Ostracismo

 

La tetra figura di una fila di tozze basi o radici di colonne greche, sotto un cielo plumbeo appena arrossato sull’orizzonte da sfilacci di nuvole rade. Sotto questa tenue pioggerella fummo colpiti, come dal muro d’aria di un treno ad alta velocità, dal rombo di un tuono, il fulmine doveva essere a meno di un chilometro da noi, anche se non potemmo vederlo, bensì essere investiti da una luce potentissima e rapida come un neon accesso e immediatamente spento, a un centimetro dagli occhi.

–         Giorgio, forse dovremmo andare…

–         E’ solo uno spettacolo o un avvertimento, a lei decidere, per quanto mi riguarda mi sembra un invito a gettare via gli indugi…aspetto la sua generosa dimostrazione di archeologica sapienza, prometto di non essere disattento.

Giorgio Seguente, sì il mio cognome. Seguente come colui-che-viene-dopo, un trafficatore di nonsensi, un paradigmatico predicatore del paradosso, un ricercatore di antiche partiture, un filologo della musica, nonostante tutto un artigiano dell’indagine dei nessi oscuri che la mente aggroviglia nelle sue foreste di neuroni, un esperto di soluzioni alternative, ma non prive di legame logico.

Ma la logica dell’ostracismo contro il potenziale tiranno, che inclinerei a ritenere la più elementare ossatura delle pratiche democratiche, rappresentata dal pezzo di ceramica o ostraco con su il nome di Teseo, nelle mani di Manrede, irlandese e per giunta paleo-filologo, sfugge ad una completa dimostrazione…come la bellezza della piana agrigentina dei templi, che Manrede mi informa essere nata come approdo finale del vasto movimento migratorio dalla Grecia verso occidente, di nugoli di imbarcazioni di ogni tipo, oltre che triremi, sin dall’VIII secolo a.C., che rigettavano frotte di coloni eubei a Naxos, tra questi nel 582 a.C., uno sparuto manipolo di coloni di Gela uniti ad altri di Rodi, sotto il comando di Aristinoo e Pistilo.

Qui quei pochi, sotto platani e ulivi, erano gli stessi agricoltori che stanchi del quotidiano lavoro sotto il sole giocavano rustici dialoghi sui miti di Dedalo e Minosse, come seri argomenti per tentare il mistero del mondo, chiedendosi se il labirinto del cosmo fosse per caso disvelato dalla chiara natura e felice di Akragas, dalla fertilità della terra, mai avara di cereali, vino, olio d’olivo, o dalle rugiadose colline che senza incertezze di siccità permettevano una pastorizia florida e l’allevamento di un mare ondeggiante di cavalli.

L’enigma della fame, della sete e della miseria sembrava chiaramente sciolto qui, per cui straordinariamente per due secoli la polis akragantina crebbe e divenne una delle città più popolate del mondo greco e uno dei centri propulsori della cultura ellenica nel Mediterraneo. Sino al saccheggio cartaginese nel 406 a.C.

Ma prima, più incrudeliva la tirannide di Falaride, di Terone, più aumentava la potenza della città, fino alla democrazia di Empedocle, ingegno aristocratico ma spirito democratico, che rifiutò di farsi tiranno, pur se richiesto dai suoi concittadini. Fino al terribile e duraturo assedio di Annibale, di otto mesi. Poi, dopo alterne vicende il mistero della fertilità declinò per sempre sotto il console Levino, che la depredò al punto che nel 210 a.C. tutta l’area fu per sempre abbandonata. Abbandonata con la chiarezza semplice della sua luce che un giorno si era spontaneamente offerta agli occhi di pochi rustici coloni, afferrati dal discorso indefinito e perpetuo del mito.

Ora, il punto problematico della democrazia greca risiede nel fatto che si contrappone alla tirannide per il primato della parola sulla spada, per il fatto di privilegiare la decisione collegiale, il ricorso alla dissuasione più che alla violenza, il discorso all’azione, l’intimidazione alla strage immediata. Poi però, ricorre ad un atto di forza del tutto irrazionale come mettere al bando in una sola notte e un solo giorno, di decisione, tranne i dieci giorni nei quali l’ostracizzato può fare i bagagli e salutare i suoi, chi anche solo si teme possa divenire un tiranno, esercitando la doppia violenza di non dare un processo e di non declamare una motivazione, per cacciare a viva forza dalla sua casa e dai suoi familiari qualcuno che ci si immagina possa o voglia primeggiare nella polis.

Un’ardita congettura senza altra verifica che il conteggio degli ostraci gettati in appositi vasi, almeno seimila. Un salto logico, nel vuoto, chiaramente per terrorizzare tutti i cittadini, in modo preventivo, per far sì che temano tutti i giorni e a lungo, anche nella memoria, l’irrazionale e improvvisa ventata di odio democratico per il tiranno.

