irripetibili e congiunti in un tutto organico sia del tutto incompatibile con “leggi teoriche della storia” (v. DARIO ANTISERI, K.R. Popper. Epistemologia e società aperta, cit., pp. 186 e ss). Infatti, p.e. il marxismo ha attribuito una, sia pur limitata, validità alle scienze sociali esplicative come la sociologia, la psicologia e l’economia. Esse avrebbero comunque disposto di osservazioni a largo raggio, come le cronache degli avvenimenti sociali (p.e. in sociologia), su cui sono state elaborate teorie costituenti una sorta di “Storia teorica” che effettua, per mezzo di leggi storiche previsioni di 1)tendenze di transizione da un’epoca all’altra (profezie storiciste, secondo il lessico popperiano) e 2) strumenti di resistenza o ausilio alla transizione verso il nuovo (previsioni di storia, per così dire, “tecnologica”) [ma si consideri, al riguardo, che per Marx sarebbe stato possibile solo un “ausilio” verso la transizione, perchè una società non può mutare il corso della storia, ma può solo “abbreviare e attenuare le doglie del parto”, v. K. MARX, Il Capitale, vol. I, trad. it., Roma, 1964, p.33].

Per il resto, l’inutilità previsionale delle tendenze storicistiche è giustificata da Popper nel modo seguente.  Non si possono trarre conseguenze particolari sottoponibili a falsificazione empirica, 1) sia perchè il momento storico presente, cui applicare la legge-tendenziale per trarne una previsione, è irripetibile, organico e complesso (il che rende imprevedibile un domani che sarà poco uniforme, poco discreto e poco semplice come l’oggi), 2) sia perchè nel fare una previsione lo scienziato storicista e olistico “non conosce” bensì vive “empaticamente” la realtà, e vivere non è, di fatto, un conoscere aspetti oggettivi e selettivi della realtà.

[52] DARIO ANTISERI, K.R. Popper. Epistemologia e società aperta, cit., pp.190-199

[53] DARIO ANTISERI, K.R. Popper. Epistemologia e società aperta, cit., ibidem. Il metodo della meccanica sociale a corto raggio dovrebbe essere contrapposto a quello della c.d. “meccanica sociale olistica”, nella cui orbita ricadono i sopra tratteggiati approcci del protonaturalismo e dell’antinaturalismo.

Subito compio, tuttavia, una precisazione: non esporrò il metodo della “meccanica sociale a corto raggio”, per la sua particolare capacità di risolvere definitivamente le difficoltà degli olismi o degli storicismi. Ma unicamente al fine, provvisorio, di vagliarne il valore di forte obiezione alla scientificità delle scienze sociali.

Infatti, secondo Popper, se “i metodi” delle scienze naturali suppongono una sostanziale unità di famiglia determinata dall’uso generalmente invalso della spiegazione causale, della previsione per fini tecnici (o di controllo di eventi futuri) e della sperimentazione (quale prova delle ipotesi scientifiche), ora, sia le spiegazioni storiche protonaturalistiche che quelle antinaturalistiche rifuggirebbero propriamente:

1) dal cercare cause relative dei fenomeni sociali (dato che sia i fatti singolari, per i protonaturalisti, che i complessi di fatti, per gli antinaturalisti, sono totalità organiche),

2) da osservazioni oggettive e selettive (data la fiducia riposta nell’affidabilità dell’empatia tra osservatore ed osservato degli antinaturalisti),

3) da previsioni universali per mezzo di leggi storiche (dichiarate anzi impossibili dai protonaturalisti).

Se ciò è vero, la meccanica o dinamica dei corpi sociali, non consentendo previsioni, sperimentazioni e formulazione di leggi, è, in realtà, una “non-meccanica”, non è scienza, è al massimo interpretazione tipologica di cronache storiche, con l’esito, secondo il nostro autore, di determinare la ricaduta delle attuali discipline storiche nell’oscurantismo essenzialistico dei primordi delle scienze naturali. Segue che lo storicismo, così inteso, è povero, misero perché non fa uso del metodo di famiglia delle scienze naturali (sperimentazione, previsione, spiegazione causale).

[54] DARIO ANTISERI, K.R. Popper. Epistemologia e società aperta, cit., ibidem. Il tipo di storia della società, che deriva dall’uso del o dei metodi della meccanica sociale a corto raggio, è giustamente definito da Popper come sociologia. Le relative leggi sociologiche devono essere poste in forma tale da poter essere falsificate (giacchè per Popper la verifica induttiva ed empirica non offre quelle garanzie di “realismo obiettivo”, che invece sono date dalla confutazione per mezzo dell’esperienza di conseguenze ipotetiche dedotte da teorie audaci). Perciò devono trovarsi  nella forma per cui prevedono, deduttivamente, fatti determinati e puntuali che “non possono accadere” (“il dato principio non sarà applicato tra dieci anni”), in modo tale da permettere quel “rischio”, del venire in contatto con l’autentica realtà delle cose, che solo l’esperimento confutatorio (falsificazionista) può offrire.

