Il Tema….scienze sociali e filosofia

Il presente blog si occupa di filosofia del dirittofilosofia  generale e politologia, come campi preferenziali per ipotesi di lavoro e connessioni tematiche interdisciplinari sul tema della mediazione sociale.

Questi campi, infatti, possono essere integrati per chiarire il concetto di “mediazione” nel e del conflitto sociale, cioè della mediazione intesa come attività logica, dialettica e pratica del fornire una soluzione pacifica alle controversie degli attori sociali, in condizioni di alternativa alla divisione talvolta dicotomica, e tipica del diritto, tra parti vincenti e soccombenti del conflitto. Pur senza rinunciare all’applicazione di norme giuridiche, ma ampliandone anzi il campo di applicazione o superandolo.

Naturalmente per “mediazione” si può intendere non solo la negoziazione pacifica dei conflitti, ma anche in generale l’atto individuale, di ogni attore sociale, dell’apprendere, sperimentare ed applicare le prassi sociali, della vita civile quotidiana, rivolgendole alla promozione di una convivenza  benevola nei riguardi di altri e di noi stessi.

L’attività della mediazione è per la prima volta testimoniata dalla storia dell’antica Grecia, che conosceva la figura, in realtà in senso spregiativo, del mediatore di relazioni non-coniugali come “proxeneta” (dal gr. προξενητής, der. di προξενέω «ospitare, procurare», e questo da πρόξενος: v. prosseno), poi passata nella civiltà romana in diversa accezione. La legge romana, infatti, a partire dal Digesto di Giustiniano del 530-533 D.C. ha riconosciuto la mediazione come ruolo sociale di intercessore, filantropo, interlocutore, conciliatore, interprete e infine “intermediario”.

Queste prassi (filantropia, intercessione, conciliazione, ecc.) sono oggetto, in realtà, non del tutto estraneo al normale training dell’educazione civile moderna (o post-moderna), e conoscerle, verificarne l’uso ed impiegarle in senso tecnico, è esperienza di cui è meno facile parlare di quanto sia invece comune esperirne la quotidianeità. Vi è sempre un mediatore “imparziale” che lega gli individui alla società in cui vivono: si tratti delle formazioni sociologiche primarie come la famiglia oppure di quelle secondarie come la scuola e lo stato. Inoltre, anche l’economia e la filosofia dell’economia hanno da tempo (A. Smith,Teoria dei sentimenti morali) riconosciuto la presenza in ciascun individuo di un naturale “intermediario”, uno spettatore imparziale che induce ciascuno di  noi a giudicare noi stessi come fossimo “solo una delle parti in causa”. Secondo Adam Smith il giudice interno, lo «spettatore imparziale», interviene a censurare i “nostri” comportamenti che ledono le regole fondamentali del vivere civile, procurando vergogna e rimorso, frenando gli uomini dall’agire esclusivamente in vista dell’interesse personale, quando è in gioco la felicità altrui. Smith usava la nota metafora di Cicerone, ripresa a sua volta dallo stoico Crisippo, per cui nella gara per procurarsi i beni ciascuno ha il diritto di usare tutte le forze di cui dispone per raggiungere i suoi obiettivi, senza tuttavia commettere ingiustizia e sgambettare i rivali durante la corsa.

E’, quindi, sempre in atto, per ognuno di noi, una più o meno conscia attività di “mediazione” tra la nostra realtà di individui o di “gruppi” e la particolare “logica della situazione” della realtà allargata del mondo, cui siamo vincolati ogni giorno e che, ogni nuovo giorno, si presenta con caratteri costantemente rinnovati.

 

SVILUPPO DELLA MEDIAZIONE NEL DIRITTO E NEL COMMERCIO

In tempi recenti, la più consistente applicazione “tecnica” della mediazione propriamente intesa è avvenuta in campo giuridico, in Australia.
Il concetto di ADR, “Alternative Dispute Resolution“, una risoluzione alternativa (al diritto) delle controversie, è iniziata nelle relazioni industriali in Australia molto prima dell’arrivo dell’attuale movimento globale dell’ADR. Le procedure avviate riguardavano il diritto del lavoro e le relazioni sindacali tra datori di lavoro e organizzazioni di lavoratori.

Uno dei primi statuti approvati dal parlamento del Commonwealth fu la legge sulla conciliazione e l’arbitrato del 1904, che permise al governo federale australiano di approvare leggi per la risoluzione pacifica di controversie industriali, che avessero anche geograficamente un’estensione superiore ai limiti di giurisdizione dei singoli stati australiani.

Questo tipo di conciliazione era ancora molto lontana dalla mediazione moderna, ma ha costituito la testa di ponte verso i moderni istituti giuridici e commerciali. Lo sviluppo senza precedenti dell’attuale prassi degli ADR (arbitrati, mediazione civile e conciliazione) nelle “dispute commerciali” è debitore di questo primo inizio in Australia.