Come un tuono e un lampo a breve distanza, che potrebbe rapidamente e imprevistamente incendiare la propria vita. Come il Minotauro, che per Dante era a guardia dei violenti.

Manrede inspirò e poi con il suo accento irlandese, stizzoso e concettoso:

–         L’ostracismo con il suo corpo d’uomo e la sua testa di toro, la matta bestia che per il mito greco simboleggia l’istinto senza ragione della mente umana, era posta a guardia dei violenti, era l’ispettore Callaghan di quei criminali che potrebbero peccare cedendo all’istinto della demagogia e non seguire più ragione. Il paradosso consiste nel fatto che uomini capaci di ostracizzare avrebbero dovuto usare la ragione proprio per non compiere questi atti di pura crudeltà. Virgilio nell’inferno di Dante vince il Minotauro facendo allegoricamente trionfare la ragione sull’istinto…La poesia potrebbe migliorare la democrazia? Cosa vorrà mai dire, ora, questo pezzo di ceramica che ostracizza Teseo….? Quale Teseo di Agrigento, non c’è traccia nella storia di questa città di un qualche Teseo…?

–         Va bene, ma lei crede che gli uomini siano eguali, almeno in quel qual cosa che permette loro di esprimersi come volontà politica comune, e se sì cosa sarebbe questa misteriosa proprietà comune che unifica persone tanto diverse, per quanto parte della stessa città, dello stesso demo, della stessa tribù, in fondo le differenze sono sempre state tante e molteplici e talmente fini nei dettagli da separare con certezza uomini e donne, greci e meteci, iloti e spartani, liberi e schiavi, ricchi e poveri, giovani e anziani?

–         Non è cosa che mi interessi, all’archeologo piace la somiglianza tra gli antichi testi, il controllo incrociato, l’affinità filologica tra le nostre idee del passato e i reperti di questo immemore trascorrere del tempo. La democrazia greca è per noi solo un gioco politico di Greci antichi, che ha forse qualche astrusa somiglianza con gli stati civili del nostro tempo, o magari è campo di studio per qualche filologo dei testi politici…

–         Glielo dico io, lei ha paura che la logica, il mito e la scienza siano eterne e che potrei toglierle una parte del lavoro…

–         Non sono così empirico…

–         Le dirò cosa penso: credo che Parmenide, rivelando nel suo poema della natura, che le differenze sono oggetto di mera opinione, che non devono né possono far parte dell’essere, è stato il primo operaio della democrazia greca. L’unità degli uomini deve essere stata, per i coloni di Agrigento come per gli abitanti di Atene, come l’essere parmenideo, nè giovane né vecchia, dotata né di quantità né di durata, né ricca né povera, apparente come un’idra dalle cento teste che può, per mistero del mito, parlare con una sola bocca. E forse sarebbe solo un mito, non fosse che Atene era definita la città dei tribunali, la Dicaiopolis, dove la giustizia era amministrata tutti i giorni da tutto il popolo, dagli eliasti dell’assemblea, e penso che questo non sarebbe accaduto se gli ateniesi non avessero dato credito a quel Parmenide, che, con logica un po’ matta da Minotauro, pensava che tutti gli uomini di tutti i tempi e di ogni luogo, dell’Ellade, dell’Eubea, dell’Argolide, dell’Asia Minore e, magari, anche quelli dispersi nella barbarie posta oltre le colonne d’ercole di tutti i tempi e di ogni luogo, in fondo…non potessero compararsi a nient’altro che a sé stessi, per anima, corpo e spirito…Bene, come sarà da compararsi tutta l’umanità a sé stessa? Sara più vecchia o più ricca di sé stessa, o più schiava?

–         Non la seguo.

–         Già, ma provi ad immaginare che queste differenze talvolta opprimenti, tra noi, non siano che una scheggia della generale indeterminatezza tra sterminato e nulla del numero inverosimile degli uomini vissuti dal tempo di Crono ad oggi, comparati a sé stessi. Chi sarà più alto dell’umanità per spirito e corpo in un cosmo che, comparato a sé stesso, dice anche Platone nel suo dialogo intitolato a Parmenide, non è né vecchio né giovane?

–         Lei sta divagando.

–         Sì, ha raggiunto il punto del discorso, il cosmo solitario dei greci è troppo solo con sé stesso per essere meno che una vaga o divagante oscillazione tra niente e tutto: il cosmo e gli ateniesi presi per sé stessi non hanno altro metro cui rapportarsi, per potersi misurare, che il metro identico a sé del cosmo stesso, sospeso nel nulla oppure… possono farsi incatenare come l’essere parmenideo dalla Dea del poema della Natura nei ferrei ceppi della Giustizia, che gli impediscano di volare, di divagare attraverso il labirinto del nulla delle opinioni, dell’ “io sono diverso da te”, “tu non sei me”, “io non sono te”…. Il mondo dell’uomo, senza questo aiuto divino, sarebbe incostantemente disperso nella molteplicità delle opinioni “se io sia o non sia…questo”.

