NOETICA

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NOETICA, COME EPISTEMOLOGIA DEI VALORI

La presente sezione tratta il tema della conoscibilità dei valori etici e giuridici, con una voluta forzatura al termine tecnico “noetica”, che invece nella filosofia di Aristotele e Platone rappresenta la facoltà della conoscenza intuitiva e prediscorsiva. Il termine si presta quindi a porre in risalto la conoscibilità intuitiva di ciò che ha “valore” o “è un valore”, senza tralasciare il fatto che, per conoscenza noetica, Platone intendeva la filosofia come tra la più alte forme di conoscenza razionale, specie nel momento in cui essa riguarda le idee-valori. In tal senso una considerazione odierna ed epistemologica della conoscenza e conoscibilità dei valori si identificherà, facendo riferimento a questa accezione platonica, nell’intuizione intellettiva immediata delle idee, attraverso quell’atto di rapida intellezione noto come nòesis, che si colloca al di sopra e all’intorno del pensiero “logico-dialettico” e noto come diànoia. La presente sezione tematizzerà invece l’epistemologia dei valori, senza avvicinarsi completamente alla teoria di Platone, per cui la  noetica è l’atto di concepire attraverso il pensiero; nè a quella di Aristotele, per cui è l’atto stesso di comprensione concettuale; nè alla teoria fenomenologica di Husserl, per il quale la noesi rappresenta l’esperienza vissuta nel suo insieme, ovvero l’insieme degli atti di comprensione rivolti in forma essenziale verso l’oggetto dell’esperienza, quali percezione, immaginazione e ricordo. Ci sembra anche opportuno richiamare l’idea di Francesco Adorno (Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche), che traccia l’etimologia di νόυς, di solito tradotto “intelletto”, facendo provenire dal verbo “noein” (νοεῖν), che ha il significato di “annusare” (ἐνόησεν), l’idea che, anzichè indicare la capacità di legare intellettualmente i concetti, in realtà la noesi sia l’atto di rinvenire la traccia allusiva di qualcosa di misterioso e lontano, ma reale e presente, nei fenomeni più superficialmente considerati. Adorno citava l’Odissea, XVII 300-302: «là giaceva il cane Argo, pieno di zecche. E allora, come sentì (ἐνόησεν) vicino Odisseo, mosse la coda».

 

EPISTEMOLOGIA NOETICA COME TEORIA DELLA VOLONTA’ E DELLA CONOSCENZA

Proprio ricorrendo all’idea convenzionale che la noetica sia l’arte di reperire tracce allusive di una realtà collocata dietro i fenomeni, ma in modo rapidamente intuitivo e, in virtù di queste tracce, attenta a dar “valore”  a determinati fenomeni (cioè, a ciò che ci appare immediatamente giusto, bello, vero, valido, ecc.), – sosteniamo qui che la “noetica” sia un’epistemologia dei valori. Questo riferimento all’epistemologia dei valori, identificata nella noetica, chiarisce subito che ci occuperemo, qui, nella presente sezione, di una teoria della volontà e della conoscenza dei valori:

  1. che soppesa, nel pensiero inteso come ponderazione, anzichè come descrizione meramente riflessiva, – cioè in modo argomentativo (non pittorico), – la maggiore o minore sensatezza della “bontà/bellezza” di cose, persone e proposizioni investite di valore, in analogia con l’idea platonica che la noetica sia l’atto di concepire attraverso il pensiero valutazioni, e, conseguentemente,  azioni volontarie o ponderate;
  2. che “esprime”, ma anche “descrive” in modo pittorico (rispecchiante-riflessivo) il valore del bene, come risultante di una ponderazione e di un bilanciamento degli elementi positivi (bellezza/bontà) e negativi (turpe/malvagio) di cose, persone e proposizioni investite di valore, in analogia con la tesi di Aristotele, per cui la noetica è l’atto stesso di comprensione concettuale, cioè lo sforzo di comprendere teoricamente in un concetto sintetico il massimo del bene, apparente in ciò che (cose, persone, proposizioni) purtroppo si mescola al male;
  3. che coglie e raggruppa in una teoria o un’ipotesi congetturale, formulata,  l’insieme dei diversi o dispersi atti di comprensione della forma essenziale del bene, di cui esistono purtroppo solo tracce allusive e disperse nell’oggetto sempre complesso dell’esperienza etica. La teoria condenserà in un’espressione e descrizione, il meno vaga possibile, la serie di percezioni, immaginazioni e ricordi del bene, in analogia alla tesi filosofica di Husserl, per il quale la noesi rappresenta e condensa l’esperienza vissuta nel suo insieme, ovvero offre una sintesi essenziale delle tracce allusive dell’essenza e disperse nei fenomeni.