Le leggi sociologiche, che di seguito sono elaborate, compongono un quadro di conoscenze puntuali su singole “istituzioni sociali” (termine piuttosto lato in cui si possono includere: il danaro, le attività commerciali, una scuola, un tribunale, un sistema educativo, un corpo di polizia, un ordinamento normativo oppure un sistema di principi giuridici dottrinali, ecc.), che può,  tra l’altro, consentire interventi tecnologici, in pari modo, puntuali sulle predette istituzioni, senza pretesa nè di una conoscenza nè di un intervento tecnico sul “tutto” della società. Questo secondo ordine di pretese, completamente irrispettoso di un attento controllo empirico confutatorio delle teorie storiche e scientifico-sociali, appartiene, invece, agli storicismi protonaturalisti e antinaturalisti (latori della c.d. meccanica sociale olistica),  e si articola in due assunti: 1) l’idea che sia possibile una conoscenza olistica o di fatti sociali e storici singolari (protonaturalismo) o dell’intera società e della storia (antinaturalismo); 2) l’idea che, tecnologicamente, sia possibile ed auspicabile, anche eticamente, una pianificazione centralizzata della società e della storia, attraverso il possesso di posizioni chiave in seno alle istituzioni.

Il secondo assunto, in particolare, è errato, per Popper, sia a causa degli effetti inintenzionali e incontrollabili della pianificazione sia a causa dell’uso da parte dei pianificatori, per ridurre gli effetti inintenzionali, di interventi a corto raggio (il che è una contraddizione pragmatica), capillari e incontrollati (nel senso che non fanno alcun tesoro degli errori compiuti, data l’acritica fiducia nel piano) o intolleranti delle variabili personali o disinteressati alle conseguenze negative o, talora, esplicitamente violente e dogmatiche, che finiscono per obliterare in modo autoritativo ogni segnale di inadeguatezza della pianificazione agli stessi ideali di “ofelimia” iniziali.

Peraltro, una conoscenza organica della società, blocca le ineludibili smentite dell’esperienza, in senso gnoseologico e prelude, in senso tecnologico, alla pianificazione utopistica o del mutamento dell’ “intero sociale e storico”, profetando “crolli sociali” da dirigere (p.e. marxismo leninista), o intendendo fermare completamente l’evoluzione e conservere l’intero assetto sociale preesistente (storicismo conservatore).

[55] Le precedenti pagine e note confortano questa tesi.

[56] v. l’ampia e ragionevole difesa di tali discipline da parte di STEPHEN JAY GOULD, globalmente contenuta nel  testo dal titolo La vita meravigliosa: i fossili di Burgess e la natura della storia, Feltrinelli, Milano, 1990. L’intero libro ha un valore del tutto indipendente dalla materia trattata, è una sorta di manifesto del legittimo statuto della geologia, della paleontologia e del pazientissimo lavoro di accumulazione di sapere qualitativo, vago, storico, non quantitativo, da Darwin in poi, su un fenomeno “storico” e singolare come la vita su questa terra. La tesi del libro merita di essere ricordata, oltre che per l’altissimo valore tematico, anche per il suo contenuto metodologico, gravido di conseguenze per sé. Nel libro è sostenuta la tesi tanto stupefacente quanto verosimile, che l’evoluzione non abbia nulla di prevedibile, che sia sprovvista di tendenze e che, sebbene scorra come un flusso storico rigidamente causale, abbia sia svolte puntuali, in brevissimi periodi di tempo su scala geologica (come il Cambriano dei fossili di Burgess), del tutto contingenti ed esplosive (furiose decimazioni di phyla, famiglie, generi e/o esplosioni di profonda diversificazione), sia da lunghissime fasi di stasi evolutiva. Il che suona sia come una critica dell’ineluttabilità del progresso evolutivo continuo e ottimistico (teorizzata anche da qualche pensatore religioso di area inglese e non), cui si sostituisce un’idea di caos e decimazioni apocalittiche e/o imprevisti fiat lux, sia come proposta di una visione caotico-deterministica della vita, che non è improprio definire rivoluzionaria.

[57] DARIO ANTISERI, K.R. Popper. Epistemologia e società aperta, cit., pp. 199 e ss

[58] Dario Antiseri riporta in modo convincente e convinto queste tesi riduzioniste; v. DARIO ANTISERI, K.R. Popper. Epistemologia e società aperta, cit., pp. 199-202

[59] DARIO ANTISERI, K.R. Popper. Epistemologia e società aperta, cit.

[60] Il materiale per le presenti osservazioni critiche deriva sempre da DARIO ANTISERI, K.R. Popper. Epistemologia e società aperta, cit.