–         Quindi la pratica della giustizia secondo lei, Giorgio, sarebbe stata parte della democrazia?

–         Non sto dicendo, questo, dico che la filosofia del grande presocratico vide bene che gli uomini sono tutti uguali nell’essere tutti vicini al nulla…che forse sarebbero stati un unico popolo se solo avessero abbandonato la palude delle opinioni…che magari si sarebbero riconosciuti uguali se solo avessero imboccato la via tracciata dalla Dea, lasciandosi incatenare dalla giustizia…in una giusta ed eterna misura…Immagino che la democrazia greca non sarebbe stata possibile, se quelle creature sorprese dalla meravigliosa luce del pensiero eleatico non avessero compreso che gli uomini diventavano “qualcosa” nella giustizia…nella giustizia in cui la Dea dona “misura” agli uomini, li sottrae al perenne inganno della dispersione contingente delle apparenze e li fa parlare con voce unanime sui modi eterni dell’innocenza e della colpevolezza, dando un fondamento su cui finalmente puntellare la stupefatta meraviglia di essere vivi qui e ora.

–         Perché l’innocenza avrebbe qualcosa di eterno?

–         Credo che solo un Creatore Eterno di tutto e di ogni cosa, essendo nella sua intera proprietà, possa essere veramente innocente, prendendo qualcosa che sempre restituisce a sé stesso. Ma forse l’intelletto greco catturò qualcosa di questa eterna verità e credo che un Greco, pertanto, le avrebbe risposto che la Dea imprigiona in catene perenni ciò che l’uomo perde a causa dei malvagi, perché chi non nuoce a nessuno è caro alla Dea e, se diminuito nella sua vita e nelle sue sostanze da un ladro, sia simile a chi non può rubare nulla a nessuno, e prenda nuovamente in dono tutto ciò che gli viene rubato.

–         D’accordo, ma questa eterna misura di giustizia, accreditata agli innocenti, in che modo dovrebbe avere a che fare qualcosa con la democrazia ateniese o di Agrigento?

–         Il dedalo delle opinioni è vinto nella verità, cara alla Dea, della democrazia, da un popolo numeroso e folto, tanto più innocente se fa parlare direttamente tutte le tribù e i demi. Lei mi dirà che un popolo è o potrebbe essere come l’opinione di un singolo cittadino, egualmente impervia alla verità della Dea, perché anche un popolo può essere malvagio come un sol uomo…ma la giustizia della Dea è una catena di necessità per i Greci e non un Atto di Dio che annulla, annidata nella giustizia imperfetta dei parlamenti, come un tempesta di misericordia la nullità del massimo numero di uomini…invece, l’unità del massimo numero di uomini è garanzia intellettuale per un Greco che il Popolo sia più vicino dei privati ateniesi alle catene necessarie dell’Uno della Dea…mentre oggi noi diremmo che la Democrazia è mezzo temporaneo di clemenza perfetta verso la voce e il cuore imperfetti del massimo numero di uomini.

Akragas, insomma, un cuore nudo di bellezza sull’antico e meridionale triangolo di terra che è la Sicilia. Un mondo incluso di monti, valli ed ogni sorta di ambiente che il Mediterraneo possa inverdire ai margini del bianco delle spiagge saline, nel suo blu profondo.

Io ero lì e posso dirvi sul serio che rimasi incantato dalla lucentezza del suo frumento selvatico, ma ancor più dal cielo, di un blu africano e intenso. Adesso vogliono convincerci che la Sicilia non volesse far parte degli Stati Uniti, ma un tempo, dopo la seconda guerra mondiale, quando non ero ancora nato, le tombe bianche e simmetriche degli americani non erano ancora ospitate in silenzio da prati verdi, di un verde quasi troppo educato per essere siciliano. E già qualche brigante epicamente saliva su un montarozzo per predicare la fuoriuscita della Sicilia dai tramacci ministeriali di Roma, dalle lente file di burocrati che solcavano Piazza Repubblica per andare ad occupare i ministeri, le sedie di legno, i banchi rovinati dalle tarme, le aule, per qualcuno, sorde e grigie.

Ancora i soldati bianchi e di colore non erano arrivati in Sicilia, a vivere e lottare, uccidere e morire, ed io ero ad Agrigento, presso i templi della valle, in un rovinoso paesaggio (e perciò arcadico) e mi suonava strano che Giuliano, brigantescamente,  arringasse le folle di contadini sul far fuggire i greci con gli americani. Leggevo questo a margine del mio settimanale di enigmistica, in una nota di storia sul Bandito Giuliano, tanto per distrarmi dal mio anagramma palindromo, e la bufera era terminata e adesso Manrede si era stufato di inzupparsi il vestito di pioggia, ed io stesso di inzuppare la pioggia di me stesso.