Gli argomenti di questa epistemologia dovranno essere immaginati come una rete di concetti modali (al modo dei Grafi di Peirce), di cui dovranno e potranno darsi rappresentazioni matematiche nel modo immaginato dalla teoria delle reti di Barabàsi, Steven Strogatz e Duncan Watts (reti piccolo mondo, basate sulla legge di potenza e sui concetti di hub, core, centroide, legami forti e legami deboli). La logica di questi concetti modali sarà fuzzy, dato che il bene in questo mondo è seminato con il male (il bene morale ha confini sfumati e bordi sfrangiati che, in ogni cosa, persona e proposizione di interesse per la morale, circondano l’identità vaga tra bene e male, dando luogo a quel fondersi e confondersi della sensatezza etico-estetica con il suo contrario o inverso).

 

RIVELAZIONE CRISTIANA E NOETICA

Le rispettive reti di ragionamenti e concetti morali avranno, quindi, nella noetica intesa come epistemologia dei valori, sempre connessioni vaghe tra loro. Inoltre, i legami forti e deboli (e gli hubs) saranno toppe topologiche sfumate di grigio etico-morale distese, come reti, sulle traiettorie caotiche della condotta morale. Questo fatto non conduce alla formulazione di un relativistmo etico, al contrario prende atto della confusione morale come presupposto di partenza, ma non fondante, del ragionamento etico e gli assegna il compito di tracciare la rete dei concetti etici maggiormente sensati, non senza una guida esterna alla noetica, la quale non si limiterà ad essere meramente ricognitiva o scientifica (attraverso l’ausilio della sociologia), – ma si avvarrà del presupposto fondante di una rivelazione  etica, quella cristiana, cioè di quell’irrinunciabile deposito di ogni principio-guida e interpretazione della sensatezza morale, che si oppone alla dispersione morale, per sua verità intrinseca e per lunga tradizione in Europa. Di tale dispersione, presupposto di partenza, ma non fondante, del ragionamento etico, noi tutti siamo, volenti o nolenti, testimoni sin dai “tempi metastorici” della Genesi. Così facendo, la noetica sarà, ancilla theologiae oltre che sorella della sociologia, dell’antropologia e delle altre scienze umane, – quando sia chiaro l’innegabile fenomeno della confusione morale tra bene e male (tra sensato e insensato, tra seme buono e gramigna), quale punto di partenza di qualsiasi ragionamento etico, anche eventualmente laico o ateo. Occorre, invece, rendersi conto che questo innegabile fenomeno è eluso, e anzi dimenticato, dai vari dogmatismi che identificano con certezza il bene dell’uomo (scientismo, vegetarianesimo, massoneria, laicismo, ecologismo, ideologia del gender, protestantesimo, fondamentalismo religioso e simili). L’esito della negazione è, in questi errori anti-fenomenologici, affine ai relativismi e agli scetticismi, che tracciano un confine netto tra bene e male (un aut-aut, anzichè un et-et) e, per conseguenza, anche tra realtà naturale e soprannaturale, cioè tra rivelazione cristiana e noetica. Ma, così facendo, trascurano di verificare con umiltà il dato fenomenologico iniziale della confusione originaria tra l’apparenza del bene e quella del male (confusione che è una delle manifestazioni storiche e metastoriche “del” peccato originale). La sensatezza morale è mescolata all’insensato in quasi ogni settore della vita umana. In tal modo scientismo, vegetarianesimo, massoneria, laicismo, ecologismo, ideologia del gender, protestantesimo, fondamentalismo religioso e simili, trascurano la presenza continua del peccato etico-estetico e religioso e il bisogno