[61] v. La presente tesi si occuperà più diffusamente della bibliografia di questa insiemistica in seguito, per ora basti il rinvio a BART KOSKO, Il Fuzzy-Pensiero, Teoria e Applicazioni della Logica Fuzzy, Baldini & Castoldi, Milano, 1995, pp. 65-78

[62] Valga il remoto esempio, per tale concezione di  T. HOBBES, De cive, I, 5 e ss., trad. it., Torino, 1972

[63] v. il significativo contributo di FRANCESCO TODESCAN (Il problema del volontarismo in Hobbes, in  AA.VV., Cultura moderna e interpretazione classica, Cedam, Padova, 1997, pp. 169 ss) alla ricostruzione della desacralizzazione del potere nell’età moderna, di cui vi è ampia traccia nelle costruzioni giuspositiviste.

[64] Per il concetto moderno di legge come calcolo di fenomeni sociali, in contrapposizione alla concezione classica e problematica della legge come potenzialità irrisolta e in perpetua crisi, v. MAURIZIO MANZIN, La natura del potere ama nascondersi, in AA.VV., Cultura moderna e interpretazione classica, cit., pp.97 e ss

[65] Al riguardo è illuminante ed esemplare la posizione di Cesare Beccaria, il quale auspicò una vera e propria estensione dei metodi della meccanica newtoniana, allo studio dei comportamenti sociali, vedasi sul tema FRANCESCA ZANUSO in Utilitarismo ed Umanitarismo nella concezione penale di Cesare Beccaria, in AA.VV., Cultura moderna e interpretazione classica, cit., pp. 180-185; l’autrice espone una panoramica sul pensiero dell’autore illuminista del ‘700, che si sofferma in particolar modo sulla tema della simmetria o, se si vuole, dell’isomorfismo tra i consociati e i fluidi di un sistema di meccanica razionale governato dalla forza di gravità: il piacere sarebbe la forza, in modo analogo alla gravità, che attrae fenomenicamente i cittadini verso la norma o la devianza, di tale attrazione sarà possibile un calcolo matematico, come lo sarà di una cascata d’acqua verso il baricentro ribassato di una valle.

[66] Nel pensiero di questo secolo questa categoria riceve grande attenzione da parte del pensiero filosofico, come un recente saggio sulla crisi della legge mette in luce. V. PAOLO MORO, L’essenza delle legge, in AA.VV., Cultura moderna e interpretazione classica, CEDAM, Padova, 1997, pp. 114 ss, cfr. LUDWIG WITTGENSTEIN, Pensieri diversi, Adelphi, Milano, 1998, pp. 26 ss ; MASSIMO CACCIARI, Krìsis. Saggio sulla crisi del pensiero negativo da Nietzsche a Wittgenstein, Feltrinelli, Milano, 1976 e MICHELE MARCHETTO, La crisi. Scacco della ragione e dissoluzione del soggetto nel pensiero contemporaneo, SEI, Torino (in corso di pubblicazione)

[67] PAOLO MORO, L’essenza delle legge, cit. ibidem

[68] Non possibile dare una precisa indicazione del pensiero di Bacone sul punto senza rimandare in modo impreciso ad alcuni testi come i seguenti: MARIO MELCHIONDA, Gli Essayes di Francis Bacon: studio introduttivo, testo critico e commento, Firenze, L. S. Olschki, 1979; PAOLO ROSSI, Il pensiero di Francis Bacon : una antologia dagli scritti, a cura di Paolo Rossi, Torino, Loescher, 1971; FRANCIS BACON, La Nuova logica: libro 1, Laterza & F.i, Bari, 1948;

e più genericamente FRANCIS BACON, Novum organum, a cura e con un’introduzione di Enrico De Mas,  Edizione Universale Laterza, Bari. Lo stesso deve dirsi di Kant, per il quale può semplicemente farsi rimando generico e cumulativo alle parti dedicate all’estetica, all’analitica e alla dialettica trascendentale in IMMANUEL KANT, Critica della ragion pura, Introduzione di Vittorio Mathieu, 8. ed ,Bari, Roma, Laterza, 1995.

[69] HENRI POINCARE’, ne Il valore della scienza, a cura di F. Albergamo, La nuova Italia, Firenze, 1947, p. 15, scrive: “la scienza non è che una regola d’azione. Non ci è possibile conoscere nulla, ma siamo imbarcati e siamo costretti ad agire, e così, a caso, ci siamo fissati della regola. E’ l’insieme delle regole che si dice scienza. Allo stesso modo, gli uomini desiderosi di divertirsi, hanno istituito alcune regole di gioco, come ad esempio quelle del tric-trac, che potrebbero, meglio che la stessa scienza, appoggiarsi al consenso universale. Allo stesso mondo, essendo costretti a scegliere, ma incapaci di scegliere lanciano in aria una moneta. La regola del tric-trac è certamente una regola d’azione come la scienza, ma è davvero da credere che il paragone sia giusto e che non vediamo la differenza? Le regole del gioco sono delle convenzioni arbitrarie e avremo potuto adottare la convenzione opposta che non sarebbe stata meno buona dell’altra. Al contrario, la scienza è una regola d’azione che riesce almeno in linea generale; mentre aggiungo, la regola contraria non sarebbe riuscita. Se dico: per produrre idrogeno fate agire un acido sullo zinco, io formulo una regola d’azione che riesce; avrei potuto dire. Fate agire dell’acqua distillata sull’oro; e anche questa sarebbe una regola, soltanto che non sarebbe riuscita. Se dunque le ricette “scientifiche” hanno un valore, come regole d’azione ciò dipende dal fatto che noi sappiamo che esse riescono, almeno generalmente. Ma saper questo vuol dire qualcosa, e allora perché venite a dire che non possiamo conoscere nulla? La scienza prevede e proprio perché prevede può essere utile e servire di regola d’azione”. Dello stesso autore vedi La scienza e l’ipotesi, a cura di F. Albergamo, La nuova Italia, Firenze, 1949.