La natura sembra non aver bisogno di noi ed è sempre preferibile pensare che le superfici abbiano un inverso, non che la pioggia voglia scorrere all’indietro, ma che non trovi in noi altro che comuni ostacoli. Allora si scopre una via insospettata e, attraverso la rete dei sospetti, un nuovo mare di situazioni, tra le quali la verità si annida come un pesce raro e misterioso, quasi la via di accesso ad un fondale dietro il fondale, ad un riflesso di apparenze dietro la luce che rischiara l’abisso blu delle profondità, un ultimo specchio o un gioco di correnti che termina in un approdo silenzioso e calmo, dal quale ogni cosa riprende la sua rotta… come avesse appena lasciato il suo porto. Manrede riprese a frignare, o pigolare gemendo, sotto la pioggia:

– La politica è una cosa neutra e avara di sensazioni, al massimo posso essere d’accordo con lei sul fatto che la verità è una pesce misterioso anche per la giustizia umana e si annida nella palude di mille opinioni…e la rete di indovinelli, che secondo Senofane è tutta la conoscenza umana, avrebbe dovuto magari acchiappare il pesce con certa fatica…ed anche io, adesso, mi sento arenato sul fondale dei nostri discorsi come una balena senza orientamento…e non la seguo.

Già, anche per Giorgio è difficile seguire Seguente. Ma non pensiamoci. Pensiamo al Teseo, il leggendario re di Atene, l’eroe fondatore degli Ioni e considerato dagli Ateniesi padre della patria e della democrazia. La genealogia del suo nome trovava un padre in “thesmos”, l’istituzione. Egli fu l’artefice del sinecismo, l’unificazione dei villaggi, fu il re unificatore che fece costruire sull’Acropoli un palazzo simile a quello di Micene e Pausania narrava che nell’acropoli, dopo il sinecismo, Teseo venerò e fece adorare Afrodite-di-tutto-il-popolo. A lui, in seguito, gli Ateniesi riconoscenti dedicarono molte feste: le Panatenee, le Oscoforie, le Tesee, le Ecalèsie, le Metagìtnie, le Sinècie.

Sotto un Castano nella macchia mediterranea, mentre le ginestre iniziavano il loro concerto di profumi, adesso che il piovasco evaporava e spandeva un intenso odore di cose passate,  adesso che non pioveva più, riprendemmo a parlare, per primo Seguente:

–         Teseo scese da vivo nell’Ade. Questo significa che forse rimase, per qualche tempo, in stato di morte apparente e poi si riebbe ed ebbe il tempo di ricordare i suoi sogni…magari incontrò un’altra volta il Minotauro negli inferi…

–         Mi pare di comprendere il suo gioco.

–         Lei dice?

–         Si, lei vuole congetturare una teoria sul pezzo di ceramica con su il nome di Teseo.

–         Si, vorrei sciogliere insieme il mistero della ricchezza di Agrigento, della sua esistenza multicolore, varia e bellissima, ponendo a raffronto questo variopinto caleidoscopio di uomini, guerre e democrazia con il morto e rigido mondo della verità dell’essere Parmenideo.

–         Non vorrà mica spiegarmi il parricidio platonico delle idee iperuranie, la conoscenza della verità di questo mondo incerto e oscillante, la somiglianza congenere di tutte le cose.

–         Si, e poi la stupirò parlandole dei baccanali di Afrodite Pademia, che fondarono la società delle famiglie e dei villaggi, lo stato e i tribunali

–         Non capisco come riusciremo a venirne capo, come riemergeremo dall’Ade di questi antichi discorsi di pastori agrigentini. Come potrà Teseo discendere nell’Ade, dove la ragione incontrerà e si scontrerà con il violento, cieco e fosco Minotauro dell’ostracismo…questa volta, credo che me ne tornerò in fretta a casa…non ha molto tempo per trovare una soluzione.

–         Proverò, poi magari mi riproverò per avergliene parlato, scoprendo la mia mediocre conoscenza dei fatti. Mai i fatti e le persone si riconoscono dai loro frutti, e noi cercheremo la verità, le corrispondenze e le somiglianze e, infine, i frutti riconosceranno i loro fatti, le proprie discussioni, le relative persone …insomma, vedremo, ci rivedremo, ne parleremo e… ne riparleremo.

Un mese dopo ci rivedemmo in Irlanda, era autunno. Nell’ufficio dell’università le finestre guardavano un platano, o un platano guardava le finestre del professor Manrede, ed io ripensai alla Sicilia.

Già…la Sicilia avrebbe potuto essere, dopo i furori del bandito Giuliano, l’ultimo stato della grande democrazia ateniese di oggi…New York come Atene e la Sicilia come una colonia greca in alleanza diretta con New York!