conseguente, non solo, di disporre di ragionamenti noetici per districarsi dal peccato, ma, ancor di più, di una guida esterna (la Chiesa, Cristo, i sacramenti), che convalidi con il patrimonio della rivelazione le vie imboccate dalla noetica. I dogmatismi (scettici e relativistici, come tutti i dogmatismi), p.e.,  rifiutando la confusione vaga e fuzzy del bene e del male morale, come disagevole, ma imprescindibile punto di  partenza di ogni ragionamento noetico, sono costretti a continue e false distinzioni noetiche, per tracciare meglio che si può un confine in realtà elusivo tra bene o male, mentre la frontiera è ormai-oggi-nel-mondo, complessa (mescolata, confusa), e, così facendo, – quei dogmatismi sono trascinati dalla stessa mobilità infinita del confine, fluttuante tra bene e male, a moltiplicare invano le categorie del bene, i conseguenti desideri e le apparenze, non la sostanza, del bene. Interpreto, spero bene, il passo della Genesi, 16-17, [16] Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino,  [17] ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti”. – nel senso che la conoscenza del bene “e” del male è appunto l’essere stati esposti, per effetto del peccato originale, ad una conoscenza ed esperienza (terribile) della confusione tra bene “e” male. Il nostro-stato-oggi è quello di creature bisognose di ristabilire una volontaria e razionale adesione alle tracce che il Creatore ha lasciato nel mondo del suo innegabile bene (Cristo, i Santi, la sua Chiesa), dopo la perdita e dispersione della distinzione (chiara ed evidente) di un bene contrapposto a un male. Nella realtà terrena è, quindi, un umile e veritativo punto di partenza prendere atto del peccato come realtà onnipresente (alimentata dall’ineluttabilità della morte e dalla confusione tra bene e male) e, perciò, della cointeressenza e mescolanza tra apparenza del bene e del male come fonte perenne di inganno per gli uomini. Inganno che abbiamo ricevuto in sorte dalla ribellione iniziale del peccato originale (ribellione storica e metastorica insieme, come lo è il simbolo della vita paradisiaca di Adamo), cioè dal tentativo di usurpare nel corpo e nella ragione la chiara e distinta divina esperienza del bene (cioè di Dio), cosa che ha invece solo fatto apprendere (con S. Agostino) al genere umano la morte, la conoscenza imperfetta del bene, l’attuale vita-morente o morte-vivente di uomini distaccati spiritualmente dalla verità di Dio e dalla vera Vita (non frammista al male della malattia e della morte) e avvolti nel monologo blasfemo di vivere-e-dire-cosa-è-il-bene (nonostante il bene neanche sia “cosa”), ma con le armi spuntate della nostra “sola” umanità. (Con S. Agostino) sarà possibile asserire, prima del paradiso aperto da Cristo, in cui si offrirà alla volontà, prima che alla conoscenza, una chiara e vivente manifestazione del bene, senza residuo di male, –  che-ora-dobbiamo-vivere in un mondo, quello della terra da noi abitata, in cui è un primo atto di coraggio riconoscere la sensata-insensatezza di ogni bene, grande e piccolo (sensato perchè viene da Dio, insensato perchè esposto alla morte e alla vanità, in quanto lontano da Dio). E poi porre in atto la sapienza di Dio-che-sorregge-quella-umana (noetica), – nel cercare i beni maggiormente sensati, secondo una misura logica “vagamente-maggiore”, nel fruire di quelli che la provvidenza ci dota “naturalmente” e nel conseguire quelli “soprannaturali” che la rivelazione cristiana ci addita come la “via stretta” verso Dio.

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