[70] v. ERNST MACH, L’analisi delle sensazioni, 1900, per una spiegazione del ruolo attivo del soggetto nel modellare l’esperienza, infatti “colori, suoni, calori, pressioni, spazi, tempi, ecc. sono connessi tra loro in modo molteplice ed ad essi sono legati disposizioni, sentimenti e volizioni. Da questo tessuto emerge ciò che è relativamente più stabile e durevole, imprimendosi nella memoria ed esprimendosi nella parola. Come relativamente più durevoli si segnalano innanzitutto complessi coordinati (funzionalmente) nello spazio e nel tempo di colori, suoni, pressioni, ecc. il quali proprio perciò assumono nomi specifici e vengono indicati come corpi (Körper). Tali complessi non sono affatto persistenti in assoluto…Come relativamente persistente ci si presenta inoltre quel complesso di ricordi, disposizioni, sentimenti, legato ad un determinato corpo (Leib), che viene designato come <<io>>”, citato in G. REALE – D. ANTISERI, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, cit., p. 310. Per l’idea, invece, relativa alla sintesi economica delle esperienza, tipica della scienza, v. La meccanica nel suo sviluppo storico-critico, 1883, in cui scrive: “Tutta la scienza ha lo scopo di sostituire, ossia di economizzare esperienze mediante la riproduzione e l’anticipazione di fatti nel pensiero. Queste riproduzioni sono più maneggevoli dell’esperienza diretta…Non occorrono riflessioni molto profonde per rendersi conto che la funzione economica della scienza coincide con la sua stessa essenza…Conoscenze sperimentali di intere generazioni diventano possesso di quelle successive per mezzo di scritti conservati nelle biblioteche. Anche il linguaggio, che è il mezzo della comunicazione, è uno strumento economico.”, citato in G. REALE – D. ANTISERI, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, cit., p. 313-314. V., infine, per un profilo generale del pensiero dell’autore  A. DELIA, E. Mach, La nuova Italia, Firenze, 1971.

[71] Valgano, per una immediata definizione bibliografica di una tale concezione ontologica, le seguenti proposizioni tratte da L. WITTGENSTEIN, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, a cura di A. G. Conte, Einaudi,  Torino, 1979: “Il mondo si divide in fatti” (prop.1.1), “Ciò che accade, il fatto, è l’esistenza di fatti atomici” (prop. 2), “Il fatto atomico è una combinazione di oggetti (entità, cose)” (prop.2.01), “Noi ci facciamo delle raffigurazioni dei fatti” (prop. 2.1), “La raffigurazione è un modello della realtà” (prop. 2.12), “Ciò che la raffigurazione deve avere in comune con la realtà per poterla raffigurare – esattamente o falsamente – secondo la propria maniera, è la forma di raffigurazione” (prop. 2.17).  [Il Tractatus uscì nel 1921 negli “Annalen der Naturphilosophie”, XIV, 3-4, pp.185-262]. Peraltro, è da considerare la teoria delle descrizioni di Russell e Peano, per cui il soggetto pensa sempre i fatti  all’interno di coordinate logiche di classi, numeri, ecc. le quali esprimono una formalità logica indipendente dalla mente che la pensa. P.e.  la relazione logica Se A= B e B=C, allora A=C, esiste indipendentemente dal soggetto che la pensa, esiste ed è sempre vera. In tal modo, si opera una scissione tra “sostanza dei fatti”, che è contingente o riducibile a credenza più o meno pre-logica e “forma logica” degli stessi, quest’ultima è oggetto di descrizione; v. passatim B. RUSSELL, Quattro conferenze, conf. 2a, Il club del libro, 1981.