Ma come la natura sondata dalla scienza di oggi si rivela un oggetto non costruito da mani umane e nessuno che sospetti, neanche una volta, per errore, che la pioggia profumata delle ginestre siciliane trovi degli ostacoli in noi, come un Platano del campus sorride sornione dalla finestra a due barbagianni europei, – così, l’ostraco di Teseo resisteva alle nostre interpretazioni e neanche un volta, per errore, che a uno di noi due venisse in mente che Teseo in persona (o in legenda), ostracizzato da Agrigento, ci lanciasse la sua ultima sfida labirintica su come l’unità parmenidea, dell’umanità di tutti i tempi, avesse potuto frantumarsi nelle mille schegge dell’opinione, nella ragione individuale in lotta nei tribunali ateniesi o agrigentini, e la democrazia diventare, ancora, una volta la violenza minotaurica delle idee…contro l’amore di Afrodite.

-…Mi ricordo ancora di quell’odore di fiori appassiti e di quella giornata di pioggia…ha trovato infine il motivo della fine di Agrigento, della sua decadenza improvvisa…o lo scoprirà quando tornerà di nuovo in Sicilia, Prof. Manrede?

Il cattivo tempo ci investì quel lontano giorno di estate come adesso il cipiglio di Manrede mi sorprese con la sua aria attonita, interrogativa e al tempo stesso turbata.

–         Sa, non ci ho dormito per qualche notte, il problema mi tormenta e non vi sono stati progressi. Non sono riuscito ad elaborare nessuna teoria controllabile. Per quanto mi sia sforzato di paragonare ogni nuova teoria a quelle rivali, dandole una struttura il più possibile deduttiva, assiomatica e, al tempo stesso empirica, non mi è riuscito di elaborare nessun esperimento cruciale…insomma, con buona pace di Popper, non so che pesci pigliare! Anzi, sa che le dico…non so nemmeno per quale motivo dovrei fidarmi di anche una qualsiasi confutazione delle mie previsioni…vacilla completamente la mia fiducia nel mio metodo filologico fallibilista ed ho  anche pensato di ritirarmi dagli studi e dalla mia università…per incapacità metodologica!

–         Cosa è successo?

–         Vede se si crede, come me che l’induzione non esiste, allora è tutto facile. Basta lavorare di immaginazione, comparare i vecchi sistemi politici con quelli di oggi, basandoci interamente sulla logica e sull’argomentazione, poi inserire qui e là qualche documento storico e dare un quadro organico al tutto, tappando i buchi con qualche ben connessa rete di congetture, immaginando come in base alla situazione le cose sarebbero andate…E’ facile, non ci sono scompensi teorici, si procede con tutta la tradizione storica alle spalle e si formula un problema. Si sa che la democrazia di Agrigento era fondata sul mito di Teseo, l’amore della famiglia, Aristotele e la sua teoria politica per cui naturalmente le famiglie spinte dall’amore di Afrodite Pandemia si riuniscono in villaggi, i villagi in tribù, le tribù in demi, i demi nella polis. Tutto torna, anche Parmenide e la sua matta idea che TUTTI-GLI- UOMINI sarebbero fuori dal tempo e dallo spazio come la ben rotonda sfera dell’essere e che costituirebbero un’unità indivisibile, su cui fondare la ragionevolezza delle salde opinioni maggioritarie della democrazia, su una manciata di esseri altrimenti prossimi al nulla se la Dea Dike non li incatenasse nei ferrei ceppi della giustizia,…che è eterna e invisibile…Ma adesso? Adesso il problema è: perché dei saggi agricoltori agrigentini avrebbero ostracizzato Teseo, non c’è nessun documento storico che attesti che Teseo fosse il nome di un tiranno agrigentino, omonimo dell’eroe mitico…Non può essere che…il mitico pellegrino del dedalo…ma come è possibile che degli uomini civile e razionali come i greci antichi trovassero possibile e necessario ostracizzare, come un tiranno vivente, una leggenda, un mito…il mito del fondatore della democrazia?

–         Vede non è conseguente, glielo dice uno che se ne intende…di problemi inconseguenti.

–         La smetta Seguente.

