Libero da ogni male

 

Il viaggio intimo nella storia condensata sull’altare del testo, degli autori dell’investigazione sul breve papiro ellenico, era giunto a termine. Attraverso immemori e temibili intervalli di buio, quel pezzo stracciato d’essere era pervenuto nelle mani d’autentici giaguari dell’archeologia. Il professore italo-irlandese Manrede ed il suo assistente contemplavano i metri in greco attico senza darsi posa. La cronaca narrata dal frammento era deposta da penne premurose nell’estratto ingiallito di una copia amanuense, che il ventoso eremo di Cheronea nel 14° secolo aveva finemente miniato. Il racconto prendeva ali fiabesche sotto l’inquisitorio cipiglio del primo giaguaro, arrecando un divertimento pari all’eleganza un po’ brutale delle ignoranti fole che erano circolate, qualche secolo prima, nel settecento per l’esattezza, sul mistero condiviso da un servo di Caligola e il crudele imperatore, il cui odio per l’intera umanità, prima che mutasse il prenome da quello di Caio, a motivo dei suoi strani calzari e per la simpatia dei suoi militari adottivi, scaturiva come oscura sorgente dall’amore negato per una famiglia sterminata: la sua, la gens di Germanico. Adesso, il tempo ha scolorito quel ciclo di discendenze senza dio, senza altro mito che la spada che si erge sulla civiltà come sorvegliante e segno di grazia del vincitore sul vinto. I giaguari si consultano nella biblioteca latina per pura curiosità, senza far altro che divertirsi, ma un tempo quelle generazioni che si susseguivano l’una dopo l’altra, senza altra testimonianza che il pianto della pioggia sulle tombe, che aveva qualche sigillo o iscrizione da stemperare, erano vivi e il mondo era familiare come il walkman di Manrede che, ora, non smette di ronzare nel teatro anatomico del museo, dove la lampada verde proietta luce sul papiro greco, ormai decifrato, ed il secondo giaguaro non capisce, come l’altro non possa fraintenderlo, mentre ascolta le danze pianistiche di F.Liszt ed i suoi giri vampireschi attraverso il miocardio del tempo, che si contrae in suoni e pause. Senza posa discutono, mentre anche il reperto come un instancabile parrocchetto ripete la storia del servo di Caligola che osò rubare una lamina d’oro dal triclinio di un ospite di Caligola e gli furono perciò mozzate le mani, costringendolo poi a vagare per la sala, con gli arti appesi al collo, riempiendo, per la gioia empia dell’imperatore, le donne d’orrore e gli uomini di pietà. – Darei molto per un tuo parere non turbato dalle intrusioni di F.Liszt. Manrede non ascoltava che il pargolo di quella seduta di archeologia, il muto reperto aspettava ancora altre cure dalla nutrice amorosa e musicale, da colui dal quale avrebbe potuto trovare ascolto, nella sua morta lingua, senza però, nemmeno, sospettare lontanamente che era invece il grave Manrede, con i suoi anni di studio, le sue tormentate esercitazioni filologiche a voler parlare al cenere sepolto dai secoli. – Io non ti darei neanche la mia attenzione, se non dovessi adesso divertirmi in un modo così infantile. Sai … la musica turba l’equilibrio delle emozioni in modo così innaturale da indurre qualche pensiero originale, quando la musica è cessata. E’ come sottrarre la passione alla mente, per aver delegato il suo regno al mondo esterno delle vibrazioni. Ci si spoglia del superfluo. Si può vedere con occhio distaccato o annusare con naso puro o gustare con papille indifferenti o… – …O commettere qualche errore di valutazione. Secondo me, non immagini ancora perché Drusillo era chiamato “incantatore” dall’imperatore né perché fu sepolto in Bitinia. “Incantatore”… non ha alcun seguito questo appellativo nel reperto, né le mani mozzate né l’aneddoto della sua vita. Né dovrebbero averne, non è storia neanche da amanuensi … per fare quale apologia di quali virtù cardinali? Luca era interrogativo come un punto, oppure era la sua disattenzione, era compunta come un punto interrogativo. A parte questo, il nesso parabolico della parabola non era ancora caduto tra