[72] Richard Avenarius nasce a Parigi nel 1843 da genitori tedeschi originari di Lipsia, studia filosofia e fisiologia a Lipsia e Berlino. Si laurea  nel 1868. Nel 1876 fonda, insieme a Wilhelm Wundt ed altri, la “Rivista trimestrale di filosofia scientifica”, dal 1877 insegna filosofia induttiva presso l’Università di Zurigo. Nel 1876 pubblica lo scritto Filosofia come pensiero del mondo secondo il principio del minimo dispendio di forza. Prolegomeni ad una critica dell’esperienza pura. A quest’ultimo lavoro si collega la principale opera di Avenarius: Critica dell’esperienza pura, in due volume. Risale al 1891 Il concetto umano del mondo. V per le presenti note biografiche G. REALE – D. ANTISERI, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, ed. La Scuola, Brescia, 1983, p. 305

[73] L’esperienza pura cui Avenarius fa riferimento è quella espressa verbalmente: “Una qualsiasi parte costitutiva del nostro ambiente si trova con gli individui umani in un rapporto tale che, posta quella, questi asseriscono una esperienza: <<qualcosa viene esperito, ecc.>>, ecc.”, e più chiaramente: “Si conviene che se il costituente dell’ambiente è il presupposto dell’asserzione quest’ultima si pone com’esperienza”. Non solo ,“sempre nello spazio davanti a noi c’è da una parte un ambiente con molteplici costituenti, dall’altro individuo umano che fanno molteplici asserzioni, e … i costituenti dell’ambiente formano i presupposti di ciò che si asserisce”. L’ambiente (che Avenarius designa con il simbolo R) determina le espressioni umane (simbolizzate con E), attraverso il sistema nervoso (designato da C) dell’individuo che si esprime. Ne segue che l’esperienza è una continua reazione vitale dell’organismo all’ambiente. Nell’esperienza pura ogni individuo si trova dinanzi  a situazioni di fatto nelle quali quel che autenticamente e originariamente si ha, è un ambiente ed altri individui legati in una coordinazione “che non può essere sciolta”. Inoltre “Io e l’ambiente stanno assolutamente sulla stessa linea per quanto riguarda il loro essere dato”. In buona sostanza ciò che può descriversi è l’esperienza di un’interazione tra ambiente e sistema nervoso dell’individuo, il che è un evento biologico i cui costituenti sono gli “elementi” (designati da espressioni come verde, blu, freddo, caldo, duro, morbido, dolce, acre, ecc.) e i “caratteri” (espressi da qualificazioni come piacevole, spiacevole, bello, brutto, antipatico, benefico, antipatico, ecc.). Gli elementi potremo dirli descrizioni di sensazioni, i caratteri come esprimenti rapporti tra l’io e l’ambiente, rapporti quali: il piacere e il dolore, la medesimezza e l’alterità, il familiare e il non familiare, ecc. Lo schema è però metafisico in quanto al di là degli elementi e dei caratteri non c’è altro. Questa è la ragione per cui Avenarius elimina la dicotomia tra soggetto e oggetto, tra fisico e psichico, che non indica una reale dualità dell’esperienza e nell’esperienza [v. per le presenti notazioni e citazioni ed estratti: RICHARD AVENARIUS, Critica dell’esperienza pura, trad. parziale e introduzione di A, Verdino, Laterza, Bari, 1972, passi in traduzione alle pp.307-309 di G. REALE – D. ANTISERI, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, cit.]. Giustamente il V. SOMENZI sostiene che una tale “concezione sistematica delle attività cerebrali dell’uomo…effettivamente anticipa in parte la modellistica cibernetica e in parte la teoria generale dei sistemi, estendendo la portata al settore in cui esse non hanno ancora osato spingersi. La funzione biologica delle concezioni filosofiche del mondo e la loro riducibilità a varianti di un unico schema fondamentale descrivibile, almeno, in linea di principio, in termini puramente fisico-matematici” (citato in  G. REALE – D. ANTISERI, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, cit., 310).

[74] James fa proprie le idee di Spencer nell’asserire che “l’essenza della vita mentale e l’essenza della vita corporale sono identiche, ossia <<l’adattamento delle relazioni interne alle esterne>>”, ma “poiché considera il fatto che le menti abitano in ambienti che agiscono su di esse e su cui reagiscono a loro volta, poiché insomma colloca la mente nel concreto delle sue relazioni, questa formula è immensamente più fertile della vecchia <<psicologia razionale>> che riteneva l’anima una cosa separata e autosufficiente e intendeva studiarne soltanto la natura e la priorità” [v. W. JAMES, Principi di psicologia, a cura di G, Preti, Principato, Milano, 1950, passi in traduzione in G. REALE – D. ANTISERI, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, cit., p.381]. Dello stesso autore sono da considerare per l’approfondimento del tema del flusso di coscienza: Saggi pragmatisti, a cura di G. Papini, Carabba, Lanciano, 1910; La volontà di credere, a cura di G. Graziussi, Pincipato, Milano-Messina, 1946; Saggi sull’empirismo radicale, a cura di N. Dazzi, Laterza, Bari, 1971