–         Sì, sì, la smetto. Ma lei sarà d’accordo con me che tutti i problemi hanno qualcosa di ambiguo: da un lato occupano una zona di confine nella rete delle nostre teorie, argomentazioni e tradizioni, l’area grigia dove si incontra e si mescola l’ignoranza con la conoscenza…dall’altro, lei sarà d’accordo con me che se lei non crede all’induzione, in fin dei conti non vedo perché dovrebbe credere alla deduzione! Perché le sue congetture o deduzioni dovrebbero dirsi confutate da quel pezzo di ceramica? La sua immaginazione ha qualche diritto sui fatti? E se sì, cosa le dà la fiducia che il suo metodo scientifico, così democratico nel sottoporre le sue teorie al controllo severo dei fatti, della collettività, del maggior numero possibile dei suoi colleghi, potrà lambire la verità, carezzarla, farsene confutare e rimandare a casa, dandole qualche sottile indicazione come l’idea di aver cozzato contro un solido muro? Lei dice di essere fallibilista, perché non dovrebbe essere fallibile il suo metodo? Lei vede una confutazione qui e là,…ma cosa le dà la certezza di aver ricevuto una chiara confutazione? Lei vede un problema, così ambiguo nella sua viscida e oleosa interdipendenza tra noto e ignoto, ma cosa le dà la certezza di aver trovato un nuovo interrogativo profondo…sulle più riposte strutture logiche e mitiche della democrazia greca?

–         Lei mi da qualche conforto, anche se ho il sospetto che…dilati una voragine ancora più grande nelle mie sicurezze.

–         Ne ha l’apparenza, anche se non credo che sia così, vede io sono un fideista in epistemologia e credo all’induzione e al fondamento etico della ragione…per cui si affidi e non rimarrà deluso, non a me o da me, dato che sono in grado di deluderla facilmente, ma confidi nell’amore che…alimenta la ragione.

–         Adesso non la seguo.

–         Elementare, Manrede, le ho detto qualcosa di inconseguente.

L’autunno passò con la sua solità rapidità in Irlanda e a fatica mi riconobbe, Manrede, quando il sottoscritto lo incontrò in Italia non per caso, un anno dopo, davanti alla tomba di Dante.

Percorrendo le vie del centro di Ravenna, senza mappa, mi ero finalmente imbattuto nella ridotta cappella accanto alla Basilica di San Francesco. Qui, il professore di spalle leggeva come il sottoscritto l’iscrizione “Dantis Poetae Sepulcrum” e gli passai accanto senza che lui pensasse lla possibilità di un mio improvviso arrivo.

Tutto ha a che fare con un piccolo pezzo di storia sulle ossa di Dante.

I fiorentini pochi anni dopo la morte del Poeta cominciarono a reclamare da Ravenna le reliquie del loro più noto cittadino, ma riavuto il sarcofago, anche grazie al buon vecchio Michelangelo, le ossa erano tuttavia sparite.

I frati francescani avevano messo in salvo le ossa, prelevandole da un foro e dichiarando apertamente di considerare Dante un loro confratello. E non parliamo delle vicende delle ossa durante il periodo napoleonico, nascoste, prima, in una porta murata dai frati timorosi di perderle e, poi, completamente dimenticate, per essere scoperte casualmente nel 1865 durante i lavori di restauro della basilica, nel quinto centenario della nascita di Dante. In seguito, le ossa furono rimesse dentro due cassette separate, nel sarcofago originario, però nel frattempo scoppiava la seconda guerra mondiale e, tanto per complicare le cose, le si seppellì poco distante dal mausoleo, sotto un montarozzo invaso dalla vegetazione.

Infine, oggi, che Dante riposa di nuovo nel suo sarcofago, il riguardo dei francescani finalmente mi rivelò una possibile soluzione del paradosso.

Manrede si volta e fa un salto:

–         Lei qui?

–         Sì, la sua segretaria mi aveva detto, con sufficiente precisione, che l’avrei incontrata a quest’ora. Sa perché Dante è l’ultimo anello della nostra storia e perché i Francescani lo consideravano loro umile confratello?

–         No, ma la cosa ha a che fare con i nostri dilemmi di oltre un anno fa?

–         Sì, in parte.

–         Me lo aspettavo. Cosa ha da dire in proposito?

–         C’è l’interessante congettura sul ruolo di Teseo. Esaminiano il dilemma: come è possibile che il fondatore della democrazia, discepolo dell’amore di Afrodite, che unisce il popolo in un vincolo di affetto e concorre, attraverso il suo mito di padre fondatore, a costituire tra le varie città anche la ricca Agrigento, sia stato messo al bando? Perchè tra gli agrigentini prevalse ad un certo punto l’idea che l’esistenza multicolore, varia e bellissima della polis, avrebbe potuto continuare solo a condizione che il padre Teseo, dell’unità parmenidea dello stato, fosse andato via per sempre?

–         Sì, questi erano i miei problemi. Come è possibile che la violenza irrazionale del tiranno, impersonata dal Minotauro, metta al bando Teseo, colui che attraversò il labirinto del mondo, del male e dell’ignoto e, uccidendo la matta bestia, instaurò la polis, la giusta democrazia e la apollinea ragione?

–         Leggiamo Dante, ho qui una copia del canto in cui l’umile confratello dei francescani mi aiuta a sciogliere il paradosso:

“Or vo’ che sappi che l’altra fïata

ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,

questa roccia non era ancor cascata.