le ipotesi probabili. Manrede riprese a parlare, strizzando gli occhi. – “Incantatore”, perché prestante, bello come il sole, forse già “gustato” in qualche banchetto precedente come amante, cinedo o cantatore di fiabe greche… – Perché inumare le ceneri così lontano, perché onorarlo, dopo l’amputazione e il supplizio, con un funerale? – Luca, dovrai evangelizzare solo in seguito la rivista dell’Oriente Latino, adesso annusa il papiro, ha ancora un’infinitesimale fragranza di mirra… Luca il giaguaro che venne da me qualche giorno dopo, da me, il cantastorie della via Gluck del pianoforte, per sottrarmi ai miei orripilanti vocalizzi sulle messe cantate di Bach, per costringermi a pensare al fiume di anime pagane già trascorse nel vortice silenzioso della Storia, per interrogarmi sulle radici del male. – Hai da fare, Giorgio? Giorgio Seguente, sì il mio cognome. Seguente come colui che viene dopo, un trafficatore di nonsensi, un paradigmatico predicatore del paradosso, un ricercatore di antiche partiture, un filologo della musica, nonostante tutto un artigiano dell’indagine dei nessi oscuri che la mente aggroviglia nelle foreste di neuroni, un esperto di soluzioni alternative, ma non prive di legame logico. – No, Luca… ma sono un faro che non ha luce, e non so se fare o disfare ciò su cui non riesco a gettar luce. Perché sei così rabbuiato, mentre ho la vista che si consuma su queste note? – Smettila di scherzare, ho per le mani un problema interessante. – Da quando il nostro tempo è diventato occupare il tempo, i tuoi non possono essere problemi, ma scherzi per interessare una folla annoiata di studiosi…studiosi di visite inattese. Adesso iniziava la lotta delle parole, il gioco del traffico orale tra un concetto e un altro, Luca si preparò al peggio. – Ti chiedo scusa, per aver sottratto del tempo alle tue occupazioni. – Ed io per volermi prendere gioco dei tuoi scherzi. – Sì, come volevo dire, ma hai del tempo per me? – Certo, Luca, del tempo rimane sempre o sempre, del tempo, rimane per giocare. – Allora, prestami ascolto, cosa sai dell’imperatore Caligola? – Che era la creatura più sola e priva di musica che sia dato immaginare. – Cosa intendi dire? – Chiediti perché per me sei uno studioso di “visite inattese” e cominceremo il gioco di metafore che può rendere più interessanti i tuoi scherzi. – D’accordo, tu dai poco valore al tempo…Perché sarei alla ricerca di visite inattese? – Perché ho indovinato la tua domanda, ho presentito il tuo interesse per le imprevedibili crudeltà di Caligola e qualcosa deve aver perturbato, come un ospite inatteso, il quadro che ti eri formato del mostro Caligola, qualcosa che lo rende più invitante, in senso “filologico” intendo, che ti suscita crisi, che fa notare un nuovo angolo di visuale, un terzo occhio proiettato sulla “tua” vita così lunga e priva di contorni. Luca non capiva. – Credo di capire che cosa intendi, adesso… ma chi mi ha recato visita? Tu non puoi saperlo, ho letto la traduzione di un testo molto raro appena oggi! – Il tuo visitatore è un atto di compassione del mostro. – Indovinato, passerai negli annali degli indovini… – Questi annali non esistono, né tu né io esistiamo negli annali. Siamo carne da macello per l’interesse di studiosi di visite inaspettate, siamo visite per noi stessi, nella migliore delle ipotesi, ricorsivi prodotti di una coscienza a rischio di diventare solitaria. Non era questo il male di Caligola? – Non scherzare, l’imperatore era un macellaio, un nefando massacratore privo di ogni rispetto per amici, parenti e persino sé stesso. Un tipico prodotto della cultura pagana e militarista dei Quiriti, i “figli di puttana”, dei discendenti dei figli della Lupa, o Lena o Meretrice, consolidati in consorzio da un fratricidio e famosi per l’abilità di crocifiggere e squartare, con corti gladi. Non credo che subisse alcun male da sé stesso, nè mi preoccuperei che lui avesse sofferto di un qualche male, né darei delle spiegazioni, giustificazioni o… – …O forse, ti spaventa l’idea di poterti