[75] Fin qui, con l’eccezione di Avenarius, si è discorso di alcuni ritrovati filosofici del pragmatismo, i cui più prestigiosi rappresentanti sono in America: Charles Peirce, William James, G. H. Mead, John Dewey; Ferdinand Schiller in Inghilterra; Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini, Giovanni Vailati e Mario Calderoni in Italia; Hans Vaihinger in Germania; Miguel de Unamuno in Spagna. In particolare C. Peirce ha asserito che “un concetto, cioè il significato razionale di una parola o di altra espressione, consiste esclusivamente dei suoi concepibile riflessi sulla condotta di via”. Ma “tutto il pensiero è segno”, “un segno (representamen) è qualcosa che sta per qualcuno in luogo di qualcosa d’altro sottto qualche aspetto o capacità”. Peirce ha elaborato delle tavole semiotiche in cui potrebbe ipoteticamente dividersi l’esperienza globale o pura, dividendo, per il segno considerato in sé stesso, tra: 1) Qualisegno (una percezione di colore, p.e.); 2) signisegno (qualsiasi oggetto); 3) legisegno (p.e. una legge o una convenzione). Mentre in rapporto ad oggetti un segno può dividersi in: 1) Icona (p.e. un’immagine speculare, un disegno, un diagramma); 2) indice (come un segnale, un gemito, una scala graduata); 3) simbolo (p.e. un sostantivo, un racconto, un libro, ecc.). Invece,  in rapporto all’interpretazione, Peirce distingue tra: 1) rema (cioè una proposizione con oggetto indeterminato, p.e.:  x è giallo); 2) dicisegno (cioè una proposizione come la “la rosa è gialla”, dove il soggetto indica un oggetto ed il predicato una qualità); 3) argomento (che è una catena di almeno tre dicisegni con sottoposti a leggi di inferenza) [v. per tali notazioni e citazioni: C.S. PEIRCE, Caso, amore e logica, trad. italiana di N. e M. Abbagnano, taylor, Torino, 1956, passi in G. REALE – D. ANTISERI, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, cit., p. 376 e 377].

[76] Rimando ancora alla chiara esemplificazione di una tale concezione in L. WITTGENSTEIN, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, a cura di A. G. Conte, Einaudi,  Torino, 1979, prop.1.1, prop. 2, prop.2.01, prop. 2.1, prop. 2.12, prop. 2.17.

[77] v., in particolare, L. WITTGENSTEIN, Philosophische Untersuchungen, Schriften, Frankfurt a. M., 1960, p. 286-288, 289, 296 e ss;  cfr. JUSTUS HARTNACK, Wittgenstein e la filosofia moderna, cit., pp.73-77

[78] Si considerino le seguenti affermazioni di ERNST CASSIRER, ne Il concetto di sostanza e il concetto di funzione, 1910: “Noi non conosciamo gli oggetti, come se essi fossero dati e determinati come oggetti, prima e indipendentemente dalla nostra conoscenza. Piuttosto, noi conosciamo oggettivamente, poiché, nello scorrere uniforme dei contenuti di esperienza, creiamo determinate delimitazioni e stabiliamo determinati elementi durevoli e determinati nessi tra questi.”, citato in G. REALE – D. ANTISERI, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, cit., p. 342.

[79] La Psicologia della forma o Gestaltpsychologie, prende avvio da uno studio di Christian von Ehrenfels, Sulle qualità formali, 1890, si deve però considerare anche l’opera della fiorente scuola di Graz,  costituitasi intorno ad Alexius Meinong (autore di La teoria degli oggetti, 1904), che distinse tra oggetti elementari, che sarebbero i dati sensoriali (come colori, suoni, ec.) e oggetti di ordine superiore, fra i quali sono da annoverare le forme o strutture, i secondi sarebbero prodotti dal soggetto e avrebbero la peculiarità di non poter essere ridotti alla somma delle loro parti. Così una melodia non è la somma di singole note, tanto è vero che si possono mutare le singole note e percepire come invariata la “forma melodica” (tale è il principio della trasponibilità delle qualità formali”).

[80] Karl Mannheim (1893-1947) è l’esponente di maggior spicco della sociologia della conoscenza. Si è debitori a tale studioso di aver impostato quel campo di ricerca che studia i condizionamenti sociali del sapere. La sociologia della conoscenza “cerca di analizzare la relazione tra conoscenza ed esistenza”, in quanto “ci sono aspetti del pensare i quali non possono venire adeguatamente interpretati finchè le loro origini sociali rimangono oscure” (vedi KARL MANNHEIM, Ideologia ed Utopia, 1929, cit. in G. REALE – D. ANTISERI, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, cit., p. 663). La consapevolezza del condizionamento sociale non è estranea, tra l’altro, al pensiero del passato.  Si faccia mente locale al Machiavelli, che faceva notare la differenza tra il modo in cui si pensa in Piazza e nel Palazzo,  alla teoria degli Idola di Bacone,  al Marx, per cui “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza

[81] Tale il senso non recondito della seguente affermazione di Otto Neurath, “noi possiamo soltanto affermare che oggi operiamo con il sistema spazio-temporale che corrisponde alla fisica” in Sociologia nel fisicalismo (1931-32), citato in G. REALE – D. ANTISERI, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, cit., p. 728

[82] Scrive O. Neurath in Fisicalismo (1931), in op.cit.p.728: “La teoria del linguaggio può essere del tutto assimilata alla teoria dei processi fisici, siamo sempre nello stesso ambito”.