 

MEDIAZIONE, DIRITTO E STATO (O IL MONOPOLIO DELLA FORZA IN SOCIOLOGIA)

La trasformazione del conflitto in soluzione pacifica deriva, secondo alcuni modelli sociologici (J. Galtung e F. Gasl) dalla riduzione dei gradi di “escalation”, che è il processo inverso dell’aumento del grado di intensità e di violenza del conflitto. L’escalation è caratterizzata dal superamento di determinate soglie che ne scandiscono in maniera chiara le diverse fasi. I modelli di escalation possono essere assai complessi (è il caso ad es. del modello proposto da Gasl nel 1997).

Grosso modo è possibile distinguere tre grandi fasi in un processo di escalation (Arielli/Scotto 2003, p. 68 ss.):

  • quando il conflitto è a un basso livello di intensità prevale la dimensione della contraddizione di fondo: le parti sono convinte che è possibile trovare una soluzione negoziata con l’accordo di tutti. A causa della crescente frustrazione, una o più parti saranno tentate di adottare la tattica del fatto compiuto (imporre uno stato di fatto sociale come soluzione del conflitto);
  • in un momento intermedio dell’escalation, le parti hanno perso la fiducia nella possibilità del dialogo e rafforzano la percezione del carattere negativo dell’altro, della necessità di una contrapposizione, fino ad arrivare ad adottare la strategia della minaccia e dell’ultimatum (lo stato di fatto delle conformazioni sociali attuali non è più sufficiente e va cambiato);
  • a livello più elevato di escalation sono i comportamenti delle parti ad essere in primo piano, ed in particolare l’uso della coercizione e della violenza (la violenza instaura un nuovo stato di fatto).

Come il conflitto, anche la ricerca di strumenti di gestione è un’esperienza universale: Ogni società si dà proprie regole (p.e. sistemi giuridici e tribunali) per far sì che le forze distruttive del conflitto non compromettano la tenuta della vita associata.

In risposta ai conflitti interni sono possibili meccanismi di gestione non coercitiva del conflitto (come la negoziazione e la mediazione, e di gestione delegata a un terzo, come l’arbitrato o le procedure giudiziarie), solo quando il diritto è ancora considerato un mezzo disponibile, per quanto sofisticato per gestire i conflitti all’interno delle società, quando, cioè, la forza militare o di altro tipo è ancora monopolizzata da “un’autorità superiore” (p.e. Stato).  Infatti, la mancanza di forti legami associativi e l’assenza di un monopolio legittimo dell’uso della forza fa sì che, p.e. a livello internazionale, i conflitti degenerino facilmente in forme sempre più violente fino anche alla guerra.

E’, invece, principalmente all’interno di uno “Stato” che monopolizza la forza che sono possibili le alternative alla violenza del diritto, innanzitutto, e della “negoziazione”, dopo (che è strumento complementare del “diritto”). La mediazione, il problem solving e la diplomazia multilivello (multitrack diplomacy) sono, anzi, strumenti ancora più fini del diritto dal punto di vista delle “soluzioni finali”, pur avendo bisogno della protezione esterna del diritto e dello stato, per attuare una trasformazione, in senso costruttivo, dei conflitti a carattere etno-politico.

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La sociologia sarà quindi la disciplina maggiormente chiamata ad tessere la trama del presente blog. Perchè mediare la soluzione di un problema sociale è, infatti, tema sociologico e sufficiente per supportare un blog della connessioni tematiche interdisciplinari tra filosofia del diritto, della filosofia  generale e della politologia.

La cronaca giornalistica e la narrativa  faranno da banco di verifica e controllo (di falsificazione) delle teorie via via proposte dal presente Blog.

La teoria delle reti sociali, combinata con la matematica fuzzy, nel nuovo aggregato teorico dei “fuzzy graphs sociali” sarà il possibile strumento di formalizzazione delle proposte teoriche degli autori.

 

RETI SOCIALI, MATEMATICA DEI FUZZY GRAPHS, EMPATIA

Il concetto di “fuzzy graph” descrive una rete sociale i cui nodi e i cui legami siano aperti e presentino confini vaghi e fluttuanti.

Si può spiegare la definizione di fuzzy graph, ricorrendo ai seguenti passaggi dimostrativi e metaforici:

  • Il concetto di rete sociale deriva in modo naturale e intuitivo dal concetto della rete di un pescatore, i cui nodi e fili siano sostituibili in modo astratto dai nodi-vertici delle persone (gli attori sociali) e i fili dalle relazioni sociali e umane.
  • Il concetto di “grafo” è un’ulteriore astrazione matematico-sociologica che sostituisce ai nodi e ai fili (persone e relazioni sociali) vertici e archi (cioè punti collegati da linee).
  • Il concetto di “fuzzy graph” è una versione modificata del precedente concetto di grafo, per supportare l’idea che il singolo “punto” abbia confini vaghi e sfumati con la “linea” che lo connnette ad altri punti. Come dire che gli archi e i vertici del grafo abbiano una sorta di “condivisione empatica” vaga e fluttuante tra vertice e arco, nodo e filo, persona e relazione umana, fino a supportare l’idea conclusiva che il singolo nodo sia in qualche misura “fuzzy” assimilabile al nodo di altri gruppi sociali, alle loro relazioni, alle relazioni di altri gruppi.