immedesimare nel mostro o nei Quiriti, e allora ti comporti come una belva verso i tuoi simili. Sei come una giaguaro che uccide il fratello di tante lotte, ormai trafitto in un ultimo assalto dal corno del bufalo: il tempo. – Metafora interessante. – Allegoria disarmata, perché tu sei veramente un predatore, un cannibale di storie umane… – Veniamo al punto… Sì, veniamo al punto. Il papiro narrava la seguente storia. Come se si trattasse di un trafiletto di cronaca di un quotidiano di allora. Mi permetterò, pertanto, di parafrasarne la notizia, usando il tempo presente e alleggerendo i particolari e le inversioni e perifrasi latine. Il cenere muto di una servo, chiamato l’incantatore da Caio Caligola, è stato oggi sepolto da un corteo di schiavi in Bitinia, nella città di Phersù. Le fiaccole ardenti colorano di una nebbiosa luce la semioscurità del tramonto, mentre per l’uomo dalle mani amputate si è composto un breve codazzo di venti oplomachi, i gladiatori che combattono con tutte le armi disponibili nelle arene della Bitinia, uomini liberati per un giorno dalle palestre e incatenati come lugenti accompagnatori all’ultima sede, mentre una maschera ricopre il volto del monco. L’estremo riposo delle sue spoglie sarà presto conseguito, dopo la pira seguirà la sepoltura dell’urna e la lettura di un breve messaggio dell’imperatore affezionato:“La solitudine del giovane ladro, Drusillo, è finita, adesso lui è tornato ai giochi dell’eternità, dove non potrà turbare il sonno degli ospiti inebriati dal vino, non potrà lucrare ori e argenti né disturbare la serena felicità dell’Augusto, che fece talvolta fremere di rabbia talaltra piangere desolatamente”. Due ore prima Luca e Manrede venuti al punto, il professore solleticò le ciglia, senza deporre il walkman nella sala rischiarata di verde luce di lampada, inspirò la rabbia dell’imperatore, ed anche il pianto, e non capì, come due ore dopo Luca con il sottoscritto, Giorgio Seguente. Perché è così che l’inatteso ci coglie, aprendoci un sentiero verso il serio problema della maschera dei maledetti. Era il pianto e la rabbia per chi? Luca aveva preso la parola, o la parola aveva preso lui. – Ti devo raccontare qualche particolare? – Luca, lo sai che i particolari sono questioni fondamentali, la dose di astrazione implicita nei particolari è di gran lunga superiore a quella delle storie generali. – D’accordo. La maschera ha la funzione di sottrarre alla vista di tutti il volto dell’uomo, nel caso in cui si tratti di un personaggio importante, non sicuramente in quello di una schiavo. Gli schiavi occupano il gradino più basso della gerarchia sociale romana, è quindi strano e improbabile che sia andata diversamente. Dopo una pausa, Luca proruppe in un dubbio: – Ma Caligola rispettava quella schiavo! Come uomo, intendo. – E’ improbabile, i Romani erano classisti e, per di più, in modo eccessivo. Senza parlare di un imperatore che si credeva dotato di maestà divina, al punto da conversare con Giove Capitolino. Non poteva nutrire sentimenti di rispetto sociale per uno schiavo! Per quanto forse il comportamento parrebbe adeguato al ruolo d’amante prediletto in qualche orgia notturna. – Allora, provava timore per l’animo dello schiavo. – Perché per l’animo? – Manrede, perché gli fece mozzare le mani! Solo il suo corpo era schiavo, solo lo schiavo aveva rubato e solo la schiavo era stata punito e suppliziato. La sua memoria è invece onorata. – Non mi spiego il riguardo per un ladro, forse Caligola intendeva scandalizzare i senatori. – Forse, ammirava una dote segreta dello schiavo… Il segreto del testo è un segreto di pulcinella, è facile e impossibile da risolvere. Dopo quel colloquio il Giaguaro era da me a solleticare le mie sopracciglia con l’incredulità che passava dal suo volto al mio. I papiri sono fatti per essere letti, le lettere per far decifrare suoni, i suoni concatenati per far identificare segni che chiamiamo frasi e parole. Ma le parole e le frasi quale crittogramma nascondono nel papiro? Questo è il segreto. Attraverso