[83] v. P.W. BRIDGMAN, La logica della fisica Moderna, a cura di V. Somenzi, Boringhieri, Torino, 1977, di cui si consideri il seguente passo: “cosa intendiamo per lunghezza di un oggetto? Evidentemente sappiamo che cosa intendiamo per lunghezza se possiamo dire qual è la lunghezza di qualunque oggetto, ed al fisico non occorre niente di più. Per trovare la lunghezza di un oggetto, dobbiamo compiere certe operazioni fisiche. Il concetto di lunghezza risulta pertanto fissato quando sono fissate le operazioni mediante cui la lunghezza si misura; vale a dire, il concetto di lunghezza implica né più né meno che il gruppo di operazioni con cui la lunghezza si determina.” (v. op. cit. in G. REALE – D. ANTISERI, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, cit., p. 734.

[84] v. NORBERT WIENER, Introduzione alla cibernetica, Boringhieri, Torino, 1966, pp. 120 e ss

[85] NORBERT WIENER, Introduzione alla cibernetica, cit.

[86] NORBERT WIENER, Introduzione alla cibernetica, cit.

[87] Una esposizione didattica del processo di controllo delle teorie scientifiche, secondo Popper, è in DARIO ANTISERI, Karl R. Popper. Epistemologia e società aperta, cit., pp.68 e ss;  v. inoltre, K.R. POPPER, Logica delle scoperta scientifica, trad. it. M. Trinchero, Torino 1970, pp.43 e ss; si consideri anche K.R.POPPER, Problemi, scopi e responsabilità della scienza,  in Scienza e Filosofia, tra. It. M Trinchero, Torino, 1969, pp.130 e ss; infine, in DARIO ANTISERI, Karl R. Popper. Epistemologia e società aperta, cit., pp.68 e ss, si trova una delucidazione della tesi popperiana per cui le strutture cognitive di uno scienziato sono, con l’immaginazione pregiudiziale di teorie, uno strumento accelerato di soluzione dei problemi, lo sviluppo più veloce che l’evoluzione biologica abbia prodotto, avendo in un certo qual modo quest’ultima simulato sé stessa nella mente del primo. Infatti, sino al livello dell’immaginazione scientifica si mantiene, secondo Popper, quell’isomorfismo con i moduli di acquisizione della conoscenza propri ai  più bassi gradi della vita, ove si produce conoscenza come revisione di preesistenti informazioni innate sul mondo, con ciò godendo l’intero processo conoscitivo di  ben assodati caratteri di conoscenza ipotetica e preconscia, contro l’obiezione di Bacone per cui la mente si apre alla conoscenza delle forme sensibili nel modo più puro e prossimo alla realtà quanto più la mente scientifica è sgombra da Idola e pregiudizi. Infatti, la mente baconiana come tabula rasa è un mito, mito così riformulato da Popper “[è impossibile che]…la nostra mente (sia) una tabula rasa, una lavagna vuota, un foglio bianco, perché non c’è nulla, nel nostro intelletto, che non vi sia entrato attraverso i sensi”.

[88] Tesi di EDGAR MORIN, Le vie della complessità, in AA.VV., La sfida della complessità, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, ed. Feltrinelli, Milano, 1997, pp.49 ss

[89] Valga il remoto esempio, per tale concezione di  T. HOBBES, De cive, I, 5 e ss., trad. it., Torino, 1972

[90] v. il significativo contributo di FRANCESCO TODESCAN (Il problema del volontarismo in Hobbes, in  AA.VV., Cultura moderna e interpretazione classica, Cedam, Padova, 1997, pp. 169 ss) alla ricostruzione della desacralizzazione del potere nell’età moderna, di cui vi è ampia traccia nelle costruzioni giuspositiviste.

[91] Per il concetto moderno di legge come calcolo di fenomeni sociali, in contrapposizione alla concezione classica e problematica della legge come potenzialità irrisolta e in perpetua crisi, v. MAURIZIO MANZIN, La natura del potere ama nascondersi, in AA.VV., Cultura moderna e interpretazione classica, cit., pp.97 e ss

[92] Al riguardo è illuminante ed esemplare, come detto in precedenza, la posizione di Cesare Beccaria, il quale auspicò una vera e propria estensione dei metodi della meccanica newtoniana, allo studio dei comportamenti sociali, vedasi sul tema FRANCESCA ZANUSO in Utilitarismo ed Umanitarismo nella concezione penale di Cesare Beccaria, in AA.VV., Cultura moderna e interpretazione classica, cit., pp. 180-185.