Il concetto di centro o nucleo sociale (individuo) ne viene rivoluzionato, in senso matematico e sociologico, divenendo quasi centro, quasi-punto, o in senso finale “centroide”.

Se, poi, si vuole intendere il processo della relazioni sociali come attività di interpretazione del linguaggio e del comportamento degli altri attori sociali, e se inoltre l’atto sociale è atto semantico e centro del processo di interpretazione, – allora, l’individuo o il gruppo, diventano un “centroide semantico” di questa attività di decodificazione, che suppone a un tempo la condivisione del codice e la sua comprensione empatica “come se l’altro fosse me stesso”, ma in qualche misura (vaga o fuzzy).

Occorre, perciò, sostenere che il concetto chiave dei “fuzzy graph” sociali sarà “l’empatia”, intesa come co-essenza o compartecipazione essenziale di ogni attore sociale all’identità e alle relazioni sociali di altri individui e gruppi.

La parola “empatia” deriva dal greco antico “εμπαθεία” (empatéia, a sua volta composta da en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”) e designava il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore-cantore al suo pubblico (p.e. Omero al suo uditorio arcaico). Un grafo sociale fuzzy suppone, pertanto, che gli individui partecipino all’espressione artistica del gruppo.

Il termine empatia è stato poi usato da Robert Vischer (1847-1933, che usò il termine Einfühlung), studioso di arti figurative e di problematiche estetiche, alla fine dell’Ottocento, per individuare nella riflessione estetica la capacità della fantasia umana di cogliere il valore simbolico della natura e delle arti che la riproducono. Vischer concepì questo termine come capacità di sentir dentro e di con-sentire, ossia di percepire la natura esterna, come interna, appartenente al nostro stesso corpo. Rappresenta quindi la capacità di proiettare i sentimenti da noi agli altri e alle cose, che percepiamo. In conclusione, un grafo sociale fuzzy presuppone che gli individui abbiano un pre-comprensione della natura altrui come se fosse propria, per quanto i gruppi e gli individui attenuino questi setimenti come garanzia della propria distinzione come uomini e come formazioni sociali.

Lo stesso termine verrà sviluppato da Theodor Lipps, per definire l’attitudine al sentirsi in armonia con l’altro, cogliendo in sé una somiglianza di sentimenti, emozioni e stati d’animo, o una parziale identità e sintonia con gli altri. I fuzzy graph, allora, sottolineano nella natura fuzzy e centroidale dei nodi la natura sfumata dei confini tra l’io e l’altro, tra il dato gruppo sociale e quello “opposto” o persino “avverso”.

E’ da notare con attenzione che il termine “empatia”, anche tradotto in inglese come “empathy”, designa in sociologia e nelle scienze umane un atteggiamento verso gli altri di comprensione dell’altro, escludendo simpatia, antipatia e ogni giudizio morale preconcetti. Come a dire che nei fuzzy graphs della società fuori di noi vi è sempre la possibilità logico-matematica che la simpatia-antipatia o il giudizio morale siano preceduti da un terreno comune di pre-comprensione semantica e interpretativa del linguaggio dell’altro.

Sono da considerare come primo aggregato di studi teorici sull’empatia (come dato di fatto etologico) gli studi pionieristici di Darwin sulle emozioni e sulla comunicazione mimica delle emozioni, o gli studi successivi sui neuroni specchio scoperti da Giacomo Rizzolatti (che sottolineano l’origine anche non intellettuale dell’empatia, facente parte in realtà del corredo genetico della specie). Sono state anche messe a punto delle scale per la misurazione dell’empatia nella relazione professionale della cura medica, come la Jefferson Scale of Physician Empathy. Mentre la nozione di empatia è stata anche oggetto di numerose riflessioni da parte di filosofi e intellettuali come Edith Stein, Antoine Chesì, Max Scheler, Sigmund Freud o Carl Rogers. Il tutto per asserire che i fuzzy graphs sociali hanno una controparte ed un fondamento teorico nella biologia, nella medicina, come anche nelle espressioni teoriche più alte della filosofia, in modo che sarebbe il caso di definire “trasversale”.

Tracce teoriche di una “plausibilità” dei precedenti concetti di centroide semantico, fuzzy graph ed empatia possono essere trovati nelle fonti più disparate. Si pensi, per concludere, alla nota “Lettera Semiseria di Grisostomo al Suo Figliolo” dello scrittore romantico Giovanni Berchet, che ci ricorda come non tutti possano scolpire o dipingere, ma le corde interne di ciascuno di noi possano essere toccate dall’espressione dell’arte e vibrare per una sorta di co-essenza e condivisione degli animi con l’animo del poeta, dello scultore o del letterato.

 

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