l’imbuto e strettoia del linguaggio del papiro, quale realtà si insinua verso di noi “studiosi” di visite inaspettate? Se non vi è più nulla, a causa degli oltraggi sterminatori del tempo, che fanno un silenzio ostinato intorno alle vestigia che penzolano da ogni singola parola, il testo non fa che restituirci la nostra umanità di lettori. E’ in noi Caligola, anche se, per lo specchio incrinato della coscienza, noi non lo siamo. Un brandello di noi, forse solo un modesto percento, capisce, anche senza approvare, e freme di rabbia e di pianto. Per solitudine. Il male, inutilmente esercitato sugli altri nel modo più atroce, tenta i suoi labirinti di spire, di fantasia e di trasgressione, esorta l’odio come avanzo dell’amore, esorta la visita inaspettata, ma il disegno frattale infinitamente diverso da sé stesso della libertà umana che vuole nuocere a chiunque, la libertà del pervertimento sempre uguale a sé stessa, non riesce a penetrare i recessi in cui si nasconde la parola amica. Uno schiavo suppliziato incantava con la sua indifferenza priva di lusinga. Ma in che modo? – Luca, avrei preferito sentire l’ultima messa cantata che lasciarmi incantare dal messo della solitudine di Caligola! – Bel gioco di parole, cosa intendi? Manrede farneticava oggi, perciò risparmiami. – Ragiona: se a Caligola difettava la musica dell’amore, il suo peggior difetto sarebbe stato amare un sordo e un muto, ma non un cieco. – Già: il cieco non vede… – Sì, tu sei un cieco. – Orbo non cieco, cosa c’è di inaspettato nell’impietosa crudezza del Cesare verso lo schiavo? – Sei crudelmente escluso dalla musica della parola, né la tua può ingannare e tentare con il bene o con il male. – Cosa c’è di musicale nella parola amica? – Il suono di tutte le orchestre, la confidenza. – Spiegati. – Spiegare è come tracciare la biografia di un amico o un fratello, così per cenni, perché non c’è altro modo. La storia dietro la biografia ha troppe spire, svolte, episodi celati, troppe lacune, della memoria, della reticenza dello stesso confidente, cioè di chi non è in grado di ricordare o non confesserebbe mai niente su un certo qualcosa, neanche al suo migliore amico. Spiegare è come riassumere i segreti di un gatto, il micio incosciente che si accoccola sul tetto del tempo della propria vita, la nostra mente non ricorda quel che il felino della memoria ha seguito per le pieghe del tetto infinito della sua vita, una casa in cui non si può entrare. Ti pare possibile che il fratello che entra in confidenza con te sia in grado di raccontarti più che una biografia? Spiegare che cosa è la confidenza è proprio già questo confidare o confessare a qualcuno che non si sa come scriverla la propria biografia, la propria orazione funebre. Essere in confidenza con te e con chiunque altro è l’umiltà, la sconcertata disperazione, mezzo allegra e mezzo triste di non saper raccontare o capire la propria vita, ma di essere in grado di darne solo storie, novelle, epiche, orazioni funebri o “biografie”. E’ musica verbale la confidenza, suono inconfondibile. “Porgimi orecchio”, dice l’amico e tu avvicini l’orecchio e la parola compone tutte le canzoni e i concerti che riempiono il vuoto incolmabile del tempo. Rigirai il papiro e trovai un altro segno, un ideogramma forse. Poi senza farmene intendere, porsi il testo a Luca. Era una croce tridente, che sembrava derivare dalla giustapposizione di “i” e “h” iniziali, la h sopra la i. “Seguendo” la mia inclinazione, sono andato a consultare, dopo che Luca è uscito, un dizionario di simboli cristiani. Sono segni raffiguranti il nome di Iesus e del mondo. Segni del rapporto tra la storia dello schiavo e il cristianesimo? Il rapporto tra simbolo e papiro era diretto a rappresentare un legame? Il segno era stato apposto dall’amanuense? Lo schiavo era cristiano? Mi torturai lungamente, immaginando fiabe sulla sordità dello schiavo che pregava il suo Dio. Quindi, la parabola del piccolo papiro teneva dentro il suo guscio di ghianda, – pronta a far spuntare tra i cieli un’enorme