Ma certo poco pria, se ben discerno,

che venisse colui che la gran preda

levò a Dite del cerchio superno,

da tutte parti l’alta valle feda

tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo

sentisse amor, per lo qual è chi creda

più volte il mondo in caòsso converso;

e in quel punto questa vecchia roccia,

qui e altrove, tal fece riverso.

–         Non vorrà mica spiegarmi che vi è un’ambiguità nella giustizia divina, che salva generando caos, reale o apparente nelle nostre vite?

–         No, Dante gentilmente dice che Dio si incarna in Cristo e lui-la-verità, la-via, la-resurrezione, prende dagli inferi nell’amore delle sue braccia i giusti dell’antichità, i quali erano tutti morti e giacevano impotenti, nonostante la giustizia umana…negli inferi. Se Dante allude alla paura di Virgilio che il cosmo crolli nel caos, quel giorno della storia universale del mondo, è perché vi è il doppio movimento del Cristo che discende per ascendere con i giusti, correggendo e completando la poca giustizia e scienza umana degli antichi (e dei moderni) e, d’altro lato, i violenti precipitano…e la caverna del mondo crolla su sé stessa rovinando in basso loco gli ingiusti contro giustizia. Che il cosmo appaia per un momento un caos è dovuto all’errore umano di Virgilio o in generale alle parvenze delle cose, ai fenomeni, che se investiti del dono dell’umiltà, invece si rivestono di luce trascendente e lasciano ben scorgere la verità, dato che essa si lascerà scorgere dagli umili… No! Ben diverso è quel che fecero gli Agrigentini, che non erano né umili né buoni filosofi.  La loro giustizia li spinse a liberarsi della democrazia! Vede…Tutti-prossimi-a-niente, e quindi eguali, comporta che, poco a poco, la stessa giustizia umana paia affare dappoco, nello spazio e nel tempo rapportato a sè di tutte le città del mondo, somma di tutti gli spazi e tempi della Storia che ben Zenone sbeffeggiava (dividendoli in infinite parti), e implica necessariamente che il potere dei demi sia un potere da tiranni, che tutta la giustizia umana comparata a sé stessa sia un nulla senza misura alcuna, su cui non si sa mai se la Dea getta uno sguardo. Senofane sarebbe stato d’accordo. Quindi, le belle donne di Agrigento saranno solo tentatrici del nulla, la vita un niente e la democrazia un sogno da filosofi. Platone tenterà di recuperare la multicolore vita delle polis sostenendo che l’unità parmenidea dello stato riposa sulle idee e sui numeri, disse che, – nonostante la grande differenza tra l’idea trascendente del Bene o dell’Uno e le variopinte, fluide e contingenti forme della vita di tutti i giorni, – tra idee e cose vi fosse come un collegamento, potendo essere molto ben connesse alla natura Pratica del Bene. Infatti le idee saranno, – ma ormai questo è il suo, di Platone, parricidio filosofico nei riguardi di Parmenide, –  criteri di giudizio delle cose, causa delle cose e presenza nella cose, mimesi (le cose imitano le idee), metessi (partecipazione delle idee) e parusia (presenza delle idee). Ma è solo un pasticcio, le idee rischieranno di essere mortali come ciò di cui partecipano, poste in un iperuranio che ha il suo spazio ed il suo tempo, per quanto intelligibile, dietro la quinta mortale di questo spazio e di questo tempo.

–         Mi pare di intravedere un barlume di luce nei suoi sproloqui verbali. Ma solo un fioco lumicino…

–         Si, e poi i baccanali di Afrodite Pademia, che fondarono la società delle famiglie e dei villaggi, lo stato e i tribunali, erano irrazionali festini non meno matti del violento, cieco e fosco Minotauro, che Teseo discendente nell’Ade, aveva incontrato. Attraverso la posizione del problema tutta la scienza fallibile della democrazia, attraverso la fenditura tra noto e ignoto del problema scientifico posto dalla sapienza e dalla giustizia democratica, gli agrigentini intesero e videro la fallibilità della scienza e la morte della democrazia, che nessuna sopravvivenza della teoria al rischio dell’esperimento cruciale, nessun esperito ostracismo, nessuna confutazione dialettica, platonica o aristotelica, potevano salvaguardare dal finale dubbio che anche il metodo fosse inesorabilmente sbagliato!!

–         E Dante?