[93] EDGAR MORIN, Le vie della complessità, cit., pp.49 e ss

[94] Sono esempi: l’agitazione termica degli atomi, le indeterminazioni micro-fisiche, i primi attimi del Big Bang. v. EDGAR MORIN, Le vie della complessità, cit., ibidem 

[95] Altri esempi: le specie biologiche sono singolarità che producono storicamente altre singolarità; gli ecosistemi del nostro pianeta sono eventi singolari che condizionano i cicli di nascita e morte di nuove specie singolari; la vita nel suo complesso ha una storia tracciata nelle svolte causali ma irripetibili dei sistemi chimico-fisici; il cosmo fisico che ospita una vita autocosciente, secondo le tesi del fisico di origine russo Linde, è il frutto singolare di una complessa storia di selezione di molteplici universi coesistenti con il nostro, tra i quali solo il nostro ospita quella calibrata combinazione di forze elementari che consentono la vita. v. EDGAR MORIN, Le vie della complessità, cit., ibidem 

[96] v. per una introduzione al tema, DARIO ANTISERI, L’incertezza dei piani e dei progetti, cit., pp.182 ss.

[97] Che la gran parte delle istituzioni siano l’esito di progetti non consapevoli (pur essendocene alcune poche che sono l’esito di progetti intenzionali) è una tesi che in questo secolo è stata già agitata contro le teorie olistiche dei vari storicismi marxisti e leninisti, convinti assertori della piena pianificabilità e conoscibilità delle società e delle istituzioni sociali, da K.R. Popper [Miseria dello storicismo, Feltrinelli, Milano,1975, p.68]. Ma esiste anche un vasto filone di pensatori che hanno evidenziato il fenomeno delle utilità “inintenzionali” delle azioni dalla Summa di S. Tommaso, dove si legge che “multae utilitates impedirentur si omnia peccata districte prohibirentur” [Summa Theologica, II, 11,9.78.1], sino a Machiavelli, Sarpi, Vico, Hume, Ferguson, A. Smith, Kant, Wundt, Von Savigny, Niebuhr, i Marginalisti, R. Boudon (autore della celebre Favola delle Api, di cui vi è una edizione Laterza, Roma-Bari,  del 1988). Ed icasticamente questa tradizione può essere compendiata dal detto di B. Mandeville per cui dai vizi privati possono derivare pubblici benefici (peraltro citato da F. Von Hayek, esponente della Scuola Austriaca di economia, ne Il dottor Bernard Mandeville, in Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee, Armando, Roma, 1988, p.274).

[98] EDGAR MORIN, Le vie della complessità, cit., pp. 49 e ss

[99] EDGAR MORIN, Le vie della complessità, cit., ibidem. Vi è un filone di pensiero [p.e.,Heinz Von Foerster, 1959], che addita l’origine dei viventi e di tutti i loro sistemi (inclusi quelli culturali e sociali) proprio in una tale capacità di alcune specie di disordine di generare spontaneamente da sé schemi formali di ordine.

[100] P.e. (l’esempio è di Morin), la cultura, il linguaggio e l’educazione, come sottosistemi di una società, in cui vivono degli individui, fanno emergere nella globalità degli individui la nuova proprietà dell’intelligenza e della mente individuale. EDGAR MORIN, Le vie della complessità, cit., pp. 49 e ss

[101] Morin esemplifica sulla circostanza che i vincoli giuridici, economici, militari di una società fanno naturalmente specializzare le parti in compiti limitati rispetto alle proprie potenzialità, talchè l’organizzazione presenta una funzionalità sicuramente ridotta rispetto alla somma effettiva delle potenzialità inespresse. EDGAR MORIN, Le vie della complessità, cit.

[102] EDGAR MORIN, cit.

[103] EDGAR MORIN, cit.

[104] Alludo alla denuncia dei condizionamenti psichici e sociali dell’oratore e dell’uditorio che confluiscono inevitabilmente nelle argomentazioni e che, per primo C. Perelman, ha chiarito essere, anzi, un fattore di successo o inefficacia dell’argomentazione dinanzi ad un uditorio. Si consideri la seguente osservazione dell’autore: “il n’est plus possible de négliger complètement, en les considérant comme irrelevantes, les conditions psychiques et sociales à dèfaut desquelles l’argumentation serait sans objet ou sans effet. Car toute argumentation vise à l’adhésion des esprits et, par le fait même, suppose l’existence d’un conctact intellectuel”, C. PERELMAN, Traité de l’argumentation, Tome Premier, Presses Universitaires de France, Paris, 1958, p.18.

[105] EDGAR MORIN, cit., pp. 49 e ss

[106] EDGAR MORIN, cit., ibidem

[107] EDGAR MORIN, cit., ibidem. Se,  infatti, per Gödel la logica classica pretende di autofondarsi, in modo “completo”, allora è incoerente. Ma se pretende di essere priva di contraddizioni, allora è incompleta. Di qui la necessità di logiche apertamente incoerenti, in quanto polivalenti, ma complete, oppure di logiche complete ma incorporanti esplicite regole o assiomi di contraddizione.

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