quercia, in attesa di uno scopritore, del terreno fertile di una mente, – qualcosa, un segreto? Mi sarebbe facile disperare, guardare per lunghi attimi il cielo senza vederlo e poi librare la mente in una ridda d’ipotesi, di deduzioni, di calcoli sulla sopportazione umana del silenzio, delle catene bisbiglianti dell’incapacità di sentire, di udire, di esprimere in simboli i segni colorati della percezione, del fastoso e lussureggiante cosmo della luce, della visione di uccelli, alberi, pianure, verdi monti, vallate colme d’acqua, pascoli sterminati di parole, parole rinserrate in un solo silenzioso abbraccio di pensieri calmi o torrenziali, ma senza suono di verbo, senza tensione di ritmo, senza dolcezza d’ascolto. Le tenebre dello sconforto di un imperatore si diradarono solo dopo cena, quando riflettei sulla maschera. Già, la maschera. Ecco. Il telefono squillò e Luca si affrettò a rispondere. Il verde della lampada fluorescente, impedito dall’ombra del dizionario di simboli tenuto in mano dall’archeologo, allora disegnò un ghirigori sulla sua giacca. – Oggi fa troppo freddo per non rimanere nel teatro anatomico della libreria con Manrede. Sta anatomizzando la filigrana del simbolo, non è ancora arrivato ad alcuna conclusione. – Ascoltami, ho un suggerimento, ma prima rispondi ad una semplice domanda. – Ti ascolto, Giorgio. L’indagatore Seguente si soffermò un attimo nella contemplazione della sua fantasia, la esaminò per instanti come secoli e secondi come millenni, poi ritornò indietro nel tempo attraverso le ere sino al presente in cui era al telefono con Luca e domandò: – Caligola scelse dei gladiatori Oplomachi, se non sbaglio, i lottatori con tutte le armi. Erano mascherati? – Sì, Giorgio, portavano un elmo nei giochi, il loro viso era completamente coperto, l’elmo poi era di una forma caratteristica, distinguibilissima. Inseguì ancora una volta la sua invenzione, oltre il presente, verso i Romani, in un baleno della durata di duemila anni vide gli oplomachi o qualcosa di simile, e tornò indietro per soggiungere: – Bene, questi dettagli m’interessano meno…ancora una curiosità, durante i giochi gladiatori nel momento della visita dell’imperatore all’arena, è vero che l’ingresso del Cesare era salutato da uno squillo di trombe? – Non solo, flauti e altri strumenti intonavano un brano musicale di saluto, molto intenso, tale da essere udito anche fuori dell’arena. Tutti dovevano poi prostrarsi, in presenza dell’imperatore, o se seduti nella platea abbassare il capo e levare in alto le braccia. Non capisco… – Rispondi ad un’ultima domanda. I romani erano dei predatori ed i giochi gladiatori rappresentavano la conquista, la guerra, la lotta? – Sì, ovviamente sì. – Allora, se ti dicessi che comandare ad un amante di lottare in proprio onore è un atto di cannibalismo verso il proprio amore, tu mi comprenderesti? – Comincio a capire, ma credo che mi faresti più velocemente giungere a destinazione se fossi così gentile da smettere di parlare per …allusioni. Mi persi nel suo commento, perché dubitava di me? Mi affrettai al punto. – Svetonio potrebbe aver mentito. Caligola non fece mozzare le mani al proprio schiavo, era propaganda, denigrazione, pettegolezzo di Svetonio. Deve essere andata diversamente. Mi immagino che lo squillo e la musica iniziano a tuonare e Drusillo, il giovane schiavo amante di Cesare non sente. Tutti si prostrano tranne il ragazzo del Cesare, per di più uno schiavo. Caligola che ha già infranto ogni regola sociale, con sregolata imperialità, per farsi temere, per far onorare il gesto capitolino e gioviano del comando sulle legioni di Roma, non può sopportare che il popolo rida di lui, che i rovi della diffamazione crescano spiraliformi intorno alla sua tremenda autorità. Come? Uno schiavo, solo perché amante e amato, non cade ai piedi del Cesare? Cesare si fa sbattere da quell’adolescente? Roma è ai piedi di Drusillo? Luca tacque all’altro capo. Seguente riprese a parlare: – Non aveva rubato oro e argento, in pagliuzze dai triclini degli