–         Vede il Minotauro ed Agrigento appaiono rosi da una sorta di ira contro sé medesimi, cui solo Virgilio, la poesia, la creazione, il Creatore, riesce a porre freno e l’umiltà di Dante prova che l’abisso di roccia in cui l’Amore Divino lascia precipitare i violenti è scavato e precipitato nelle fosse infernali dai violenti stessi, sono loro le creature perdute che nel loro rovinare in basso creano tra rotoloni e spergiuri il caos della bolgia, con la loro sfiducia eterna nella trascendenza perenne dell’Uno di Parmenide, di Agostino, dell’amore donativo dei padri della Chiesa. Questa è la soluzione del paradosso. Il mondo, dice Dante, è ridotto nel caos dall’abbandono volontario che i violenti fanno della grazia, della poesia, dell’amore spontaneo per la verità, disperata rivolta compiuto da parte della scienza, della democrazia e da parte di Agrigento. Cui segue l’impossibilità di risalire dal dedalo alla Luce.

–         Parmenide aveva torto?

–         Sì, l’essere si rende visibile per pura clemenza e libertà, anzi liberalità, e gli uomini sono miseri, ma illuminati e quindi resi esistenti e visibili nella radura dell’essere non dalla natura necessariamente pratica del bene, ma dalla sua gratuita intenzione di stabilizzare nell’emergenza del qui ed ora questa anima, questa singola vita. La confutazione dialettica delle teorie o la confutazione delle congetture umane o la non rielezione dei rappresentanti democratici non garantisce la sopravvivenza del più adatto, si tratti di metafisica, scienza o democrazia. Se fosse così, sì, ecco…da sempre, saremmo tutti morti e ignoranti, dato che nessun automatismo logico garantisce che si troverà una verità vera o anche solo verosimile o un buon governante. L’universo sparisce se lo si compara e fonda su è stesso, mancherà il metro universale del tempo e dello spazio, l’universo non misura sé stesso ed il confine tra l’essere e il niente, lo spazio-tempo finito e quello infinito è una disperata indeterminazione indeterminata. Si fidi della Luce… che dal dolce recesso della ferma e profumata essenza del paradiso trascende ogni vita e stabilizza le nostre deboli parvenze in questo mondo, creda alla dolce confutazione della nostra miseria, che ci fa scegliere l’uomo e la teoria migliore, in quella dolce confutazione che è una preghiera esaudita oltre ogni speranza.

–         Che forma di governo, che nuova democrazia ha in mente?

–         Una forma di democrazia antica e non nuova, in quanto antica anche più nuova. Il migliore dei peggiori sistemi possibili di governo resta il più amabile. Credo che occorra solo rimandare a casa i politici non solo dopo le più severe critiche e nel modo più celere possibile, e non solo attraverso la non ri-elezione, ma anche precludendo gradualmente loro le più alte cariche, e destinandoli all’elezione per quelle appena inferiori, di modo che le istituzioni migliorino in forza della loro esperienza e senza che ciò suoni come umiliazione, ma come esercizio all’umiltà e alla cura dei deboli, senza perdita del loro valore…mentre i cittadini potranno non solo eleggere, ma anche sperimentare il governo, prendendo il posto degli amministratori di più basso livello, dopo essere stati accuratamente messi alla prova esclusivamente per la loro capacità di occuparsi dei più deboli con fantasia e conoscenza.

–         Va bene, ma cosa garantisce che non saremo in errore, che la verità ci arrida?

–         Ottima osservazione, professore. Vede, se tutta la giustizia umana, comparata solo a sé stessa, è prossima a niente, allora quando il metodo della scienza si torcerà su sé stesso, il fallibilismo sarà fallibile, cosa lo manterrà, anche solo per un ora, nel campo di luce della verità, se non il mistero trascendente della luce che si lascia scorgere volontariamente, per pura misericordia, dall’umile Dante, dall’umile francescano, forzando la chiusa cecità della ragione con l’emozionata fiducia che il legame logico resiste solo perché una proposizione ama un’altra proposizione ed è amata dal pensatore ed un legame di fiducia unisce colui che pensa il pensatore con il pensatore stesso? Vede, ora lei capisce perché le ossa di Dante erano importanti, ed io, Giorgio Seguente, la consegno, caro professore, e per adesso, all’induzione, che guiderà bene i suoi passi e quelli dei cittadini, e che si fonda eticamente sulla profezia che tutti gli uomini sono resi uguali dalla misericordia divina e che tutti i fenomeni sono trasparenti alla ragione per l’emergenza libera della verità, che li attraversa, come una luce, da parte a parte. Una profezia regalata alla ragione…ma solo dopo le difficili prove dell’immaginazione, della confutazione e della preghiera…che lasceranno in vita un solo governo ed una sola teorie…per cui si affidi e non rimarrà deluso, non a me o da me, dato che sono in grado di deluderla facilmente, ma confidi nel mistero d’amore che…alimenta la ragione e come un innamorato la congiunge alla verità.

In quel rapido momento di commiato dall’enigma dell’ostraco di Agrigento, il cielo sereno di Ravenna fu illuminato da un fulmine e udimmo un rombo lontano di tuono.

28.3.2012

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