ospiti, non gli furono mozzate le mani per far provare ribrezzo e pietà, per punire e calpestare il ladro, il muto e sordo pastorello della Bitinia. Lui era l’unico di cui si fidasse. Il gemito di sofferenza della creatura umana, schiacciata dal peso dell’orgoglio imperiale, amava versare tutti i suoi segreti nell’orecchio profondo come un abisso di Drusillo. Lui capiva, lui era fidato, lui consolava senza capire, o capiva senza consolare. Lui decifrava il suo segreto, sintetizzava la sua vita nell’unico scopo per cui strisciava ancora su questa terra piena di pugnali e veleni, lui era tenero con quello schiavo. Quando la musica risuonò, la folla si piegò, si torse nell’inchino, mentre mille occhi frugavano di nascosto l’immagine della maestà, tutti tranne il suo amato, il suo unico tenero enigma, la visita inaspettata nel suo mondo infero, la musica che l’aveva fatto danzare, per il cui silenzio e confidenza aveva lottato, la cui unica parola era il sorriso. Anche Luca si soffermò nella durata millenaria dei suoi dubbi e vide Svetonio che impiastricciava con i sentimenti di Caligola, mescolando sacro e profano, sangue, collera, sterminio, crudeltà con debolezza umana, isole di incruenta pace e pietà animale per una creatura innocua, libera da ogni male. Manrede avrebbe avuto qualcosa da ridire, tanti episodi della storia romana sopravvissuta al tempo sono aneddoti più che resoconti, un ladro con le mani mozzate poteva essere un gioco di specchi con cui Svetonio manifestava in modo esemplare l’indifferenza di Caligola per la comunicazione umana, magari era lo specchio dell’indifferenza di Svetonio per la comunicazione umana con Caligola. Chissà? Intanto, io ripresi a parlare. – Gli ordinò con gesti e con dolore, con la rapidità dell’orgoglio ferito e della maestà lesa, di lottare nell’arena in suo onore. Lo vide entrare nell’arena per perdersi per sempre dalla sua vista e suggellare, dopo la sua inevitabile morte, la sua pietà imperiale nel catafalco dell’incapacità di perdonare, per sempre, il mondo intero per questa privazione. Indossò la maschera dell’oplomaco, partecipò ai giochi dell’arena e dopo l’ora di combattimento in cui tutti i gladiatori lo ignorarono volutamente per timore di essere oggetto di inesorabile vendetta, Caligola in persona diede ordine ad un reziario di lanciare il suo tranello di corda verso Drusillo. Lo afferrò subito e il giovane per ripararsi il petto ebbe tranciate prima di morire entrambe le mani dal colpo di tridente. Il colpo di grazia lo ordinò Caligola in persona, lui che si faceva svegliare volentieri dal sonno del vino dal gesto silenzioso di Drusillo, che regalava oro e argento alla madre del pastorello, che si era adirato con lui un solo giorno in tutta la sua vita, per l’imbarazzo della plebe che si chiedeva “perché lui non si piega?”, che lo convinse con il suo innocuo attendere la morte che questo mondo di Romani era solo pianto desolato. Perciò volle che la maschera di oplomaco fosse posta sul suo viso, lui che non aveva mai lottato, perché se n’era andato da un mondo con cui non gareggiava, lui che era solo della solitudine che sopportava con i suoi simboli cristiani. Sì, proprio la croce tridente, una specie di croce con la trave a forma di H, con il suo sembrare simile al tridente micidiale del gladiatore reziario. E solo più tardi una croce tridente, di un amanuense a conoscenza di altri testi, ormai dimenticati, ma in aperta colluttazione con le ciarle esemplari di Svetonio, avrebbe dato il contrassegno della parabola sul giovane martire, e mi avrebbe posto sulla strada per decifrare l’addio dell’imperatore, una maschera fatta di parole:

“La solitudine del giovane ladro, Drusillo, è finita, adesso lui è tornato ai giochi dell’eternità, dove non potrà turbare il sonno degli ospiti inebriati dal vino, non potrà lucrare ori e argenti né disturbare la serena felicità dell’Augusto, che fece talvolta fremere di rabbia talaltra piangere desolatamente”.

13.11.2003

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